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Italiani all’estero e referendum di Carlo Caldarini

da Pierpaolo Cicalò 21 Maggio 2026

Italiani all’estero e referendum: Tra appartenenza senza presenza e presenza senza appartenenza

12 Maggio 2026Carlo Caldarini

emigrazione, italiani, referendum

Nel recente referendum sulla giustizia, gli italiani all’estero hanno votato in maggioranza in modo opposto rispetto ai residenti in Italia. Ma il dato più interessante è forse un altro: mentre nei paesi europei prevale il No, in molte realtà extraeuropee vince il Sì. Una frattura che rinvia a storie migratorie diverse e a differenti modi di vivere il legame con l’Italia. Ma che solleva anche una tensione sempre più evidente: fino a che punto l’appartenenza giuridica può prevalere sull’esperienza concreta di chi vive, lavora e partecipa ogni giorno alla vita di un paese?

Il voto degli italiani all’estero in occasione del recente referendum costituzionale merita probabilmente più attenzione di quanta ne abbia ricevuta finora. Non solo per il risultato complessivo, ma soprattutto per la sua distribuzione geografica, che sembra delineare una configurazione tutt’altro che casuale.

In contrasto con quanto accaduto tra i residenti in Italia, la maggioranza  degli elettori italiani all’estero ha sostenuto la riforma della giustizia proposta dal governo di Giorgia Meloni. Questo orientamento non è stato sufficiente a modificare l’esito finale della consultazione, eppure merita di essere analizzato.

Un altro voto dentro il voto: gli italiani all’estero

Nel voto estero, il “Sì” ha infatti ottenuto il 56,3% dei voti validi (803.632), contro il 43,7% del “No” (622.652 voti), con un’affluenza del 28,5%. La partecipazione è risultata più elevata in America Latina (33,7%), seguita dall’Europa (27%), mentre si attesta su livelli più bassi in Nord e Centro America (22,5%) e nelle aree di Africa, Asia, Oceania e Antartide (22,2%).
Al di là dei dati aggregati, è però la loro distribuzione territoriale a meritare particolare attenzione: i paesi europei sono infatti gli unici in cui il “No” alla riforma della giustizia proposta dal governo prevale con sistematicità (vedi tabella).
Preso isolatamente, questo elemento potrebbe apparire come una semplice variazione geografica. E tuttavia, la relativa coerenza di questa configurazione suggerisce una lettura più esigente: essa potrebbe rinviare a una frattura più profonda, non solo territoriale, ma anche storica, sociale e politica, all’interno dell’elettorato italiano all’estero.

Storie migratorie, diaspore differenti e comportamenti elettorali

Una prima pista interpretativa riguarda la pluralità delle traiettorie migratorie che compongono oggi l’Italia fuori d’Italia. Le collettività italiane nel mondo non costituiscono un insieme omogeneo: sono il prodotto di ondate migratorie differenti, maturate in contesti economici, politici e culturali diversi. Queste storie continuano a incidere sulle forme di appartenenza nazionale, sui legami mantenuti con il paese d’origine e, verosimilmente, anche sui comportamenti politici.
In diversi paesi europei, la presenza italiana è in larga misura il risultato di mobilità relativamente recenti, spesso intensificatesi dopo la crisi del 2008. Si tratta frequentemente di persone più giovani, con livelli di istruzione medio-alti, inserite in percorsi professionali qualificati e in spazi transnazionali. Per una parte di esse, il rapporto con l’Italia resta diretto e aggiornato: seguono il dibattito pubblico, confrontano le istituzioni, mantengono relazioni regolari con il paese e ne condividono, almeno in parte, i conflitti politici.
Nei paesi segnati da una più antica immigrazione italiana – Stati Uniti, Canada e soprattutto America Latina – il corpo elettorale comprende invece una quota più ampia di discendenti di emigrati appartenenti a generazioni successive. In questi contesti, l’italianità può trasmettersi meno attraverso l’esperienza immediata delle istituzioni e più attraverso la memoria familiare, le reti comunitarie, i racconti migratori e la valorizzazione simbolica delle origini.
Questa distinzione richiama, almeno in parte, un’ipotesi formulata in un lavoro precedente: quella di una tensione tra due volti dell’emigrazione italiana nel mondo. Da un lato, una componente più cosmopolita, caratterizzata dalla mobilità, dalla pluralità delle appartenenze e dall’inserimento in universi sociali transnazionali. Dall’altro, una componente più identitaria, nella quale il legame con l’Italia si esprime soprattutto attraverso l’eredità familiare, la continuità simbolica e il richiamo alle radici.1
Non si tratta, evidentemente, di contrapporre due blocchi omogenei né di ridurre le scelte elettorali a questa sola chiave di lettura. Le situazioni individuali restano molteplici, le generazioni si sovrappongono e ogni paese presenta propri clivages sociali e politici. Tuttavia, questa prospettiva consente di formulare un’ipotesi plausibile: a seconda delle storie migratorie, il voto può radicarsi diversamente — talvolta in un’esperienza concreta e comparativa delle politiche pubbliche, talvolta in rappresentazioni più simboliche della nazione, dell’ordine istituzionale o dell’identità collettiva.

