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Italiani all’estero e referendum di Carlo Caldarini

da Pierpaolo Cicalò 21 Maggio 2026

Italiani all’estero e referendum: Tra appartenenza senza presenza e presenza senza appartenenza

12 Maggio 2026Carlo Caldarini

emigrazione, italiani, referendum

Nel recente referendum sulla giustizia, gli italiani all’estero hanno votato in maggioranza in modo opposto rispetto ai residenti in Italia. Ma il dato più interessante è forse un altro: mentre nei paesi europei prevale il No, in molte realtà extraeuropee vince il Sì. Una frattura che rinvia a storie migratorie diverse e a differenti modi di vivere il legame con l’Italia. Ma che solleva anche una tensione sempre più evidente: fino a che punto l’appartenenza giuridica può prevalere sull’esperienza concreta di chi vive, lavora e partecipa ogni giorno alla vita di un paese?

Il voto degli italiani all’estero in occasione del recente referendum costituzionale merita probabilmente più attenzione di quanta ne abbia ricevuta finora. Non solo per il risultato complessivo, ma soprattutto per la sua distribuzione geografica, che sembra delineare una configurazione tutt’altro che casuale.

In contrasto con quanto accaduto tra i residenti in Italia, la maggioranza  degli elettori italiani all’estero ha sostenuto la riforma della giustizia proposta dal governo di Giorgia Meloni. Questo orientamento non è stato sufficiente a modificare l’esito finale della consultazione, eppure merita di essere analizzato.

Un altro voto dentro il voto: gli italiani all’estero

Nel voto estero, il “Sì” ha infatti ottenuto il 56,3% dei voti validi (803.632), contro il 43,7% del “No” (622.652 voti), con un’affluenza del 28,5%. La partecipazione è risultata più elevata in America Latina (33,7%), seguita dall’Europa (27%), mentre si attesta su livelli più bassi in Nord e Centro America (22,5%) e nelle aree di Africa, Asia, Oceania e Antartide (22,2%).
Al di là dei dati aggregati, è però la loro distribuzione territoriale a meritare particolare attenzione: i paesi europei sono infatti gli unici in cui il “No” alla riforma della giustizia proposta dal governo prevale con sistematicità (vedi tabella).
Preso isolatamente, questo elemento potrebbe apparire come una semplice variazione geografica. E tuttavia, la relativa coerenza di questa configurazione suggerisce una lettura più esigente: essa potrebbe rinviare a una frattura più profonda, non solo territoriale, ma anche storica, sociale e politica, all’interno dell’elettorato italiano all’estero.

Storie migratorie, diaspore differenti e comportamenti elettorali

Una prima pista interpretativa riguarda la pluralità delle traiettorie migratorie che compongono oggi l’Italia fuori d’Italia. Le collettività italiane nel mondo non costituiscono un insieme omogeneo: sono il prodotto di ondate migratorie differenti, maturate in contesti economici, politici e culturali diversi. Queste storie continuano a incidere sulle forme di appartenenza nazionale, sui legami mantenuti con il paese d’origine e, verosimilmente, anche sui comportamenti politici.
In diversi paesi europei, la presenza italiana è in larga misura il risultato di mobilità relativamente recenti, spesso intensificatesi dopo la crisi del 2008. Si tratta frequentemente di persone più giovani, con livelli di istruzione medio-alti, inserite in percorsi professionali qualificati e in spazi transnazionali. Per una parte di esse, il rapporto con l’Italia resta diretto e aggiornato: seguono il dibattito pubblico, confrontano le istituzioni, mantengono relazioni regolari con il paese e ne condividono, almeno in parte, i conflitti politici.
Nei paesi segnati da una più antica immigrazione italiana – Stati Uniti, Canada e soprattutto America Latina – il corpo elettorale comprende invece una quota più ampia di discendenti di emigrati appartenenti a generazioni successive. In questi contesti, l’italianità può trasmettersi meno attraverso l’esperienza immediata delle istituzioni e più attraverso la memoria familiare, le reti comunitarie, i racconti migratori e la valorizzazione simbolica delle origini.
Questa distinzione richiama, almeno in parte, un’ipotesi formulata in un lavoro precedente: quella di una tensione tra due volti dell’emigrazione italiana nel mondo. Da un lato, una componente più cosmopolita, caratterizzata dalla mobilità, dalla pluralità delle appartenenze e dall’inserimento in universi sociali transnazionali. Dall’altro, una componente più identitaria, nella quale il legame con l’Italia si esprime soprattutto attraverso l’eredità familiare, la continuità simbolica e il richiamo alle radici.1
Non si tratta, evidentemente, di contrapporre due blocchi omogenei né di ridurre le scelte elettorali a questa sola chiave di lettura. Le situazioni individuali restano molteplici, le generazioni si sovrappongono e ogni paese presenta propri clivages sociali e politici. Tuttavia, questa prospettiva consente di formulare un’ipotesi plausibile: a seconda delle storie migratorie, il voto può radicarsi diversamente — talvolta in un’esperienza concreta e comparativa delle politiche pubbliche, talvolta in rappresentazioni più simboliche della nazione, dell’ordine istituzionale o dell’identità collettiva.

L’effetto della distanza politica

Un secondo elemento riguarda l’effetto della distanza. È possibile che l’allontanamento geografico – e, in parte, biografico – contribuisca a modificare il modo in cui le questioni istituzionali vengono percepite. Le riforme della giustizia, per esempio, non sono oggetti neutri: richiedono una certa familiarità con il funzionamento concreto dello Stato, con i suoi equilibri e con le sue tensioni. In assenza di questa esperienza diretta, il dibattito può tendere a semplificarsi, a polarizzarsi, a essere ricondotto a categorie più generali: ordine, efficienza, stabilità, leadership.
Naturalmente, queste ipotesi non esauriscono la complessità del fenomeno. Le comunità italiane all’estero sono tutt’altro che omogenee e, all’interno di ciascun paese, esistono differenze significative per classe sociale, generazione, livello di istruzione, partecipazione sociale e inserimento professionale. Allo stesso modo, sarebbe riduttivo spiegare le divergenze di voto unicamente in termini di informazione più o meno elevata.

