Italiani all’estero e referendum di Carlo Caldarini

da Pierpaolo Cicalò

Italiani all’estero e referendum: Tra appartenenza senza presenza e presenza senza appartenenza

12 Maggio 2026Carlo Caldarini

emigrazione, italiani, referendum

Nel recente referendum sulla giustizia, gli italiani all’estero hanno votato in maggioranza in modo opposto rispetto ai residenti in Italia. Ma il dato più interessante è forse un altro: mentre nei paesi europei prevale il No, in molte realtà extraeuropee vince il Sì. Una frattura che rinvia a storie migratorie diverse e a differenti modi di vivere il legame con l’Italia. Ma che solleva anche una tensione sempre più evidente: fino a che punto l’appartenenza giuridica può prevalere sull’esperienza concreta di chi vive, lavora e partecipa ogni giorno alla vita di un paese?

Il voto degli italiani all’estero in occasione del recente referendum costituzionale merita probabilmente più attenzione di quanta ne abbia ricevuta finora. Non solo per il risultato complessivo, ma soprattutto per la sua distribuzione geografica, che sembra delineare una configurazione tutt’altro che casuale.

In contrasto con quanto accaduto tra i residenti in Italia, la maggioranza  degli elettori italiani all’estero ha sostenuto la riforma della giustizia proposta dal governo di Giorgia Meloni. Questo orientamento non è stato sufficiente a modificare l’esito finale della consultazione, eppure merita di essere analizzato.

Un altro voto dentro il voto: gli italiani all’estero

Nel voto estero, il “Sì” ha infatti ottenuto il 56,3% dei voti validi (803.632), contro il 43,7% del “No” (622.652 voti), con un’affluenza del 28,5%. La partecipazione è risultata più elevata in America Latina (33,7%), seguita dall’Europa (27%), mentre si attesta su livelli più bassi in Nord e Centro America (22,5%) e nelle aree di Africa, Asia, Oceania e Antartide (22,2%).
Al di là dei dati aggregati, è però la loro distribuzione territoriale a meritare particolare attenzione: i paesi europei sono infatti gli unici in cui il “No” alla riforma della giustizia proposta dal governo prevale con sistematicità (vedi tabella).
Preso isolatamente, questo elemento potrebbe apparire come una semplice variazione geografica. E tuttavia, la relativa coerenza di questa configurazione suggerisce una lettura più esigente: essa potrebbe rinviare a una frattura più profonda, non solo territoriale, ma anche storica, sociale e politica, all’interno dell’elettorato italiano all’estero.

Storie migratorie, diaspore differenti e comportamenti elettorali

Una prima pista interpretativa riguarda la pluralità delle traiettorie migratorie che compongono oggi l’Italia fuori d’Italia. Le collettività italiane nel mondo non costituiscono un insieme omogeneo: sono il prodotto di ondate migratorie differenti, maturate in contesti economici, politici e culturali diversi. Queste storie continuano a incidere sulle forme di appartenenza nazionale, sui legami mantenuti con il paese d’origine e, verosimilmente, anche sui comportamenti politici.
In diversi paesi europei, la presenza italiana è in larga misura il risultato di mobilità relativamente recenti, spesso intensificatesi dopo la crisi del 2008. Si tratta frequentemente di persone più giovani, con livelli di istruzione medio-alti, inserite in percorsi professionali qualificati e in spazi transnazionali. Per una parte di esse, il rapporto con l’Italia resta diretto e aggiornato: seguono il dibattito pubblico, confrontano le istituzioni, mantengono relazioni regolari con il paese e ne condividono, almeno in parte, i conflitti politici.
Nei paesi segnati da una più antica immigrazione italiana – Stati Uniti, Canada e soprattutto America Latina – il corpo elettorale comprende invece una quota più ampia di discendenti di emigrati appartenenti a generazioni successive. In questi contesti, l’italianità può trasmettersi meno attraverso l’esperienza immediata delle istituzioni e più attraverso la memoria familiare, le reti comunitarie, i racconti migratori e la valorizzazione simbolica delle origini.
Questa distinzione richiama, almeno in parte, un’ipotesi formulata in un lavoro precedente: quella di una tensione tra due volti dell’emigrazione italiana nel mondo. Da un lato, una componente più cosmopolita, caratterizzata dalla mobilità, dalla pluralità delle appartenenze e dall’inserimento in universi sociali transnazionali. Dall’altro, una componente più identitaria, nella quale il legame con l’Italia si esprime soprattutto attraverso l’eredità familiare, la continuità simbolica e il richiamo alle radici.1
Non si tratta, evidentemente, di contrapporre due blocchi omogenei né di ridurre le scelte elettorali a questa sola chiave di lettura. Le situazioni individuali restano molteplici, le generazioni si sovrappongono e ogni paese presenta propri clivages sociali e politici. Tuttavia, questa prospettiva consente di formulare un’ipotesi plausibile: a seconda delle storie migratorie, il voto può radicarsi diversamente — talvolta in un’esperienza concreta e comparativa delle politiche pubbliche, talvolta in rappresentazioni più simboliche della nazione, dell’ordine istituzionale o dell’identità collettiva.