L’effetto della distanza politica

Un secondo elemento riguarda l’effetto della distanza. È possibile che l’allontanamento geografico – e, in parte, biografico – contribuisca a modificare il modo in cui le questioni istituzionali vengono percepite. Le riforme della giustizia, per esempio, non sono oggetti neutri: richiedono una certa familiarità con il funzionamento concreto dello Stato, con i suoi equilibri e con le sue tensioni. In assenza di questa esperienza diretta, il dibattito può tendere a semplificarsi, a polarizzarsi, a essere ricondotto a categorie più generali: ordine, efficienza, stabilità, leadership.
Naturalmente, queste ipotesi non esauriscono la complessità del fenomeno. Le comunità italiane all’estero sono tutt’altro che omogenee e, all’interno di ciascun paese, esistono differenze significative per classe sociale, generazione, livello di istruzione, partecipazione sociale e inserimento professionale. Allo stesso modo, sarebbe riduttivo spiegare le divergenze di voto unicamente in termini di informazione più o meno elevata.

Una questione democratica più ampia

Resta tuttavia una domanda, che questo voto sembra rendere più visibile: in che modo si configura oggi la cittadinanza politica quando viene esercitata a distanza? E come si articolano – o si disarticolano – il diritto di partecipare alle decisioni collettive e l’esperienza concreta dei loro effetti? Non si tratta, evidentemente, di mettere di colpo in discussione il principio del voto degli italiani all’estero, che rappresenta in sé una conquista importante. Si tratta piuttosto di riconoscere che esso apre anche una serie di tensioni che meritano di essere nominate e analizzate.
In particolare, questo risultato elettorale invita a interrogare – senza semplificazioni – la pertinenza di un dispositivo che attribuisce pieni diritti di partecipazione politica anche a persone che, in alcuni casi, non hanno mai avuto un rapporto diretto e vissuto con le istituzioni del paese, mentre quegli stessi diritti restano negati a molte persone che in quel paese vivono, crescono, lavorano e contribuiscono ogni giorno.
Emerge così un paradosso difficilmente ignorabile. In molti contesti, appare quasi scontato richiedere a una persona immigrata una certa conoscenza delle istituzioni – talvolta persino della Costituzione – come condizione per accedere alla cittadinanza politica nel paese di residenza. Ma, nello stesso tempo, il diritto di voto a un referendum costituzionale può essere esercitato da persone che, in alcuni casi, non conoscono – o conoscono solo in modo molto indiretto – il funzionamento concreto del paese al quale sono giuridicamente legate.
La questione non è soltanto teorica. È una contraddizione concreta tra appartenenza senza presenza e presenza senza appartenenza.
Si delinea così uno scarto tra differenti definizioni della cittadinanza politica: da un lato, una cittadinanza fondata sull’appartenenza identitaria; dall’altro, una cittadinanza ancorata alla presenza effettiva, alla partecipazione sociale e al contributo concreto alla vita collettiva.

Note

1Caldarini C., et al., L’associazionismo dell’emigrazione italiana in transizione. Edizioni Futura, 2022 (L’associazionismo dell’emigrazione italiana in transizione – Futura Editrice).

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da Pierpaolo Cicalò 21 Maggio 2026

UTOPIA VIAGGI SENZA RITORNO

docufilm di Pietro Mariani

Utopia – Viaggi senza ritorno, il docufilm del regista Pietro Mariani è un’opera che, prendendo le mosse dal naufragio dell’Utopia, allarga lo sguardo fino a comprendere il significato più profondo e universale dell’esperienza migratoria. “Il sottotitolo Viaggi senza ritorno non riguarda solo il naufragio”, chiarisce Mariani, “ma il fatto che chi emigra, nella maggior parte dei casi, non torna davvero: una volta costruita una nuova vita, è difficilissimo sradicarsi di nuovo”.

Il docufilm, che ricostruisce la tragedia del piroscafo SS Utopia affondato il 17 marzo 1891 nella baia di Gibilterra con centinaia di emigranti italiani diretti verso gli Stati Uniti, nasce da una scoperta relativamente recente nella biografia del regista, che vive in Spagna da oltre due decenni e che ammette di non aver mai sentito parlare di questa vicenda fino a pochi anni fa, quando un incontro lo ha spinto ad approfondire una storia rimasta a lungo ai margini della memoria collettiva. ….

