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Pierpaolo Cicalò

Pierpaolo Cicalò

Notizie dall'Italia

La risposta del Nuovo Movimento degli studenti alla regressione fascistoide

da Pierpaolo Cicalò 26 Ottobre 2026


di Paolo Borioni

Nel luglio del 1962 i violenti e prolungati disordini operai di Piazza Statuto colsero di sorpresa tutti.  Goffredo Fofi descrisse così i rivoltosi: “… lavorano in fabbrica con ritmi disumani, non hanno legami con la città né con le organizzazioni tradizionali. La loro rivolta è espressione di una estraneità totale, di un rifiuto che non ha ancora trovato forme politiche…”. Credo che l’esclusione dai meccanismi conflittuali ordinari e, dunque, l’estraneità alla democrazia in senso pieno possa dirci molto non solo delle (per la verità sparse e scarse) violenze di questi giorni in Italia, ma in generale del deterioramento post-democratico europeo. Ad esempio, della sprezzante astensione elettorale che per la prima volta nella storia caratterizza il nostro paese, e l’ormai quasi inevitabile destino di sfruttamento che vivono pressoché tutti i giovani, ma anche i salariati meno irregolari. E peraltro: nonostante ciò, va ribadito senza tema di smentite che la violenza in Italia è a livelli contenuti, e direi fisiologici, comparandola a qualunque altro paese al mondo. Vale anche per la violenza politica. Questa rimane deprecabile e in qualche caso da punire ma, a differenza ad esempio del 1977, soltanto la purissima distorsione propagandistica o ideologica può ignorare la sua scarsità e soprattutto il suo essere del tutto tangenziale al movimento. Il movimento del 1977 sorse dopo conflitto decennale, in cui la “strategia della tensione” e anni di scontri con la destra fascista avevano progressivamente potenziato la componente dei “servizi d’ordine”, rendendo centrale nel movimento una mentalità divenuta ideologia. Oggi non esiste nemmeno il più pallido accenno a nulla del genere. Solo un governo di cultura tecnocratica come Macron o di cultura fascista come il nostro può impostare il discorso partendo dalla repressione.