Una questione democratica più ampia

Resta tuttavia una domanda, che questo voto sembra rendere più visibile: in che modo si configura oggi la cittadinanza politica quando viene esercitata a distanza? E come si articolano – o si disarticolano – il diritto di partecipare alle decisioni collettive e l’esperienza concreta dei loro effetti? Non si tratta, evidentemente, di mettere di colpo in discussione il principio del voto degli italiani all’estero, che rappresenta in sé una conquista importante. Si tratta piuttosto di riconoscere che esso apre anche una serie di tensioni che meritano di essere nominate e analizzate.
In particolare, questo risultato elettorale invita a interrogare – senza semplificazioni – la pertinenza di un dispositivo che attribuisce pieni diritti di partecipazione politica anche a persone che, in alcuni casi, non hanno mai avuto un rapporto diretto e vissuto con le istituzioni del paese, mentre quegli stessi diritti restano negati a molte persone che in quel paese vivono, crescono, lavorano e contribuiscono ogni giorno.
Emerge così un paradosso difficilmente ignorabile. In molti contesti, appare quasi scontato richiedere a una persona immigrata una certa conoscenza delle istituzioni – talvolta persino della Costituzione – come condizione per accedere alla cittadinanza politica nel paese di residenza. Ma, nello stesso tempo, il diritto di voto a un referendum costituzionale può essere esercitato da persone che, in alcuni casi, non conoscono – o conoscono solo in modo molto indiretto – il funzionamento concreto del paese al quale sono giuridicamente legate.
La questione non è soltanto teorica. È una contraddizione concreta tra appartenenza senza presenza e presenza senza appartenenza.
Si delinea così uno scarto tra differenti definizioni della cittadinanza politica: da un lato, una cittadinanza fondata sull’appartenenza identitaria; dall’altro, una cittadinanza ancorata alla presenza effettiva, alla partecipazione sociale e al contributo concreto alla vita collettiva.

Note

1Caldarini C., et al., L’associazionismo dell’emigrazione italiana in transizione. Edizioni Futura, 2022 (L’associazionismo dell’emigrazione italiana in transizione – Futura Editrice).

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da Pierpaolo Cicalò 21 Maggio 2026

Il Corriere di Tunisi il giornale degli italiani di Tunisia compie 70 anni.

Lo ha ricordato la nostra comunità di Tunisia con iniziative tenutesi dal 21 al 23 maggio in Tunisi.Una commemorazione nel cuore della Medina di Tunisi, alla presenza di rappresentanti istituzionali, del mondo culturale e delle comunità italiana e tunisina.

Un dibattito a più voci, occasione per porre al centro settant’anni di storia, di lingua italiana, di memoria condivisa e di dialogo tra le due sponde del Mediterraneo

Il Corriere di Tunisi, storica testata, unica pubblicazione in lingua italiana del Nord Africa è oggi diretta da Silvia Finzi.

Il Corriere di Tunisi ha rappresentato nel tempo non solo uno strumento di informazione, ma anche un mezzo di rappresentanza, coesione comunitaria e memoria condivisa. Una comunità, quella italiana strutturata e profondamente integrata nel tessuto economico e sociale del Paese.

Dopo l’indipendenza tunisina del 1956, si è aperta una nuova stagione di relazioni più strutturate tra Tunisia e Italia, anche sul piano culturale e informativo, e il Corriere di Tunisi ha saputo interpretare pienamente questa evoluzione.

Il fondatore Giuseppe e poi Elia figura centrale della vita culturale e associativa italo-tunisina, direttore per lunghi anni. Silvia figlia di Elia professoressa all’università della Manoubia ne è attualmente il direttore. garantendone la continuità e dando nuovo slancio ad un progetto familiare e collettivo insieme, capace di rinnovarsi senza perdere la propria identità.

Una famiglia centrale nella vita della bella e laboriosa comunità degli italiani di Tunisia e nella società tunisina.

Nel corso della cerimonia il presidente del Comites Tunisia, Sandro Fratini, ricordando la lunga storia del giornale lo ha definito “un punto di riferimento quotidiano per gli italiani in Tunisia, un presidio culturale e uno strumento fondamentale per mantenere viva la lingua italiana” sottolineando come il quotidiano abbia accompagnato con autorevolezza, passione e responsabilità intere generazioni della comunità italiana nel Paese.

Fratini ha ricordato la figura di Elia Finzi, figura centrale della vita culturale e associativa italo-tunisina che l’Istituto Fernando Santi si onora di aver avuto come prezioso riferimento.

Le celebrazioni hanno avuto un momento importante con la proiezione del documentario Il Corriere di Tunisi, diretto da Aida Chamekh e prodotto da Habib Mestiri.

Sottolinea Italpress in un suo lancio di agenzia “Il film ripercorre il cammino umano e culturale di Silvia Finzi, erede di una storia editoriale unica nel mondo arabo, e racconta il delicato equilibrio tra memoria e trasformazione che ha permesso al giornale di attraversare decenni di cambiamenti restando fedele alla propria missione di ponte tra Italia e Tunisia”. La giornata di commemorazione “ ha dunque confermato il valore di una testata che, nata nello stesso anno dell’indipendenza tunisina e dell’avvio delle relazioni diplomatiche con l’Italia, continua a essere molto più di un giornale. Il Corriere di Tunisi resta infatti un simbolo vivo della presenza culturale italiana in Tunisia, della forza dell’italofonia e di una relazione bilaterale che trova nella storia, nella lingua e nei legami umani il suo fondamento più profondo”.