“Le motivazioni delle migrazioni – osserva Mariani – sono le stesse oggi come allora: si parte per cercare condizioni di vita migliori, non solo economiche ma anche ambientali e sociali”, ed è proprio questa continuità a rendere il racconto del passato uno strumento di lettura del presente, in un contesto globale ancora segnato da movimenti migratori e da tragedie che, pur mutate nelle forme, conservano analogie profonde.

Accanto alla dimensione tragica, il film mette in luce un elemento che il regista considera fondamentale, ovvero la solidarietà spontanea delle popolazioni locali: dopo il naufragio, gli abitanti di Gibilterra e della zona della Línea de la Concepción si mobilitarono per soccorrere i superstiti, accogliendoli, vestendoli e assistendoli per settimane, mentre una parte consistente delle vittime non poté essere sepolta a terra e fu affidata al mare, a testimonianza della portata della tragedia. “Davanti a eventi di questo tipo le persone comuni reagiscono, sentono quella tragedia come propria e cercano di fare qualcosa”…..

Nel suo docufilm, il regista non si limita a ricostruire il passato, dando voce a parenti e discendenti di alcune delle vittime, ma si interroga anche sul rapporto tra memoria e attualità, soffermandosi sui luoghi di partenza degli emigranti, molti dei quali coincidono con piccoli borghi del Sud Italia oggi segnati da spopolamento e fragilità strutturali: “Non basta invitare i discendenti degli emigrati a tornare”, afferma il regista, “serve valorizzare concretamente questi territori, creare servizi, infrastrutture e opportunità reali”, evidenziando come il tema dell’emigrazione si intrecci inevitabilmente con quello dello sviluppo e delle politiche territoriali….

Da qui nasce anche una riflessione sul ruolo del cinema nel restituire valore a queste storie e a questi territori, ma che per Mariani è ancora in parte inespresso, soprattutto in relazione alla diaspora italiana. “Il cinema italiano parla quasi esclusivamente agli italiani che vivono in Italia e racconta poco gli italiani all’estero”, osserva, rilevando una mancanza che riguarda non solo la produzione culturale ma anche la capacità di immaginare un dialogo tra il Paese e le sue comunità nel mondo, che rappresentano una risorsa significativa in termini di competenze, esperienze e potenzialità….Il film è stato presentato il 17 aprile all’Aula Magna della Scuola Italiana di Madrid, nell’ambito di un evento organizzato dal Comites che opera nella Capitale. L’appuntamento ha registrato una partecipazione ampia e attenta, con la presenza di studenti, docenti, rappresentanti della comunità italiana e numerose autorità istituzionali, tra cui l’Ambasciatore d’Italia a Madrid, Giuseppe Buccino Grimaldi, e il Console Generale Spartaco Caldararo. Ad aprire la serata è stato il presidente del Comites, Andrea Lazzari, cui sono seguiti i saluti del dirigente scolastico Massimo Bonelli e gli interventi dello stesso Mariani e della professoressa Pina Mafodda, autrice di un volume dedicato al naufragio.

Il docufilm sarà protagonista di una serie di proiezioni anche in Italia, a partire dalle prossime settimane. Tra le tappe, Roma e Lecce.

(da Raffaellaa Papa)

Articolo completo al linK https://ilglobo.com/news/utopia-una-menzogna-come-destino-144914/

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Il CGIE in Assemblea Plenaria a Roma dall’11 al 15 maggio

da Pierpaolo Cicalò 9 Maggio 2026

Dall’11 al 15 maggio si svolgerà a Roma l’Assemblea plenaria del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero, articolata in quattro giornate di lavori alla Farnesina e una sessione conclusiva presso la sede del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro.

L’Assemblea plenaria rappresenta un momento centrale di sintesi e programmazione dell’attività istituzionale del CGIE, orientato alla definizione di priorità operative e all’adozione di atti e proposte che incidano concretamente sulla vita quotidiana degli italiani residenti all’estero.

Tra i molti temi che attraverseranno l’intera settimana di lavori (cittadinanza, servizi consolari, rilascio della carta d’identità elettronica, diffusione della lingua e della cultura), un focus sarà dedicato alle elezioni per il rinnovo dei Com.It.Es., previste entro quest’anno, su cui il CGIE intende avanzare proposte puntuali e immediatamente attuabili, elaborate sulla base di un documento specifico predisposto dalla III Commissione tematica e tese a facilitare le modalità di raccolta delle firme per la presentazione delle liste e favorire la partecipazione al voto.

La giornata di lunedì 11 sarà dedicata alle riunioni delle Commissioni continentali e del Gruppo dei Consiglieri di nomina governativa, momento di confronto interno alle diverse aree geografiche di rappresentanza.