L’effetto della distanza politica

Un secondo elemento riguarda l’effetto della distanza. È possibile che l’allontanamento geografico – e, in parte, biografico – contribuisca a modificare il modo in cui le questioni istituzionali vengono percepite. Le riforme della giustizia, per esempio, non sono oggetti neutri: richiedono una certa familiarità con il funzionamento concreto dello Stato, con i suoi equilibri e con le sue tensioni. In assenza di questa esperienza diretta, il dibattito può tendere a semplificarsi, a polarizzarsi, a essere ricondotto a categorie più generali: ordine, efficienza, stabilità, leadership.
Naturalmente, queste ipotesi non esauriscono la complessità del fenomeno. Le comunità italiane all’estero sono tutt’altro che omogenee e, all’interno di ciascun paese, esistono differenze significative per classe sociale, generazione, livello di istruzione, partecipazione sociale e inserimento professionale. Allo stesso modo, sarebbe riduttivo spiegare le divergenze di voto unicamente in termini di informazione più o meno elevata.

Una questione democratica più ampia

Resta tuttavia una domanda, che questo voto sembra rendere più visibile: in che modo si configura oggi la cittadinanza politica quando viene esercitata a distanza? E come si articolano – o si disarticolano – il diritto di partecipare alle decisioni collettive e l’esperienza concreta dei loro effetti? Non si tratta, evidentemente, di mettere di colpo in discussione il principio del voto degli italiani all’estero, che rappresenta in sé una conquista importante. Si tratta piuttosto di riconoscere che esso apre anche una serie di tensioni che meritano di essere nominate e analizzate.
In particolare, questo risultato elettorale invita a interrogare – senza semplificazioni – la pertinenza di un dispositivo che attribuisce pieni diritti di partecipazione politica anche a persone che, in alcuni casi, non hanno mai avuto un rapporto diretto e vissuto con le istituzioni del paese, mentre quegli stessi diritti restano negati a molte persone che in quel paese vivono, crescono, lavorano e contribuiscono ogni giorno.
Emerge così un paradosso difficilmente ignorabile. In molti contesti, appare quasi scontato richiedere a una persona immigrata una certa conoscenza delle istituzioni – talvolta persino della Costituzione – come condizione per accedere alla cittadinanza politica nel paese di residenza. Ma, nello stesso tempo, il diritto di voto a un referendum costituzionale può essere esercitato da persone che, in alcuni casi, non conoscono – o conoscono solo in modo molto indiretto – il funzionamento concreto del paese al quale sono giuridicamente legate.
La questione non è soltanto teorica. È una contraddizione concreta tra appartenenza senza presenza e presenza senza appartenenza.
Si delinea così uno scarto tra differenti definizioni della cittadinanza politica: da un lato, una cittadinanza fondata sull’appartenenza identitaria; dall’altro, una cittadinanza ancorata alla presenza effettiva, alla partecipazione sociale e al contributo concreto alla vita collettiva.

Note

1Caldarini C., et al., L’associazionismo dell’emigrazione italiana in transizione. Edizioni Futura, 2022 (L’associazionismo dell’emigrazione italiana in transizione – Futura Editrice).

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