R.G:

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da Pierpaolo Cicalò 21 Maggio 2026

UTOPIA VIAGGI SENZA RITORNO

docufilm di Pietro Mariani

Utopia – Viaggi senza ritorno, il docufilm del regista Pietro Mariani è un’opera che, prendendo le mosse dal naufragio dell’Utopia, allarga lo sguardo fino a comprendere il significato più profondo e universale dell’esperienza migratoria. “Il sottotitolo Viaggi senza ritorno non riguarda solo il naufragio”, chiarisce Mariani, “ma il fatto che chi emigra, nella maggior parte dei casi, non torna davvero: una volta costruita una nuova vita, è difficilissimo sradicarsi di nuovo”.

Il docufilm, che ricostruisce la tragedia del piroscafo SS Utopia affondato il 17 marzo 1891 nella baia di Gibilterra con centinaia di emigranti italiani diretti verso gli Stati Uniti, nasce da una scoperta relativamente recente nella biografia del regista, che vive in Spagna da oltre due decenni e che ammette di non aver mai sentito parlare di questa vicenda fino a pochi anni fa, quando un incontro lo ha spinto ad approfondire una storia rimasta a lungo ai margini della memoria collettiva. ….

“Le motivazioni delle migrazioni – osserva Mariani – sono le stesse oggi come allora: si parte per cercare condizioni di vita migliori, non solo economiche ma anche ambientali e sociali”, ed è proprio questa continuità a rendere il racconto del passato uno strumento di lettura del presente, in un contesto globale ancora segnato da movimenti migratori e da tragedie che, pur mutate nelle forme, conservano analogie profonde.

Accanto alla dimensione tragica, il film mette in luce un elemento che il regista considera fondamentale, ovvero la solidarietà spontanea delle popolazioni locali: dopo il naufragio, gli abitanti di Gibilterra e della zona della Línea de la Concepción si mobilitarono per soccorrere i superstiti, accogliendoli, vestendoli e assistendoli per settimane, mentre una parte consistente delle vittime non poté essere sepolta a terra e fu affidata al mare, a testimonianza della portata della tragedia. “Davanti a eventi di questo tipo le persone comuni reagiscono, sentono quella tragedia come propria e cercano di fare qualcosa”…..

Nel suo docufilm, il regista non si limita a ricostruire il passato, dando voce a parenti e discendenti di alcune delle vittime, ma si interroga anche sul rapporto tra memoria e attualità, soffermandosi sui luoghi di partenza degli emigranti, molti dei quali coincidono con piccoli borghi del Sud Italia oggi segnati da spopolamento e fragilità strutturali: “Non basta invitare i discendenti degli emigrati a tornare”, afferma il regista, “serve valorizzare concretamente questi territori, creare servizi, infrastrutture e opportunità reali”, evidenziando come il tema dell’emigrazione si intrecci inevitabilmente con quello dello sviluppo e delle politiche territoriali….

Da qui nasce anche una riflessione sul ruolo del cinema nel restituire valore a queste storie e a questi territori, ma che per Mariani è ancora in parte inespresso, soprattutto in relazione alla diaspora italiana. “Il cinema italiano parla quasi esclusivamente agli italiani che vivono in Italia e racconta poco gli italiani all’estero”, osserva, rilevando una mancanza che riguarda non solo la produzione culturale ma anche la capacità di immaginare un dialogo tra il Paese e le sue comunità nel mondo, che rappresentano una risorsa significativa in termini di competenze, esperienze e potenzialità….Il film è stato presentato il 17 aprile all’Aula Magna della Scuola Italiana di Madrid, nell’ambito di un evento organizzato dal Comites che opera nella Capitale. L’appuntamento ha registrato una partecipazione ampia e attenta, con la presenza di studenti, docenti, rappresentanti della comunità italiana e numerose autorità istituzionali, tra cui l’Ambasciatore d’Italia a Madrid, Giuseppe Buccino Grimaldi, e il Console Generale Spartaco Caldararo. Ad aprire la serata è stato il presidente del Comites, Andrea Lazzari, cui sono seguiti i saluti del dirigente scolastico Massimo Bonelli e gli interventi dello stesso Mariani e della professoressa Pina Mafodda, autrice di un volume dedicato al naufragio.

Il docufilm sarà protagonista di una serie di proiezioni anche in Italia, a partire dalle prossime settimane. Tra le tappe, Roma e Lecce.

(da Raffaellaa Papa)

Articolo completo al linK https://ilglobo.com/news/utopia-una-menzogna-come-destino-144914/

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Al Museo dell’emigrazione marchigiana l’otto maggio il Convegno “Marcinelle ’70 lavoro, sicurezza ed emigrazione”

da Pierpaolo Cicalò 9 Maggio 2026

Rino Giuliani della Direzione nazionale di Istituto Fernando Santi“ interviene sul tema lavoro, sicurezza ed emigrazione:

“Ringrazio il Direttore del Museo dell’Emigrazione marchigiana per l’invito ad intervenire sul tema del lavoro e della sicurezza nella iniziativa in cui ricordiamo Marcinelle. L’Istituto Fernando Santi che è presente nell’emigrazione italiana dal 1970, nel Belgio, in particolare, conserva una memoria particolare dovuta ai non pochi suoi aderenti più anziani che in modo diretto o indiretto hanno vissuto quella che è stata la tragedia di tutta la comunità italiana che da discriminata è arrivata, nel tempo, ad esprimere dirigenti delle più alte istituzioni di quel paese.