Ma, tornando al parallelo con Piazza Statuto, un bel libro di Massimiliano Amato su L’occasione Panzieri, ricorda come “l’Unità” definisse i disordini “tentativi teppistici e provocatori”, e i loro protagonisti “elementi incontrollati ed esasperati… piccoli gruppi di irresponsabili, giovani scalmanati, anarchici internazionalisti”. La Cgil aveva chiamato uno sciopero per ottenere un contratto più decisamente migliorativo rispetto ai durissimi anni 1950, e “L’Unità” temeva che i disordini screditassero la lotta. Ma soprattuto va ricordato che la rabbia di migliaia di operai (rintuzzata con gli interessi dalle forze dell’ordine) era esplosa contro UIL e sindacato “giallo” SIDA, avevano firmato un avvilente accordo separato. La cosa più interessante da ricordare oggi è che un grande leader sindacale come Giorgio Benvenuto non si affermò ai vertici della UIL dando dei teppisti ai rivoltosi di Piazza Statuto, ma strappando la UILM dalla identità di sindacato “giallo”. Lui e Carniti (FIM CISL) assieme alla FIOM, e a Brodolini (“ministro da una parte sola, quella dei lavoratori”, proveniente dalla CGIL) compresero (non negarono) il conflitto operaio e la sua legittimità, aprendogli nuovi sbocchi. Per nessuno di loro la violenza era la via al cambiamento, ma lottarono anche con il conflitto per ottenerlo. Ricordavano tutti (a cominciare da Brodolini) che la norma era piuttosto stata la strage operaia e contadina fino ad almeno Avola 1969. Ed oggi, con tutte le differenze, qual è la norma a cui pretendiamo si adattino oggi i nostri giovani? Il movimento studentesco europeo si oppone ad un arretramento pauroso: di prospettive, di realtà quotidiana, di qualità democratica, di insostenibilità climatica, di riarmo a spese del welfare, di guerra e di indecenti doppi standard a favore di Israele. Si trova dinanzi ad una nuova conferma della tendenziale incompatibilità fra piena democrazia e capitalismo, a meno di reazioni molto profonde ed opposizione partecipata. Vede i partiti e gran parte dei politici inghiottiti dal controllo che poche élite proprietarie esercitano sui media, sul welfare, sulla scuola, sull’università, sul clima. Non scorgono più partiti pienamente in grado di coltivare un’autonomia (ad esempio di radicamento e di finanziamento) ed un’alterità senza la quale il pluralismo è quasi solo forma, anche se garantisce una basica libertà di espressione e manifestazione. Un tempo quest’autonomia ed alterità esistevano, e permisero a Benvenuto e agli altri grandi leader di interpretare l’indignazione sociale in modo autonomo. Furono decisivi contro il terrorismo, ma sempre e solo come parte dirigente di un conflitto democratico in grado di affermare l’irrazionalità e l’inammissibilità dello sfruttamento come regola. Oggi, gli studenti d’Europa si trovano di fronte alla sempre più sfacciata regola dello sfruttamento, già solo per mantenersi agli studi, già solo per trovare una stanza d’affitto.  E, soprattutto nel nostro paese, privi di una parte politico-sindacale in grado come allora di sostenerli davvero saldamente. Dinanzi a questa realtà sono già preziose la occupazioni scolastiche: una pratica partecipativa autonoma che la rachitica democrazia odierna permette in modi insufficienti e perlopiù ingannevoli. Le occupazioni e la manifestazioni vanno comprese al di fuori dei formalismi, come un’importante socializzazione alla politica, solo minoritariamente e marginalmente violenta, che senza una quota di disubbidienza non sarebbe sufficiente dinanzi ad un avvenire che (senza alcuna esagerazione) non è mai stato così inaccettabile. Peraltro, rispetto ai movimenti giovanili di un tempo, non va dimenticato nemmeno che si tratta di generazioni demograficamente scarse, e dunque elettoralmente secondarie. Pensate davvero siano così idioti da non capirlo? Nessuno può ingoiare una simile condizione senza reagire e scuotere le istituzioni ostaggio dell’elitismo.  Il punto semmai è allargare la loro lotta contro il destino da sfruttamento, che colpisce in pieno anche i ceti più classicamente salariati. Una lotta generalizzabile, come si vede specie dai cortei francesi, che assicura un’indispensabile indignazione “populista”, ma in realtà porta in dote la più razionale delle culture politiche, e la più innovativa delle economie.

(critica sociale)

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EmigrazioneNotizie dal Mondo

Immigrazione e identità,

da Pierpaolo Cicalò 26 Ottobre 2026

Italiani in Argentina.


Di José Francisco Minetto *

Nicolás Avellaneda promulgò una legge nazionale che regola l’immigrazione in Argentina 150 anni fa. Da quel momento in poi, milioni di italiani attraversarono l’oceano in cerca di una destinazione migliore e La Pampa non ne fu esclusa.

Il 19 ottobre 1876, esattamente 150 anni fa, il presidente Nicolás Avellaneda promulgò la Legge 817 sull’Immigrazione e la Colonizzazione. Non era solo un’altra legge. Fu la prima legge nazionale che regolamentò l’immigrazione in Argentina, che conosciamo come la Legge Avellaneda.

 Cosa diceva? Definiva un immigrato come “qualsiasi lavoratore a giornata, artigiano, industriale, agricoltore o insegnante straniero che, essendo sotto i 60 anni e riconoscendo la propria moralità e attitudine, arrivasse nella Repubblica per stabilirsi.” E creò il Dipartimento Generale dell’Immigrazione, con agenti in Europa incaricati di fare “propaganda continua” e persino di pagare il loro passaggio.