Martedì 12 le Commissioni tematiche si riuniranno singolarmente la mattina, mentre il pomeriggio, in sessione plenaria non deliberante, la I Commissione – che ha promosso il lancio di un sondaggio su come si informano le comunità italiane nel mondo – curerà la presentazione dell’offerta RAI per i connazionali all’estero e la VI coordinerà l’incontro con le Consulte regionali dell’emigrazione.

I lavori assembleari saranno aperti ufficialmente mercoledì 13 dall’incontro con il Presidente del CGIE, Vicepresidente del Consiglio e Ministro degli Affari esteri e della cooperazione internazionale, on. Antonio Tajani. Seguiranno le letture delle Relazioni di Governo e della segretaria generale Maria Chiara Prodi, alla presenza del Direttore generale della DGIT del MAECI, ministro plenipotenziario Silvia Limoncini. Nella stessa giornata e in quella successiva si svolgeranno il dibattito assembleare e la presentazione delle relazioni delle Commissioni continentali, del Gruppo di nomina governativa e delle Commissioni tematiche, le cui mozioni e ordini del giorno verranno posti in votazione al termine di ciascuna presentazione.

Giovedì 14 sarà dedicato al confronto con i Parlamentari italiani e alla relazione sull’aggiornamento del Regolamento interno, presentata dal vicesegretario generale per l’America Latina, Mariano Gazzola. Si svolgerà inoltre la cerimonia di premiazione dei vincitori del Premio Michele Schiavone.

Durante la sessione conclusiva, che si terrà a Villa Lubin, saranno illustrati gli orientamenti preparatori della ricerca sul contributo degli italiani all’estero all’economia nazionale, promosso congiuntamente dal CGIE e dal CNEL con l’obiettivo di rafforzarne il legame con il sistema Paese. Sarà inoltre dedicato uno spazio alla presentazione da parte del CNEL del sondaggio in corso sui giovani expat, sostenuto dal CGIE e diffuso attraverso la rete della rappresentanza degli italiani nel mondo. Sul tema è stato inoltre predisposto un documento specifico dalla V Commissione tematica del Consiglio Generale.

A ciò si affiancherà il dibattito sul progetto L’Europa in Movimento, iniziativa già promossa dal CGIE per la costituzione di un’Agenzia europea dedicata ai cittadini in mobilità, alle politiche sociali, al lavoro e ai diritti civili e politici.

Nella stessa giornata la vicesegretaria generale per i Paesi anglofoni extraeuropei Silvana Mangione terrà una relazione sulla storia della rappresentanza degli italiani all’estero, che assume una rilevanza simbolica alla luce degli importanti anniversari del 2026: i quarant’anni dall’istituzione dei Com.It.Es., i 35 del CGIE e i 20 della circoscrizione estero.

All’assise saranno invitati in qualità di esperti i Presidenti dei Com.It.Es. di Johannesburg, Giorgio Devalle, e del Messico, Giovanni Buzzurro, realtà non rappresentate in seno al CGIE, a testimonianza della volontà di integrare esperienze territoriali diverse in un quadro di intervento unitario

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Al Museo dell’emigrazione marchigiana l’otto maggio il Convegno “Marcinelle ’70 lavoro, sicurezza ed emigrazione”

da Pierpaolo Cicalò 9 Maggio 2026

Rino Giuliani della Direzione nazionale di Istituto Fernando Santi“ interviene sul tema lavoro, sicurezza ed emigrazione:

“Ringrazio il Direttore del Museo dell’Emigrazione marchigiana per l’invito ad intervenire sul tema del lavoro e della sicurezza nella iniziativa in cui ricordiamo Marcinelle. L’Istituto Fernando Santi che è presente nell’emigrazione italiana dal 1970, nel Belgio, in particolare, conserva una memoria particolare dovuta ai non pochi suoi aderenti più anziani che in modo diretto o indiretto hanno vissuto quella che è stata la tragedia di tutta la comunità italiana che da discriminata è arrivata, nel tempo, ad esprimere dirigenti delle più alte istituzioni di quel paese.

Venendo al tema:

I morti sul lavoro sono molti di più di quelli “ufficiali”:

Carlo Soricelli operaio metalmeccanico, curatore dell’Osservatorio nazionale di Bologna morti sul lavoro (attivo da 19 anni), da dati continuamente aggiornati che segnalano come, dall’inizio al 27 aprile del 2026, 327 siano stati i morti sui luoghi di lavoro. Con le morti in itinere si arriva a 452 morti.

L’osservatorio monitora tutti i caduti sul lavoro, anche quelli non coperti da Inail, lavoratori in nero o con assicurazioni diverse. Ogni vittima è registrata con nome, età, professione, nazionalità e luogo della tragedia, morti che, altrimenti, neanche verrebbero contati come vittime sul lavoro.