Venendo al tema:

I morti sul lavoro sono molti di più di quelli “ufficiali”:

Carlo Soricelli operaio metalmeccanico, curatore dell’Osservatorio nazionale di Bologna morti sul lavoro (attivo da 19 anni), da dati continuamente aggiornati che segnalano come, dall’inizio al 27 aprile del 2026, 327 siano stati i morti sui luoghi di lavoro. Con le morti in itinere si arriva a 452 morti.

L’osservatorio monitora tutti i caduti sul lavoro, anche quelli non coperti da Inail, lavoratori in nero o con assicurazioni diverse. Ogni vittima è registrata con nome, età, professione, nazionalità e luogo della tragedia, morti che, altrimenti, neanche verrebbero contati come vittime sul lavoro.

Una fotografia del luglio 2025 evidenziava come dall’inizio dell’anno le vittime sul luogo di lavoro erano state 705.Ai 705 morti sul luogo di lavoro vanno aggiunte le “vittime per infortunio sul luogo di lavoro” (lavoratori che subiscono un danno fisico – morte, invalidità permanente o temporanea – a causa di un evento improvviso e violento legato alla propria attività lavorativa o al tragitto casa-lavoro,) e si arriva così ad oltre mille».

Il ritmo delle morti è impressionante: è stato calcolato che ogni sei ore e pochi minuti un lavoratore perde la vita».

L’osservatorio dimostra come I numeri sono ben più alti di quelli forniti dall’Inail: i dati Inail escludono migliaia di lavoratori non assicurati o assicurati con altri enti. Quella fotografia rappresenta un’enorme sottostima della realtà».

Il 2025, è stato l’anno con forte crescita delle morti.

Oltre il 30% dei morti sui luoghi di lavoro ha più di 60 anni; di questi, il 17% ha più di 70 anni.

Il 32% delle vittime è costituito da lavoratori stranieri, che sotto i 65 anni, diventeranno presto la maggioranza delle vittime sui luoghi di lavoro.

«Molti lavoratori del Sud muoiono in trasferta al Nord. Le donne muoiono meno sui luoghi di lavoro, ma quasi quanto gli uomini in itinere, spesso per la fretta e la stanchezza nel conciliare lavoro e famiglia».

La maggioranza dei decessi avviene in aziende piccole o piccolissime dove le tutele sono deboli e debole è il controllo dei lavoratori sul proprio lavoro.

«Dall’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori con il Jobs Act, l’aumento dei morti è stato del 43%.

La legge voluta dal ministro Salvini (il nuovo Codice dei Contratti Pubblici, decreto legislativo 36/2023), che ha voluto il “subappalto a cascata”, ha provocato un aumento del 15% dei decessi, soprattutto in edilizia e appalti pubblici.

Gli appalti a cascata sono una causa che va rimossa: la legge voluta dal ministro Salvini, entrata in vigore nel giugno 2023, ha causato un aumento del 15% dei decessi, soprattutto in
edilizia e anche negli appalti pubblici.

Il 15 maggio parte una raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare sugli appalti promossa dalla CGIL. Auspico una grande adesione a questa meritoria iniziativa.

La sensibilità degli italiani al riguardo è aumentata, l’impegno delle organizzazioni sindacali confederali è stato costante. Nelle forze politiche tuttavia non c’è un sufficiente raccordo con la accresciuta sensibilità dei cittadini.

Lo dico con rammarico e rabbia in prossimità dell’8 agosto giorno in cui l’Italia ricorda la “Giornata del Sacrificio del lavoro italiano nel mondo”, che dal dicembre 2001 tutti noi celebriamo per valorizzare e riconoscere il lavoro e il sacrificio dei tanti connazionali emigrati all’estero. Una commemorazione che ricade nella ricorrenza della tragedia mineraria di Marcinelle del 1956, nella quale persero la vita nella miniera di Bois du Cazier 262 minatori, tra cui 136 italiani accomunati nella loro tragica fine ad altri emigranti morti per lavoro in tanti posti dove le tutele non c’erano, come a Mattmark, in Svizzera a Monongag e Dawson negli USA.

Li ricordiamo tutti.

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Dagli “agenti di emigrazione” ai “collaborazionisti di re-migrazione”: al peggio non c’è mai fine!

da Pierpaolo Cicalò 23 Aprile 2026

San Giovanni Battista Scalabrini e i “vecchi agenti di emigrazione”

Il XIX secolo è l’epoca di uno dei più consistenti spostamenti di popolazioni dell’età moderna: l’emigrazione dall’Europa verso le Americhe. Dal 1815 al 1840, 70 milioni di persone cambiano continente, provenienti soprattutto dall’Europa. Dal 1840 al 1914 circa cento milioni di Europei emigrano in un altro continente. E dalla sola Italia, dal 1861 allo scoppio del primo conflitto mondiale emigrano quasi 16 milioni di persone che per raggiungere la loro meta, percorrono gli itinerari imposti dalle grandi compagnie di navigazione e soggiacciono alla pressione di una rete di “agenti reclutatori” senza scrupoli.

Il 15 dicembre 1887 Francesco Crispi, che allora accentrava in sé le cariche di Presidente del Consiglio, Ministro dell’Interno e Ministro degli Esteri, presenta un disegno di legge sull’emigrazione che si riduce, però, ad alcune misure di carattere repressivo.