 Tra il 1876 e il 1930, più di 2 milioni di italiani attraversarono l’Atlantico in seconda o terza classe, come stabilito dalla legge, dopo nuove opportunità. Inizialmente provenivano dalle regioni di Piemonte, Lombardia e Friuli-Venezia-Giulia; poi, in massa, dal centro e dal sud: umbri, abruzzesi, marchigiani, sardi, siciliani, calabresi e campani in fuga dai latifondi e dalla miseria.

 La Legge 817 è composta da due parti: immigrazione e colonizzazione. La seconda parte suddivideva i territori nazionali in sezioni di 20 km per lato, con lotti di 100 ettari, quattro per i villaggi e 76 per l’ejido.(campo o terreno comune di uso pubblico situato ai margini di un villaggio, tradizionalmente non coltivato e destinato al pascolo o alla raccolta di legname ndr)

 Contesto del 1876.

 L’Argentina contava 2,3 milioni di abitanti in 3 milioni di km2. L’Europa era nel mezzo di una crisi agraria e di una persecuzione politica dopo l’unificazione italiana (1861) e tedesca. L’espansione del capitalismo industriale sommato alla divisione del lavoro a livello mondiale, cuii l’Argentina era integrata attraverso il modello agro-export aveva bisogno di braccia.

 Avellaneda, nel suo messaggio del 1° maggio 1876, parla dell'”imperativo bisogno di attrarre immigrazione.” Non fece altro che conformarsi a quanto stabilito nella Costituzione del 1853, art. 25, che già diceva “il governo federale promuoverà l’immigrazione europea”, quindi la Legge 817 è lo strumento che ha dato risorse e struttura a quel mandato costituzionale.

 La legge comprendeva 121 articoli divisi in due parti distinte: la prima parte: “Sull’Immigrazione” (60 articoli, 10 capitoli) che rimase in vigore fino al Decreto di Jorge Rafael Videla nel 1981, e la seconda parte, “Sulla colonizzazione” (61 articoli), fu abrogata nel 1903 dalla Legge 4167 sulla Vendita e Locazione delle Terre Pubbliche.

 La prima parte fu nevralgica perché i primi quattro articoli stabilivano la creazione dell’apparato statale con l’istituendo Dipartimento Generale dell’Immigrazione sotto l’egida del Ministero dell’Interno.

Il Potere Esecutivo era autorizzato a nominare agenti in Europa e America con una missione esplicita: “sviluppare propaganda continua, fornire rapporti gratuiti a chi fosse interessato, certificare la condotta e l’attitudine tecnica dell’immigrato, intervenire nei contratti di trasporto e, in alcuni casi, pagare i loro biglietti.”

In altre parole, lo Stato argentino diventa un agente di propaganda migratoria, nel caso dell’Italia a Genova, Napoli e Milano. Successivamente, in particolare, l’Articolo 12 definì l’immigrato come “qualsiasi straniero che sia lavoratore a giornata, artigiano, industriale, agricoltore o insegnante che, avendo meno di sessant’anni e garantendo la propria moralità e attitudini, arrivi nella Repubblica per stabilirsi lì, su battelli a vapore o barche a vela, pagando un biglietto di seconda o terza classe o facendo pagare il biglietto per conto della Nazione, delle province o delle compagnie private.”

 Gli articoli 14-30 descrivevano i diritti e i benefici per gli immigrati, come l’alloggio gratuito e il cibo per 5-8 giorni nell’Hotel per gli Immigrati, il trasferimento gratuito a spese della Nazione in qualsiasi punto della Repubblica in cui desiderassero stabilire la loro residenza, l’introduzione esente da dazi dei loro vestiti, mobili, ecc. strumenti e utensili da lavoro, oltre a strutture per ottenere lavoro e collocamento tramite gli Uffici del Lavoro.