Una fotografia del luglio 2025 evidenziava come dall’inizio dell’anno le vittime sul luogo di lavoro erano state 705.Ai 705 morti sul luogo di lavoro vanno aggiunte le “vittime per infortunio sul luogo di lavoro” (lavoratori che subiscono un danno fisico – morte, invalidità permanente o temporanea – a causa di un evento improvviso e violento legato alla propria attività lavorativa o al tragitto casa-lavoro,) e si arriva così ad oltre mille».

Il ritmo delle morti è impressionante: è stato calcolato che ogni sei ore e pochi minuti un lavoratore perde la vita».

L’osservatorio dimostra come I numeri sono ben più alti di quelli forniti dall’Inail: i dati Inail escludono migliaia di lavoratori non assicurati o assicurati con altri enti. Quella fotografia rappresenta un’enorme sottostima della realtà».

Il 2025, è stato l’anno con forte crescita delle morti.

Oltre il 30% dei morti sui luoghi di lavoro ha più di 60 anni; di questi, il 17% ha più di 70 anni.

Il 32% delle vittime è costituito da lavoratori stranieri, che sotto i 65 anni, diventeranno presto la maggioranza delle vittime sui luoghi di lavoro.

«Molti lavoratori del Sud muoiono in trasferta al Nord. Le donne muoiono meno sui luoghi di lavoro, ma quasi quanto gli uomini in itinere, spesso per la fretta e la stanchezza nel conciliare lavoro e famiglia».

La maggioranza dei decessi avviene in aziende piccole o piccolissime dove le tutele sono deboli e debole è il controllo dei lavoratori sul proprio lavoro.

«Dall’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori con il Jobs Act, l’aumento dei morti è stato del 43%.

La legge voluta dal ministro Salvini (il nuovo Codice dei Contratti Pubblici, decreto legislativo 36/2023), che ha voluto il “subappalto a cascata”, ha provocato un aumento del 15% dei decessi, soprattutto in edilizia e appalti pubblici.

Gli appalti a cascata sono una causa che va rimossa: la legge voluta dal ministro Salvini, entrata in vigore nel giugno 2023, ha causato un aumento del 15% dei decessi, soprattutto in
edilizia e anche negli appalti pubblici.

Il 15 maggio parte una raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare sugli appalti promossa dalla CGIL. Auspico una grande adesione a questa meritoria iniziativa.

La sensibilità degli italiani al riguardo è aumentata, l’impegno delle organizzazioni sindacali confederali è stato costante. Nelle forze politiche tuttavia non c’è un sufficiente raccordo con la accresciuta sensibilità dei cittadini.

Lo dico con rammarico e rabbia in prossimità dell’8 agosto giorno in cui l’Italia ricorda la “Giornata del Sacrificio del lavoro italiano nel mondo”, che dal dicembre 2001 tutti noi celebriamo per valorizzare e riconoscere il lavoro e il sacrificio dei tanti connazionali emigrati all’estero. Una commemorazione che ricade nella ricorrenza della tragedia mineraria di Marcinelle del 1956, nella quale persero la vita nella miniera di Bois du Cazier 262 minatori, tra cui 136 italiani accomunati nella loro tragica fine ad altri emigranti morti per lavoro in tanti posti dove le tutele non c’erano, come a Mattmark, in Svizzera a Monongag e Dawson negli USA.

Li ricordiamo tutti.

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Notizie dall'Italia

Il 25 aprile è libertà e giustizia sociale

da Pierpaolo Cicalò 23 Aprile 2026

Il 25 aprile è festa nazionale, una festa che dovrebbe essere condivisa da tutti gli italiani perchè è nella lotta al nazifascismo il fondamento della Repubblica e della nostra Costituzione.

Una lotta contro coloro che quella libertà la negavano al popolo italiano.

25 aprile come fondamento della libertà perduta e riconquistata.

Libertà bene insostituibile: non per alcuni ma per tutti.

Libertà che si completa con il perseguimento della giustizia sociale.

Questo binomio non viene scalfito dal tempo che scorre, resta stabile garanzia che muove la volontà di progresso, di emancipazione di chi meno ha, di coloro che per una libertà di pochi subiscono le diseguaglianze che si riproducono e che crescono.

Il presidente Sandro Pertini lo ha ricordato tante volte:” Libertà e giustizia sociale costituiscono un binomio inscindibile, l’un termine presuppone l’altro: non vi può essere vera giustizia sociale senza libertà, come non vi può essere vera libertà senza giustizia sociale.”

Colpisce il fatto che la settimana scorsa nell’assise mondiale Global Progressive Mobilisation in Barcellona la parola d’ordine più ricorrente di tanti leaders progressisti di diverse aree geopolitiche sia stata “Libertà e giustizia sociale”.