La Commissione parlamentare, presieduta da Rocco De Zerbi, presenta nel marzo 1888 un controprogetto. Il dibattito intellettuale che ne segue è ampio e vede come protagonista anche Giovanni Battista Scalabrini, allora vescovo di Piacenza, che – con una lettera aperta all’on. Paolo Carcano – da un lato, critica il progetto governativo fondato sul solo controllo poliziesco voluto dall’aristocrazia agraria preoccupata della perdita di manodopera, e, d’altro lato apprezza il progetto della commissione, anche se lo ritiene favorire troppo l’azione degli agenti di emigrazione.

Scalabrini propone, invece, di sostituire – alla privatizzazione degli espatri e quindi ai mali di un’emigrazione incentivata – un esodo disciplinato. Lo Stato dovrebbe intervenire sia per limitare i costi delle partenze provocate dagli “agenti di emigrazione”, sia per fermare l’esodo verso luoghi pericolosi o comunque privi di reali possibilità di lavoro. «Libertà di emigrare, non di far emigrare» è il motto del vescovo piacentino, che si basa su un’analisi comparata delle legislazioni degli altri paesi europei, dove non sono ammessi o sono molto più controllati gli agenti di emigrazione. Inoltre, Scalabrini non vuole che la legge si fermi soltanto a quanto precede la partenza e l’imbarco, ma invoca protezione e assistenza per i migranti anche dopo l’arrivo, attraverso appositi patronati, istituendo scuole e ospedali all’estero.

E, riprendendo il discorso sulla libertà – data dalla legge del 1888 – agli “agenti di emigrazione”, causa delle speculazioni sulla pelle degli emigranti, Scalabrini scrive nel 1898 in occasione della seconda conferenza sull’emigrazione di Torino: «Quando nel 1888 fu presentato alla Camera dei deputati il disegno che poi divenne la legge che regola attualmente la nostra emigrazione, io notavo che le buone disposizioni di quella legge e le migliori intenzioni venivano annullate dagli articoli che riguardavano la istituzione dei subagenti di emigrazione… Dopo quella legge infatti le agenzie di emigrazione salirono a 34 ed i subagenti che nel 1892 erano 5.172 sono diventati 7.169 nel 1896 e saranno certamente aumentati in questi due anni».

Nel ribadire che tali agenti di emigrazione, “veri sensali di carne umana”, formano, ormai, un vero esercito di parassiti della miseria, Scalabrini sostiene che non basta sostenere la libertà di emigrare, ma allo stesso tempo è doveroso opporsi alla libertà di far emigrare perché i dirigenti di un Paese hanno il dovere morale sia di creare le condizioni di lavoro per le masse popolari che di impedire che venga sorpresa la buona fede dei poveri lavoratori da ingordi speculatori.

Noi e i “nuovi agenti di re-migrazione”

Dopo 140 anni dagli eventi che hanno visto Scalabrini, nel frattempo riconosciuto santo patrono dei migranti dai papi Giovanni Paolo II e Francesco, lottare contro i “vecchi agenti di emigrazione”, ci ritroviamo ancora oggi spettatori, nostro malgrado, di un altro tentativo politico di “legittimare e legalizzare” i “novelli agenti di re-migrazione”.

Questi ritrovati attori dei processi migratori, al soldo (615€ per obiettivo raggiunto) dei governi anti-migranti, saranno autorizzati a sfruttare le difficili condizioni di vita dei migranti in modo che, invece di difendere gli interessi dei loro assistiti nei ricorsi contro le loro espulsioni, si adoperino nel convincerli ad accettare un rimpatrio “volontario” (se così si può definire il frutto dello stravolgimento del diritto) nel loro paese d’origine.

È la conseguenza dell’articolo 30bis, introdotto nell’ennesimo (benché la Costituzione li limiti a «casi straordinari di necessità e urgenza») decreto sicurezza dell’attuale governo italiano – per emendare il Testo unico sull’immigrazione del 1998 -, decreto-legge già votato dal Senato e attualmente all’esame della Camera dei deputati per approvazione definitiva…, ma non troppo!

Infatti, in seguito alle proteste del Consiglio nazionale forense, in rappresentanza degli avvocati, dell’Associazione nazionale dei magistrati, dei partiti d’opposizione e di qualche esponente della maggioranza disponibile a limature di facciata, oltre naturalmente ai rilievi di incostituzionalità fatti filtrare dalle parti della Presidenza della Repubblica, si propende a far approvare dal Parlamento non uno, ma due decreti sicurezza, con il secondo che modifichi il primo in modo da disinnescare, ampliandoli, gli effetti dell’articolo 30bis.

Estendendo, allora, il compenso per il rimpatrio non solo agli avvocati ma anche a mediatori e associazioni comincerà la fase organica di reclutamento generalizzato degli aspiranti “agenti di re-migrazione”, novelli “cacciatori di taglie” a vocazione “collaborazionista e delatoria”, desiderosi di allontanare quanti più immigrati possibile dal Bel Paese.

In realtà quando, a tutti i livelli – compreso quello politico, la sicurezza (e/o l’immigrazione) diventa ossessione si tende a sfornare provvedimenti sempre più duri e implacabili (contro la droga e i rave, contro gli scafisti, contro le baby gang, contro i maranza, contro gli irregolari… e poi contro genitori che picchiano insegnanti e medici o contro figli che accoltellano insegnati e alunni a scuola o contro i social in mano ai minori… ), si moltiplicano i reati pensando di poterli contrastare con la sola forza… e si finisce, invece, per generare un senso generale di insicurezza per tutti.

