di Paolo Borioni
Nel luglio del 1962 i violenti e prolungati disordini operai di Piazza Statuto colsero di sorpresa tutti. Goffredo Fofi descrisse così i rivoltosi: “… lavorano in fabbrica con ritmi disumani, non hanno legami con la città né con le organizzazioni tradizionali. La loro rivolta è espressione di una estraneità totale, di un rifiuto che non ha ancora trovato forme politiche…”. Credo che l’esclusione dai meccanismi conflittuali ordinari e, dunque, l’estraneità alla democrazia in senso pieno possa dirci molto non solo delle (per la verità sparse e scarse) violenze di questi giorni in Italia, ma in generale del deterioramento post-democratico europeo. Ad esempio, della sprezzante astensione elettorale che per la prima volta nella storia caratterizza il nostro paese, e l’ormai quasi inevitabile destino di sfruttamento che vivono pressoché tutti i giovani, ma anche i salariati meno irregolari. E peraltro: nonostante ciò, va ribadito senza tema di smentite che la violenza in Italia è a livelli contenuti, e direi fisiologici, comparandola a qualunque altro paese al mondo. Vale anche per la violenza politica. Questa rimane deprecabile e in qualche caso da punire ma, a differenza ad esempio del 1977, soltanto la purissima distorsione propagandistica o ideologica può ignorare la sua scarsità e soprattutto il suo essere del tutto tangenziale al movimento. Il movimento del 1977 sorse dopo conflitto decennale, in cui la “strategia della tensione” e anni di scontri con la destra fascista avevano progressivamente potenziato la componente dei “servizi d’ordine”, rendendo centrale nel movimento una mentalità divenuta ideologia. Oggi non esiste nemmeno il più pallido accenno a nulla del genere. Solo un governo di cultura tecnocratica come Macron o di cultura fascista come il nostro può impostare il discorso partendo dalla repressione.
Ma, tornando al parallelo con Piazza Statuto, un bel libro di Massimiliano Amato su L’occasione Panzieri, ricorda come “l’Unità” definisse i disordini “tentativi teppistici e provocatori”, e i loro protagonisti “elementi incontrollati ed esasperati… piccoli gruppi di irresponsabili, giovani scalmanati, anarchici internazionalisti”. La Cgil aveva chiamato uno sciopero per ottenere un contratto più decisamente migliorativo rispetto ai durissimi anni 1950, e “L’Unità” temeva che i disordini screditassero la lotta. Ma soprattuto va ricordato che la rabbia di migliaia di operai (rintuzzata con gli interessi dalle forze dell’ordine) era esplosa contro UIL e sindacato “giallo” SIDA, avevano firmato un avvilente accordo separato. La cosa più interessante da ricordare oggi è che un grande leader sindacale come Giorgio Benvenuto non si affermò ai vertici della UIL dando dei teppisti ai rivoltosi di Piazza Statuto, ma strappando la UILM dalla identità di sindacato “giallo”. Lui e Carniti (FIM CISL) assieme alla FIOM, e a Brodolini (“ministro da una parte sola, quella dei lavoratori”, proveniente dalla CGIL) compresero (non negarono) il conflitto operaio e la sua legittimità, aprendogli nuovi sbocchi. Per nessuno di loro la violenza era la via al cambiamento, ma lottarono anche con il conflitto per ottenerlo. Ricordavano tutti (a cominciare da Brodolini) che la norma era piuttosto stata la strage operaia e contadina fino ad almeno Avola 1969. Ed oggi, con tutte le differenze, qual è la norma a cui pretendiamo si adattino oggi i nostri giovani? Il movimento studentesco europeo si oppone ad un arretramento pauroso: di prospettive, di realtà quotidiana, di qualità democratica, di insostenibilità climatica, di riarmo a spese del welfare, di guerra e di indecenti doppi standard a favore di Israele. Si trova dinanzi ad una nuova conferma della tendenziale incompatibilità fra piena democrazia e capitalismo, a meno di reazioni molto profonde ed opposizione partecipata. Vede i partiti e gran parte dei politici inghiottiti dal controllo che poche élite proprietarie esercitano sui media, sul welfare, sulla scuola, sull’università, sul clima. Non scorgono più partiti pienamente in grado di coltivare un’autonomia (ad esempio di radicamento e di finanziamento) ed un’alterità senza la quale il pluralismo è quasi solo forma, anche se garantisce una basica libertà di espressione e manifestazione. Un tempo quest’autonomia ed alterità esistevano, e permisero a Benvenuto e agli altri grandi leader di interpretare l’indignazione sociale in modo autonomo. Furono decisivi contro il terrorismo, ma sempre e solo come parte dirigente di un conflitto democratico in grado di affermare l’irrazionalità e l’inammissibilità dello sfruttamento come regola. Oggi, gli studenti d’Europa si trovano di fronte alla sempre più sfacciata regola dello sfruttamento, già solo per mantenersi agli studi, già solo per trovare una stanza d’affitto. E, soprattutto nel nostro paese, privi di una parte politico-sindacale in grado come allora di sostenerli davvero saldamente. Dinanzi a questa realtà sono già preziose la occupazioni scolastiche: una pratica partecipativa autonoma che la rachitica democrazia odierna permette in modi insufficienti e perlopiù ingannevoli. Le occupazioni e la manifestazioni vanno comprese al di fuori dei formalismi, come un’importante socializzazione alla politica, solo minoritariamente e marginalmente violenta, che senza una quota di disubbidienza non sarebbe sufficiente dinanzi ad un avvenire che (senza alcuna esagerazione) non è mai stato così inaccettabile. Peraltro, rispetto ai movimenti giovanili di un tempo, non va dimenticato nemmeno che si tratta di generazioni demograficamente scarse, e dunque elettoralmente secondarie. Pensate davvero siano così idioti da non capirlo? Nessuno può ingoiare una simile condizione senza reagire e scuotere le istituzioni ostaggio dell’elitismo. Il punto semmai è allargare la loro lotta contro il destino da sfruttamento, che colpisce in pieno anche i ceti più classicamente salariati. Una lotta generalizzabile, come si vede specie dai cortei francesi, che assicura un’indispensabile indignazione “populista”, ma in realtà porta in dote la più razionale delle culture politiche, e la più innovativa delle economie.
(critica sociale)