Principi e valori che si confermano nella loro validità e che vengono riaffermati e difesi da tutti coloro che nelle lotte sociali di questi anni si impegnano perché non prevalgano nel nostro paese scelte securitarie, già messe in atto, che restringono le libertà costituzionali.

Il 25 aprile è una festa da condividere, la ricorrenza di una insurrezione di tutti contro coloro che quella libertà l’avevano tolta al popolo italiano. Una scelta condivisa che già consapevolmente guardava alla ricostruzione della democrazia della quale i cittadini devono poter seguitare a godere.

Il 25 aprile è stato per noi in Europa l’inizio di una lunga stagione di pace.

Il presente nostro e di tanti nel mondo è segnato oggi da una fase troppo lunga di guerre, condizionato da logiche di guerra che influenzano le scelte di tanti governi che peggiorano la vita delle persone. Le guerre vanno fermate.

Non ci stancheremo di batterci perché è con la pace, e non nella sua assenza, con la convivenza pacifica che la libertà e la giustizia sociale possono svilupparsi.

Tutti dobbiamo fare la nostra parte.

FIEI

Rino Giuliani, Rodolfo Ricci

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La FIEI sul voto referendario

da Pierpaolo Cicalò 27 Marzo 2026
Il risultato del voto al ReferendumDownload
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NUNCA MAS – MAI PIU’ARGENTINA 1976-2026 50 Anni dal colpo di stato del 24 marzo 1976

da Pierpaolo Cicalò 13 Marzo 2026

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RIPENSARE IL RIENTRO: STRATEGIE PER UNA SARDEGNA ATTRATTIVA

da Pierpaolo Cicalò 13 Marzo 2026

 RIPENSARE IL RIENTRO: STRATEGIE PER UNA SARDEGNA ATTRATTIVA

Il CREI ACLI, Comitato Regionale per l’emigrazione e l’immigrazione,
vi invita a partecipare all’evento di presentazione della ricerca
“Ripensare il rientro: strategie per una Sardegna più attrattiva”.

La presentazione si terrà martedì 17 marzo alle ore 10:30 presso la
Sala della Fondazione di Sardegna via S. Salvatore da Horta 2,
Cagliari. Sarà possibile, inoltre, seguire la diretta streaming
dell’evento sul canale Youtube delle Acli della Sardegna al seguente
indirizzo: https://www.youtube.com/live/EDCrqVCEe6A

L’iniziativa rappresenta un momento di approfondimento dedicato alla
presentazione dei risultati della ricerca, finalizzata ad analizzare
le dinamiche contemporanee dell’emigrazione sarda e a individuare
possibili strategie di policy e strumenti operativi per favorire il
rientro dei sardi dall’estero e rafforzare l’attrattività dei
territori dell’Isola.

L’incontro costituirà un’occasione di confronto tra istituzioni, enti
di ricerca, organizzazioni della società civile e attori dello
sviluppo territoriale con l’obiettivo di condividere riflessioni,
esperienze e buone pratiche utili alla definizione di percorsi
innovativi per contrastare lo spopolamento e promuovere nuove
opportunità di sviluppo locale.

La ricerca è promossa dalla FAES e realizzata con il contributo della
Regione Autonoma della Sardegna, in collaborazione con il CREI ACLI
Sardegna.

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Due secoli di migrazioni italiane: unimmenso fatto politico totale

da Pierpaolo Cicalò 5 Marzo 2026


Salvatore Turi Palidda

Sul sito dell’Istituto Euroarabo nella pagina Dialoghi Mediterranei è appena uscito un bellissimo saggio del nostro Salvatore Palidda, Due secoli di migrazioni italiane: un immenso fatto politico totale , saggio che prende lo spunto dal libro curato da Lorenzo Prencipe e Matteo Sanfilippo Breve storia statistica dell’emigrazione italiana, pubblicato di recente dalla Fondazione Centro Studi Emigrazione. Ne riportiamo di seguito qualche stralcio

[…] Migrazioni cioè mobilità umane: uno dei principali fatti politici totali della storia dell’umanità

Tutta la storia dell’umanità è storia di spostamenti a breve, media e lunga distanza. Riprendendo l’essenziale dei classici delle scienze politiche e sociali appare evidente che tre sono le più marcanti caratteristiche degli esseri umani, quelle di: animale politico, di animale pensante, animale mobile  – oltre che biologicamente unico. Questi spostamenti continui hanno prodotto il popolamento progressivo di tutti i continenti, la formazione e le continue trasformazioni della vita associata degli esseri umani, cioè delle società locali e poi nazionali. Per ciò, le migrazioni vanno considerate come un fatto politico totale le cui cause e ragioni sono sempre molteplici e spesso inconsapevolmente vissute dai migranti.