Il paradosso dell’ossessione sicurezza/immigrazione che si trasforma in diffusa insicurezza sta nel fatto che le parole non corrispondono più ai fatti. E quando il ministro dell’Interno dichiara alla Camera dei deputati che in Italia si registrano meno reati e più agenti delle forze dell’ordine, meno ingressi irregolari e più rimpatri, limitando la questione sicurezza all’immigrazione, sembra sottovalutare che violenze familiari, femminicidi, atti delinquenziali e/o criminali commessi, spesso, da minori non sono necessariamente causati dall’immigrazione o dall’origine etnica e nazionale dei soggetti. Ma hanno bisogno di spiegazioni e rimedi diversi, più profondi e complessi, di quelli puramente repressivi.

In realtà, sia per garantire la sicurezza come per gestire le migrazioni, in entrata e in uscita, è indispensabile cercare l’equilibrio tra diversi fattori come l’applicazione di leggi fondate sull’uguaglianza e la dignità delle persone, il perseguimento del bene comune capace di conciliare interessi particolari, nazionali e internazionali e la difesa dello Stato di diritto capace di difendere i diritti-doveri di tutti, ma soprattutto di coloro – i più poveri e impoveriti – che hanno nello Stato l’unico baluardo possibile di sopravvivenza.

Senza mai dimenticare, allora, che il diritto nasce proprio per proteggere i più deboli dalla legge del più forte. E anche se, oggi, il mondo sembra aver imboccato la strada in cui la legge dei forti sembra dominare, noi – come San Giovanni Battista Scalabrini – non possiamo rassegnarci, senza continuare a lottare, alla constatazione che “al peggio non c’è mai fine”!

Infatti, come ripeteva il santo patrono dei migranti ai missionari scalabriniani, religiosi e laici, «Le idee avanzano molto lentamente, specialmente quando toccano interessi e passioni. Comunque, il loro cammino è progressivo e graduale soprattutto quando le idee proposte sono vere ed utili. Bisogna, allora, perseverare, perché ogni lentezza raggiunge il suo scopo se la fatica non sconfigge la volontà di continuare a proporre queste idee».

Roma, 24 aprile 2026,
p. Lorenzo Prencipe, cser

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EmigrazioneNotizie dal Mondo

da Pierpaolo Cicalò 15 Aprile 2026


Fortunato Velonà: quando l’emigrazione esporta la forza lavoro, l’ideologia e l’arte”, premiato alla IX edizione del Premio Letterario Internazionale “Gerhard Rohlfs – Franco Mosino – Anastasios Karanastasis”, nella sezione  Cultura senza confini: il lavoro in emigrazione, bandito insieme a Istituto Fernando Santi

L’emigrazione è da sempre una delle grandi forze che modellano la storia dell’umanità: un fenomeno spesso segnato da sacrifici, ma capace di generare crescita, progresso e scambio. È in questa prospettiva che si inserisce il lavoro del giornalista Letterio Licordari, autore di “Fortunato Velonà: quando l’emigrazione esporta la forza lavoro, l’ideologia e l’arte” (edizioni Apodiafazzi), un’opera che restituisce voce e memoria a una figura emblematica dell’emigrazione italiana.

Si tratta di un lavoro pregiato, di grande interesse, che, per l’argomento trattato, merita la giusta attenzione e un adeguato riconoscimento storico e culturale: un arricchimento per i lettori.

Al centro della narrazione vi è Carmelo Fortunato Velonà, originario di Bova, emigrato negli Stati Uniti come tanti suoi conterranei. Sindacalista, antifascista, artista satirico: Velonà emerge come una figura poliedrica, capace di coniugare impegno civile, attività lavorativa e produzione artistica. A oltre sessant’anni dalla sua scomparsa, il suo percorso rappresenta ancora oggi un esempio significativo di determinazione e coerenza.

Il suo percorso di vita, fondato sui valori della famiglia e del rispetto, ha lasciato tracce indelebili nei campi della solidarietà, libertà e democrazia.

Licordari ricostruisce con attenzione non solo la biografia del protagonista, ma anche il contesto storico in cui si inserisce: dalle cause dell’emigrazione italiana tra Otto e Novecento, come povertà, sovrappopolazione e crisi economiche,  fino alle dinamiche più recenti della cosiddetta “fuga dei cervelli”. Ne emerge una riflessione ampia e attuale, che collega passato e presente.

La sua disanima, esaustiva, chiara e di grande interesse, si sviluppa attraverso un articolato impianto narrativo: dallo scenario socio-economico della provincia reggina e dell’area grecanica, al viaggio verso gli Stati Uniti; dal temporaneo rientro in Italia alle soglie del fascismo, fino al definitivo stabilirsi oltreoceano e all’intenso impegno sindacale e politico. Ampio spazio è dedicato anche alle reti dell’antifascismo in America, ai rapporti con organizzazioni come la “Mazzini Society” e la “Federazione Garibaldina d’America”, nonché alla sorveglianza esercitata dalle autorità italiane sugli emigrati considerati sovversivi.

Il testo, scritto con una prosa raffinata e scorrevole, rappresenta un’importante finestra su fenomeni e momenti storico-sociali fondamentali nel campo sindacale e dei diritti umani. Nel corso della lettura, si entra in contatto con la vita del protagonista, si immaginano luoghi, ambienti, botteghe e città; si rivivono momenti storici, trasformazioni sociali, scelte ideologiche e lotte.

Il racconto biografico si intreccia così con la grande storia: il terremoto del 1908, le difficoltà economiche, le tensioni sociali, l’ascesa del fascismo, l’attivismo politico negli Stati Uniti, fino a episodi simbolo come l’esecuzione di Sacco e Vanzetti. In questo scenario, Velonà si distingue per il suo ruolo attivo nel sindacato, curando anche relazioni esterne con il “Circolo mediterraneo dei Sarti” di Napoli, e per l’impegno nella difesa dei diritti dei lavoratori, anche all’interno dell’ACWA.