 Gli italiani furono tra i più beneficiati grazie a un’importante rete di agenti argentini, come abbiamo sottolineato, ma anche italiani che aderirono alla politica pro-immigrazione del governo argentino; nel 1876 c’erano agenti a Genova, Napoli e Palermo.

 A questo si aggiunse una situazione complicata nella Penisola, i continui scontri militari nel processo del Risorgimento, aggravati dalla crisi della produzione di seta, la diffusa piaga della fillossera nei vigneti e, a sud, il latifondo fu la combinazione che spinse alla scelta di emigrare in seguito.

Così, tra il 1881 e il 1914, 1.800.000 italiani arrivarono in Argentina. Delineando le caratteristiche, in termini generali, possiamo dire che i piemontesi portarono la conoscenza della fattoria mista (grano, erba medica e allevamento), i calabresi, gli originari del Veneto e i siciliani, il lavoratore giornaliero che in seguito divenne appaltatore, tutti con conoscenze in viticoltura.

 La legge ha parzialmente fallito nel suo obiettivo di evitare il latifondo atteso che si poneva l’obiettivo di rendere proprietari i coloni.

La Legge 4167 del 1903 permise, infatti, la vendita di ampie aree di terra e molti coloni finirono come affittuari. Ad esempio, a La Pampa, le due tenute più importanti erano Estancias e Colonias Trenel e la Compagnia Terriera Guatraché.

Da questo processo nacque il Grito de Alcorta del 1912, guidato da italiani e dai loro figli che, raggruppati nella Società Italiana della Mutualità di Alcorta nella provincia di Santa Fe, diede il via a quella che in seguito divenne la Federazione Agraria Argentina.

D’altra parte, senza dubbio, il successo demografico fu indubbiamente indiscutibile tenuto conto che fornì all’Argentina 6 milioni di immigrati tra il 1876 e il 1930. In particolare a La Pampa ha dato parte della sua identità a tal punto che il 60% dei cognomi nel 1920 era di origine italiana.

* Ex Vicepresidente, Italian Club of Santa Rosa (2010/2012)

 (laarena.com.ar)

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EmigrazioneNotizie dal Mondo

Ponti di Identità e Memoria: Lingue, Segni e Simboli dell’Emigrazione Italiana

da Pierpaolo Cicalò 28 Settembre 2026

di José Francisco Minetto

Ex Consigliere Comites . Santa Rosa Provincia de La Pampa.

La Facoltà di Scienze Umane dell’Università Nazionale della Pampa (UNLPam) sarà lo scenario di un evento accademico e culturale di profonda rilevanza per comprendere i legami storici e contemporanei tra l’Italia e l’Argentina. Il prossimo 8 ottobre, l’istituzione riceverà in videoconferenza magistrale il prestigioso professor Massimo Vedovelli, una delle massime autorità mondiali in sociolinguistica, storia linguistica dell’emigrazione e contatto tra lingue. Si segnala che Vedovelli ha già tenuto nel 2014 una videoconferenza in collaborazione con José Minetto e il testo è stato pubblicato dalla EdUNLPam nel 2015 insieme a quello realizzato con il professor Umberto Eco. L’attività potrà essere seguita online, previa iscrizione, e/o in presenza presso il Consiglio Direttivo della Facoltà ed è co-organizzata con la Società Italiana di Mutuo Soccorso Carlo Alberto di Toay.

L’incontro, intitolato “Lingue e linguaggi, segni e simboli dell’emigrazione italiana: l’emigrazione tradizionale e la nuova a confronto”, propone un percorso analitico indispensabile per ripensare il fenomeno migratorio non solo come uno spostamento geografico, ma come una complessa rete di trasformazioni culturali, linguistiche e simboliche. E sarà il primo di una serie di incontri con specialisti italiani che includerà storici, politologi e semiologi.