Come suggerisce Sayad, si tratta sempre di emigrazioni e immigrazioni, e aggiungo, spesso ritorni e “va-e-vieni”. E sempre con Sayad, ricordiamo che le migrazioni hanno una funzione specchio. sono cioè rivelatrici delle caratteristiche dell’organizzazione politica della società di partenza, di quella di immigrazione e delle relazioni fra loro (spesso marchiate dal colonialismo e oggi dal neocolonialismo liberista).

Secondo la prima importante tabella elaborata da Prencipe e Sanfilippo, il totale degli espatri dal 1861 al 2023 ammonterebbe a 28.996.958 (di cui il 26,08% donne) e “con stime” a 30.839.332, mentre i rimpatri ammonterebbero a 11.527.894 e con stime a 11.863.445 (x i rimpatri non si hanno dati sulle donne). Queste enormi cifre fanno dell’Italia uno dei Paesi più segnati dalle migrazioni e, lo sottolineiamo subito, occorre sempre parlare di migrazioni non solo perché si tratta di espatri e poi di rimpatri, ma anche di “va-e-vieni” che però è impossibile misurare.

Inoltre, va anche ricordato che le migrazioni italiane (di una certa consistenza quantitativa) esistevano già prima dell’Unità d’Italia, per esempio dalla Sicilia e dalla Campania verso la Tunisia (spesso con piccole barche), verso l’Algeria e il Marocco, così come – a piedi – dal Nord Italia verso la Francia, e un po’ meno verso altri Paesi.

E ancora, non va dimenticato che tante emigrazioni erano “clandestine” e hanno continuato a rimanere tali o comunque ignote alla pubblica amministrazione anche dopo l’Unità d’Italia e persino sino a oggi. Altro fatto noto molto rilevante è che tutta la storia delle migrazioni fra le regioni italiane e l’estero si sovrappone o è contemporanea a quella delle cosiddette migrazioni interne dalle campagne alle città (in tutte le regioni) e da regioni verso altre regioni (non solo dalle isole e dal Sud verso il Nord, secondo il luogo comune dominante.)

In realtà gli spostamenti fra comuni vicini e poi anche lontani all’interno dell’Italia si ripetono da sempre per non parlare delle emigrazioni e immigrazioni all’interno di tutto il mondo euro-mediterraneo, in particolare nel periodo del Rinascimento (si veda il volume di Studi emigrazione curato da Surdich e Sanfilippo e altre pubblicazioni riguardanti le diverse regioni e città italiane). Ricordiamo anche le migrazioni di artigiani, artisti e manovalanze fra le quali l’epopea di questi in Francia e nei Paesi Bassi. […]

Segue una storia dettagliata delle emigrazioni dall’Italia a partire dal Risorgimento, con particolare attenzione al caso siciliano, specie dopo la repressione dei Fasci del 1891-95, e all’esodo operaio dal Nord, specie dopo i fatti di Milano del 1898, e ancora sotto il fascismo e poi durante il cosiddetto boom, fino ad oggi

Conclusioni

La grande mobilità di massa provocata dallo sviluppo capitalista del XIX e XX secolo sovrapposto alle guerre e ai vari disastri (quella connessa alla grande trasformazione descritta da Polany), si è rilanciata a seguito dell’ultima “grande trasformazione” provocata dalla controrivoluzione liberista globalizzata. Il liberismo si è imposto puntando sull’esasperazione dell’asimmetria di potere, di mezzi e di ricchezza a favore di un numero sempre inferiore di dominanti e dei loro sostenitori, fatto che ha consentito una devastazione planetaria. Gran parte della popolazione è spesso massacrata non solo dalla fame, da malattie non curate, dall’esasperazione delle diseguaglianze, ma anche dalle guerre istigate dalle potenze dominanti, e quindi costretta a cercare disperatamente la salvezza migrando, e spesso morendo durante questi tentativi (vedi Resistenze ai disastri sanitari-ambientali ed economici nel Mediterraneo).

Si fugge da tanti luoghi dei Paesi martoriati non solo dalle guerre ma anche dalle devastazioni provocate dalle multinazionali per estrarre petrolio, carbone, uranio, gas, i cosiddetti nuovi minerali preziosi, da una pesca industriale, da grandi opere che cancellano le comunità di territori grandi come la Francia, dalle discariche di rifiuti tossici ecc.

A questo si aggiungono le misure finanziarie che impongono ai Paesi meno fortunati e a tutti politiche economiche e sociali che affamano e creano spesso solo neo-schiavitù. Il proibizionismo delle migrazioni da parte dei Paesi ricchi imposto anche ai Paesi di transito è di fatto una guerra che provoca morte. In altre parole, i dominanti optano facilmente per il “lasciar morire” (la tanatopolitica) anziché per il “lasciar vivere” (la biopolitica) proprio perché non manca manodopera e persino umani da schiavizzare e trattare come “usa-e-getta”.