Non meno rilevante fu la sua attività di “cartoonist”. Velonà fu infatti autore di vignette satiriche di grande efficacia comunicativa, anticipatrici di un linguaggio oggi ampiamente diffuso nella stampa. Le sue opere, spesso critiche nei confronti del regime fascista, rappresentano una forma di resistenza culturale e politica, capace di coniugare ironia e denuncia.

Licordari accompagna il lettore in un percorso che è al tempo stesso umano e storico: dalle origini familiari, era figlio di un falegname, fino al raggiungimento di una certa stabilità economica negli Stati Uniti, senza mai abbandonare l’impegno civile. Ne emerge il ritratto di un uomo che, pur lontano dalla propria terra, ha saputo incidere profondamente nel contesto sociale e politico in cui ha vissuto.

Completa il volume una ricca sezione iconografica, con documenti, immagini e materiali d’epoca, oltre a un accurato apparato bibliografico e archivistico, che conferma il valore scientifico del lavoro.

Il libro si presenta così come un contributo significativo non solo alla memoria dell’emigrazione italiana, ma anche alla riflessione sui diritti, sull’identità e sul ruolo dell’individuo nei processi storici. Una lettura che unisce rigore e coinvolgimento, restituendo dignità e attualità a una storia che merita di essere conosciuta.

Daniela Vellani


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EmigrazioneNotizie dal MondoNotizie dall'Italia

NUNCA MAS – MAI PIU’ARGENTINA 1976-2026 50 Anni dal colpo di stato del 24 marzo 1976

da Pierpaolo Cicalò 13 Marzo 2026

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Primo piano di una mano che inserisce una scheda elettorale informativa in un'urna di legno. Sulla scheda si leggono i 5 punti del referendum: empleo tutelado, trabajo digno, estable, seguro e ciudadanía. Sullo sfondo, un seggio elettorale realistico con persone che votano, bandiere e uno striscione con la scritta "Votar es nuestra revuelta".
Notizie dal Mondo

El referéndum es la oportunidad para volver a decidir

da areamarketer 6 Settembre 2025

5 preguntas: por un trabajo tutelado, digno, estable y seguro y por la ciudadanía. Por eso es importante votar «Sí».

Trabajo, ciudadanía: estos son los temas de las cinco preguntas del referéndum que, tras obtener la luz verde del Tribunal de Casación y la sentencia de fondo del Tribunal Constitucional, están listas para ser votadas por los italianos. Los votantes serán llamados a las urnas un domingo entre el 15 de abril y el 15 de junio de 2025.

VOTAR ES NUESTRA REVUELTA: TRABAJO, SEGURIDAD, DIGNIDAD, CIUDADANÍA, DEMOCRACIA.

Los referendos derogatorios sirven para anular total o parcialmente una ley. El mensaje es muy claro: «Con 5 Sí tu voto puede contar y puede cambiar inmediatamente las cosas, relanzar otra idea de trabajo, de sociedad, de país».

1. EMPLEO TUTELADO

Quienes fueron contratados después de 2015 no tienen derecho a la reincorporación a su puesto de trabajo, aunque el despido haya sido juzgado improcedente. Esto es debido al Jobs Act. Hoy, una empresa puede optar por pagar una indemnización económica en lugar de readmitir a un trabajador despedido sin motivo. La pregunta del referéndum propone suprimir esta norma, eliminando la disparidad entre los contratados antes y después de 2015.

2. TRABAJO DIGNO

En las pequeñas empresas (con menos de 15 empleados), si te despiden de forma improcedente existe un límite máximo de indemnización. Esto significa que, aunque lo pierdas todo, la indemnización puede no ser suficiente. La pregunta quiere eliminar este límite y dejar en manos del juez la decisión sobre una indemnización justa y proporcionada.

3. TRABAJO ESTABLE

Hoy en día, los contratos de duración determinada están muy difundidos y a menudo se utilizan sin una real necesidad temporal. La pregunta del referéndum pide que se eliminen las normas que han liberalizado estos contratos. Antes, un contrato temporal tenía que tener un motivo claro y válido; ahora se puede ofrecer sin justificación, lo que hace más difícil conseguir un trabajo estable.

4. TRABAJO SEGURO

Con la legislación actual, la empresa contratante puede evitar asumir la responsabilidad por los daños relacionados con los riesgos específicos de los contratistas o subcontratistas. La pregunta propone eliminar esta norma para que todas las empresas implicadas sean responsables de la seguridad de los trabajadores, garantizando compensaciones y protección en caso de accidente.

5. CIUDADANÍA

Este referéndum propone cambiar las leyes relativas a la adquisición de la ciudadanía italiana. La principal propuesta es reducir de 10 a 5 años el periodo de residencia legal continuada necesario para solicitarla. En muchos otros países europeos, como Francia y Alemania, el periodo necesario es ya de 5 años, mientras que Italia sigue siendo uno de los más estrictos.


Referéndum Voto italiano en el extranjero: ¿cómo proceder?
Consulta la guía completa aquí

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In primo piano, due mani sorreggono una giovane pianta che cresce da una manciata di terra, simbolo di speranza e cooperazione. Sullo sfondo, una lunga fila di migranti cammina lungo un alto muro di confine sormontato da filo spinato, che attraversa un deserto verso una città moderna all'orizzonte.
Notizie dal Mondo

Le migrazioni internazionali: i muri non fermano la storia, serve una governance globale

da areamarketer 13 Maggio 2025

Un articolo di ampio respiro sulle tendenze globali delle migrazioni, basato sugli ultimi dati forniti dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM).