Un Dialogo Transatlantico sull’Esperienza Migratoria

La conferenza stabilirà un ponte diretto tra Siena (Italia) e Santa Rosa (La Pampa), promuovendo uno spazio di riflessione critica coordinato dalle professoresse Lell, Miranda e Pérez che lavorano presso l’IDEAE-FCH-UNLPam, e moderato da José Francisco Minetto.

La proposta centrale della giornata consiste nel contrapporre due grandi momenti della diaspora italiana: l’emigrazione tradizionale, quel flusso massiccio storico (principalmente di fine XIX e primi decenni del XX secolo) che ha messo radici profonde in suolo argentino e pampeano, caratterizzato dalla perdita graduale dei dialetti d’origine, dalla costruzione di identità ibride e dall’emergere di fenomeni di contatto linguistico come il cocoliche o il lunfardo. E, dall’altro lato, la nuova emigrazione, ossia i movimenti contemporanei di cittadini italiani – spinti dalle dinamiche globali del XXI secolo – che si spostano con nuove competenze comunicative, legami tecnologici permanenti con la madrepatria e configurazioni identitarie diverse.

L’Italia si è sempre caratterizzata per i movimenti migratori. All’emigrazione di massa che ha avuto luogo nei decenni successivi all’unificazione nazionale e ai ritorni degli anni settanta si sono aggiunti, negli ultimi cinquant’anni, importanti flussi di immigrati stranieri che hanno coperto le carenze del mercato del lavoro e, con l’introduzione di numerose nuove lingue, hanno trasformato profondamente la struttura dello spazio linguistico nazionale. La complessa situazione migratoria dell’Italia si caratterizza anche per contraddizioni, dato che, insieme all’immigrazione straniera, si è recentemente ripreso un nuovo flusso migratorio significativo. Questi giovani – i nuovi emigranti – possiedono caratteristiche linguistiche e culturali distinte rispetto all’emigrazione tradizionale: per lo più hanno studi superiori; parlano italiano, ma conservano il contatto con i dialetti delle loro famiglie d’origine. Oltre agli emigranti italiani recenti, si trovano anche i figli di immigrati stranieri, nati o cresciuti in Italia, che emigrano all’estero, portando con sé un ricco e diverso patrimonio linguistico strutturato intorno all’italiano e alle lingue delle loro famiglie d’origine. Si affronteranno, in primo luogo, dati statistici sui movimenti migratori che hanno caratterizzato l’Italia negli ultimi decenni, e successivamente ci si concentrerà sulle conseguenze sia per lo spazio linguistico entro i confini nazionali sia nei contesti in cui la nuova emigrazione entra in contatto con comunità di emigranti di lunga data.

Il contributo dei nuovi emigranti allo sviluppo delle società ospitanti continua a caratterizzarsi per la creatività e la brillantezza, sia in ambito materiale che intellettuale.

Verso una Comprensione Globale dell’Identità

Lungi dall’esaurirsi in uno sguardo nostalgico, l’evento del prossimo 8 ottobre presso l’UNLPam invita a svelare i molteplici linguaggi attraverso i quali gli italiani hanno narrato e narrano la loro condizione di espatriati. La lingua non è solo uno strumento di comunicazione, ma il territorio dove si dibatte la memoria, l’integrazione e il senso di appartenenza transnazionale.

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EmigrazioneNotizie dall'Italia

Il Riformismo di Fernando Santi

da Pierpaolo Cicalò 15 Settembre 2026

Fernando Santi è persona che non va rievocata con i toni retorici della commemorazione, confinandolo in un mondo lontano di illustri politici e sindacalisti, quanto come l’esempio della lotta e dell’impegno che vanno assunti tutti i giorni.

Evidente è Il profondo legame dell’azione e dell’insegnamento di Fernando Santi con i problemi attuali, con le lotte nelle quali oggi è impegnato il sindacato.