Ed è anche questo che spiega in parte il paradosso dell’emigrazione e dell’immigrazione che aumentano simultaneamente negli stessi luoghi. I dominanti non hanno alcun interesse a creare buone condizioni di lavoro e di remunerazione per trattenere i lavoratori, poiché possono disporre di braccia da selezionare e trattare a piacimento come manodopera malpagata o schiavi usa-e-getta, riducendo i costi del lavoro a meno del minimo. Ciò avviene nei Paesi ricchi, mentre in quelli poveri si fuggono la distruzione di intere società locali e tutto il peggio che si può immaginare a conseguenza di ciò.

La scelta ferocemente ostile alle migrazioni da parte dei Trump e dell’Unione europea è emblematica della congiuntura forse la più reazionaria conosciuta dal 1945. È ormai evidente che questa guerra non è dovuta alla bomba umana,non a “troppi umani”, ma a troppo poca umanità. La ricchezza mondiale potrebbe benissimo assicurare condizioni di lavoro e di vita decenti a tutta la popolazione mondiale, ma com’è noto neanche 3 mila miliardari e circa 100 mila milionari si accaparrano questa ricchezza.

In Italia nessun governo delle destre e dell’ex-sinistra ha mai adottato misure appropriate per contrastare il declino demografico e l’emigrazione, innanzitutto nel senso di contrastare la distribuzione della ricchezza oggi sempre più a sfavore dei redditi bassi e per aumentare i salari che diminuiscono più che nel resto d’Europa (fatto segnalato persino dall’OCSE). I neofascisti oggi al governo, secondo la logica razzista-suprematista bianca, pretendono di incentivare la “riproduzione di italiani” che peraltro è notoriamente fallimentare (nonostante la sua politica natalista, anche la Francia registra ora un calo demografico). L’Italia non potrà che continuare a essere Paese di emigrazione e di immigrazione. La guerra alle migrazioni e le altre guerre permanenti di questo XXI secolo, sino al genocidio del popolo palestinese, non potrà arrestare la resistenza di centinaia di milioni di umani innanzitutto perché è sopravvivenza.

in Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026 

L’articolo originale può essere letto qui

( da Pressenza international press agency)

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EmigrazioneNotizie dall'Italia

Istituto Fernando Santi, Anpi e Arci il 6 marzo a Recanati presentano il film “L’angelo di Buenos Aires”

da Pierpaolo Cicalò 25 Febbraio 2026

L’Istituto Fernando Santi , L’Anpi e l’Arci La Serra di Recanati presentano il 6 marzo alle ore 18,00 presso il Circolo Arci La Serra in Piazzale B. Gigli 3, il film di Enrico Blatti “L’Angelo di Buenos Aires”.


Ne parlano con l’autore Rino Giuliani, Roberto Vezzoso dell’Istituto Fernando Santi e Loredana Longhin segretaria della CGIL Marche.

Il film attraverso le testimonianze di molti protagonisti dell’epoca recupera la memoria storica di fatti accaduti 50 anni or sono, il 24 marzo 1976, data del golpe civico-militare in Argentina, e di alcuni personaggi significativi come Filippo Di Benedetto che si è opposto alla dittatura e che ha salvato dalla morte centinaia di persone.
Di Benedetto si oppose ad una dittatura esercitata tramite la violenza e la tortura, l’esilio forzato, l’appropriazione di minori, che provocò un numero stimato di circa 30.000 sparizioni.
Metà dei circa 30mila desaparecidos era italiana. Tra le circa 100mila persone imprigionate, torturate, esiliate metà erano di origine italiana. Filippo Di Benedetto nato a Saracena (CS), nel 1952 decise di raggiungere in Argentina il fratello Orlando che già viveva da due anni a Buenos Aires.
Dopo il golpe del 24 marzo 1976 Di Benedetto, già responsabile del patronato Inca Cgil di Buenos Aires e presidente della Filef, entrò in contatto con l’allora vice console italiano, Enrico Calamai e col corrispondente del «Corriere della Sera», Gian Giacomo Foà, si misero a servizio delle centinaia di famiglie che disperate si rivolgevano al Consolato d’Italia per trovare rifugio di fronte ai rastrellamenti violenti degli squadroni della morte.
Di Benedetto pagò a duro prezzo il suo impegno: la figlia del fratello Orlando, Domenica, fu sequestrata e torturata e il nipote Eduardo, sequestrato nel novembre del 1976 da quattro uomini mentre accompagnava i suoi due figli a scuola, a tutt’oggi risulta scomparso. Si è dovuto aspettare fino al 30 ottobre 1983, perché con nuove elezioni, fosse ripristinata la democrazia.
“L’Angelo di Buenos Aires” racconta una grande storia di ideali, di tenacia e Resistenza.

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