I numeri parlano chiaro: i migranti nel mondo sono in costante aumento. Non si tratta di un’emergenza temporanea, ma di un fenomeno strutturale del nostro tempo, spinto da un intreccio sempre più complesso di disuguaglianze economiche, conflitti geopolitici e, fattore sempre più determinante, dai cambiamenti climatici.

L’EUROPA E L’OCCIDENTE NON POSSONO ILLUDERSI DI FERMARE QUESTI FLUSSI CON MURI E FILI SPINATI

La storia insegna che le barriere fisiche non eliminano le cause delle partenze; rendono solo il viaggio più pericoloso, arricchendo i trafficanti di esseri umani e aumentando il numero delle vittime lungo le rotte della disperazione.

Le nuove cause: l’emergenza climatica

Accanto alle tradizionali cause di fuga — guerre e povertà estrema — stiamo assistendo all’ascesa inarrestabile dei cosiddetti “eco-profughi”. Intere regioni del pianeta stanno diventando inospitali a causa della desertificazione, dell’innalzamento dei mari e di eventi meteorologici estremi.

Queste persone non migrano per scelta, ma per sopravvivenza. Eppure, il diritto internazionale fatica ancora a riconoscere pienamente lo status di rifugiato per cause climatiche, lasciando milioni di persone in un limbo giuridico.

Una governance mondiale

Di fronte a questa sfida epocale, la risposta non può essere la chiusura o la militarizzazione delle frontiere. Serve una governance mondiale delle migrazioni che abbandoni la logica emergenziale.

È necessario garantire canali sicuri e legali di accesso, che permettano di governare i flussi sottraendoli all’illegalità. Parallelamente, è indispensabile una vera politica di cooperazione che promuova lo sviluppo reale nei paesi di origine, non come forma di ricatto (“aiutiamoli a casa loro”), ma come condivisione di risorse e opportunità in un mondo interconnesso.

Solo gestendo il fenomeno con razionalità e umanità potremo trasformare quella che oggi viene percepita come una minaccia in un’opportunità di crescita demografica, economica e culturale per le nostre società invecchiate.

Istituto Fernando Santi
(Redazione)


Riferimenti:
Analisi basata sui report annuali dell’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) e sulle recenti proiezioni demografiche globali.
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Un fotomontaggio che sovrappone il ritratto intenso di Giacomo Matteotti a un'ambientazione simbolica: in primo piano una valigia di cartone (simbolo dell'esilio e dell'emigrazione) e sullo sfondo la Maison du Peuple di Bruxelles con la bandiera europea. L'immagine rappresenta il legame tra il sacrificio del leader socialista e le radici della democrazia continentale.
Notizie dal Mondo

L’11 giugno a Bruxelles l’incontro “Matteotti e l’Europa”: un’eredità che attraversa i confini

da areamarketer 13 Giugno 2024

Nel centenario del vile assassinio di Giacomo Matteotti (1924-2024), si è svolto a Bruxelles un importante convegno per ricordare la sua figura e il suo profondo legame con l’idea di Europa.

L’evento, tenutosi l’11 giugno, non è stato una semplice commemorazione, ma un momento di riflessione attuale sulle radici della nostra democrazia. Matteotti non fu solo un martire antifascista italiano, ma un socialista europeo che aveva compreso in anticipo i pericoli del nazionalismo e del totalitarismo per l’intero continente.

MATTEOTTI NON FU SOLO UN EROE ITALIANO, MA UN PIONIERE DI UN’EUROPA LIBERA E DEMOCRATICA

Aveva compreso prima di molti altri che il fascismo non era un fenomeno locale, ma una minaccia che avrebbe travolto l’intera civiltà europea se non fosse stata fermata in tempo.

Un socialista europeo

L’incontro è stato ospitato nella storica Maison du Peuple, un luogo dal fortissimo valore simbolico. Cuore pulsante del socialismo belga, questo spazio ha accolto per decenni gli esuli antifascisti italiani costretti a lasciare la patria per sfuggire alla persecuzione del regime. Celebrare Matteotti qui significa ricucire i fili di una memoria condivisa tra l’Italia e il Belgio, terra di emigrazione e di lavoro, ma anche di resistenza politica.

All’evento hanno partecipato storici ed esponenti politici italiani ed europei, che hanno sottolineato come la visione di Matteotti trascendesse i confini nazionali. Egli parlava le lingue, viaggiava, e manteneva una fitta corrispondenza con i leader socialisti di tutta Europa, avvertendoli del “contagio” autoritario.

Il coraggio della verità

Durante la serata è stato ricordato con commozione il suo ultimo, celebre discorso alla Camera dei Deputati del 30 maggio 1924. Con una lucidità disarmante e un coraggio fisico ammirevole, Matteotti denunciò i brogli elettorali e le violenze fasciste, consapevole delle conseguenze a cui andava incontro.

Pagò con la vita la difesa della democrazia e della libertà di parola. Il suo corpo fu ritrovato mesi dopo, ma la sua voce non fu mai davvero messa a tacere. Essa risuonò forte proprio tra gli emigrati e gli esuli all’estero, diventando un simbolo di riscatto morale.

L’iniziativa di Bruxelles ci ricorda che l’Europa di oggi, fondata sui valori di pace e libertà, deve molto al sacrificio di uomini come Giacomo Matteotti. Ricordarlo oggi significa rinnovare l’impegno contro ogni forma di prevaricazione e difendere le istituzioni democratiche che egli ha contribuito, con il suo sangue, a preservare nella coscienza collettiva.

Istituto Fernando Santi
(Redazione)


Note:
L’evento si inserisce nel quadro delle celebrazioni per il centenario della morte di Giacomo Matteotti, rapito e ucciso da una squadra fascista il 10 giugno 1924 a Roma.
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