Quali valori deve esprimere e come li deve concretizzare un vero riformista del nostro tempo in una società attraversata da una crisi del modello di sviluppo che ci sta portando verso una economia di guerra?

Se andiamo ai valori espressi dal suo “riformismo padano”, in cui le lotte sociali e le lotte politiche si intrecciano, il gradualismo è concretezza e precisione degli obiettivi rivendicativi del sindacato, la politica delle riforme complementa e sostiene l’azione sindacale, la democrazia nella vita del sindacato è imprescindibile per il suo ruolo autonomo da partiti, istituzioni e padronato, ne cogliamo l’attualità ed il valore anche nel nostro tempo.

Fernando Santi ha contribuito a dare una risposta socialista ai problemi dello sviluppo economico e sociale partendo dal gradualismo e non dai massimi programmi.

E i risultati sono ancora oggi visibili.

Si sono persi i contorni di una tradizione storica di lotte che hanno avuto ancora un punto alto negli anni ’70.

Il riformismo di Fernando Santi veniva dalle lotte, lotte di classe, cui aveva partecipato nella pianura padana. Una colleganza di una intera vita con quella tradizione socialista, riformista, intransigente dura e ostinata nella difesa degli interessi del “proletariato”.

Un modo di essere lontano dallo pseudoriformismo al quale non pochi immemori si richiamano senza averne alcun diritto perché riformisti nel senso giusto non sono né possono esserlo.

La mobilitazione in piedi da oltre due anni della CGIL e di tanta parte della società che si esprime nel movimento della “via Maestra” per cambiare le politiche di governo, avverse ai lavoratori, trovano nel pensiero e nella pratica di Santi un punto alto sui valori e sul metodo nell’azione mirata a obiettivi sia specifici che d’interesse generale dei cittadini

Aggiornando e rinnovando ed anche modificando, la lezione di Fernando Santi dirigente della CGIL e politico socialista è parte fondamentale della risposta che va data ai problemi attuali della democrazia costituzionale e dello sviluppo del paese in declino.

Manca oggi quell’unità sindacale nella quale Santi e la CGIL hanno creduto e per la quale, per un lungo tempo, la CGIL si è impegnata.

A quella unità di CGIL CISL UIL si devono gli importanti avanzamenti dei lavoratori sul piano contrattuale e su quello delle riforme e nella difesa della democrazia.

L’unità sindacale come corollario dell’unità del movimento sindacale. Un obiettivo primario, alla cui ricerca non rinunciare pur nelle attuali circostanze che non ne favoriscono la realizzazione, se si vuole perseguire un altro modello di sviluppo ed un altro modello di società.

La Direzione dell’Istituto Fernando Santi

www.istitutosanti.org

presidenzastitutosanti.org

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EmigrazioneNotizie dal MondoNotizie dall'Italia

Argentina: Conferenza Prof Vedovelli

da Pierpaolo Cicalò 9 Settembre 2026

Argentina: All’Università de la Pampa conferenza del prof Vedovelli su migrazioni e lingua italiana

L’8 ottobre 2026, nel Salone del Consiglio direttivo della Facoltà di Scienze umane dell’Universidad Nacional de La Pampa (UNLPam), in Argentina, si terrà la conferenza “Lingue e linguaggi, segni e simboli dell’emigrazione italiana: emigrazione tradizionale e nuova a confronto”. L’incontro, promosso e moderato dal prof José Francisco Minetto, è dedicato agli aspetti linguistici e culturali dei movimenti migratori italiani. Relatore il prof Massimo Vedovelli, linguista, già Rettore dell’’Università per stranieri di Siena.

Le coordinatrici saranno Helga Lell, Laura Pérez e Raquel Miranda, direttrice dell’Instituto de Estudios Americanos y Europeos (IDEAE) della Facoltà di Scienze umane.

Il programma dell’evento prevede di affrontare il tema partendo dai dati statistici sui movimenti migratori che hanno interessato l’Italia negli ultimi decenni. In seguito, l’attenzione si concentrerà sulle conseguenze linguistiche dei fenomeni migratori, sia nello spazio nazionale italiano sia nei contesti in cui la nuova emigrazione entra in contatto con comunità italiane insediate all’estero da più tempo.

«L’Italia è stata caratterizzata dai movimenti migratori», ha detto Raquel Miranda. «All’emigrazione di massa dei decenni successivi alla riunificazione nazionale e ai rientri degli anni Settanta si sono aggiunti, negli ultimi cinquant’anni, consistenti flussi di immigrati stranieri, che hanno colmato carenze del mercato del lavoro e, con l’introduzione di numerose nuove lingue, hanno trasformato profondamente la struttura dello spazio linguistico nazionale». Secondo la direttrice dell’IDEAE, il quadro migratorio italiano presenta elementi distinti. «Accanto all’immigrazione straniera, recentemente è ripreso un flusso migratorio significativo verso l’estero.

Questi giovani, i nuovi emigranti, hanno caratteristiche linguistiche e culturali diverse da quelle dell’emigrazione tradizionale: nella maggior parte dei casi hanno un’istruzione superiore, parlano italiano, ma mantengono il contatto con i dialetti delle famiglie di origine».

La conferenza prenderà in esame anche le persone nate o cresciute in Italia da famiglie immigrate, che emigrano successivamente all’estero. «Portano con sé un patrimonio linguistico articolato attorno all’italiano e alle lingue delle famiglie di origine», ha osservato Miranda.

Una parte dell’incontro sarà dedicata alle rappresentazioni cinematografiche delle lingue e delle espressioni idiomatiche legate ai nuovi movimenti migratori italiani.

«Saranno proposti esempi di queste manifestazioni linguistiche in relazione all’immigrazione straniera in Italia e alla nuova emigrazione all’estero», ha spiegato Miranda.

L’obiettivo sarà esaminare il contributo dei nuovi emigranti alle società di accoglienza attraverso le loro produzioni linguistiche e culturali. 

Vedovelli, nato a Roma nel 1953, è filosofo e linguista. Laureato in filosofia del linguaggio alla Sapienza di Roma nel 1976, è professore ordinario di Linguistica educativa e Semiotica presso la Facoltà di Lingua e cultura italiana dell’Università per stranieri di Siena, della quale ha ricoperto il ruolo di rettore.

Dal 2013 al 2016 è stato assessore alla Cultura del Comune di Siena.

Le sue ricerche riguardano, tra gli altri ambiti, la glottodidattica, la semiotica, la sociolinguistica e la linguistica acquisizionale.

Ha introdotto in Italia il concetto di “lingua immigrata” e ha studiato l’insegnamento e l’apprendimento delle lingue nei contesti migratori.

È stato fondatore e primo direttore della Certificazione di italiano come lingua straniera (CILS) e del Centro di eccellenza della ricerca Osservatorio linguistico dell’italiano diffuso fra stranieri e delle lingue immigrate in Italia, istituiti presso l’Università per stranieri di Siena.

Tra i suoi lavori figura anche la curatela del volume “Storia linguistica dell’emigrazione italiana nel mondo”.

La collaborazione tra Vedovelli e la UNLPam risale ad attività accademiche precedenti. «È già intervenuto in iniziative della UNLPam o collegate all’università», ha ricordato Miranda.

«Partecipò alla videoconferenza con Umberto Eco organizzata dallo stesso José Minetto nel 2014. Gli interventi furono pubblicati dalla EdUNLPam nel 2015». La Facoltà ha inoltre ospitato nel 2020 l’XI Congresso internazionale di linguistica missionaria, al quale parteciparono studiosi provenienti da diversi Paesi, tra cui alcuni linguisti italiani, come Monica Lupetti, Marco Guidi e Matteo Migliorelli. (Fel – 9 set)

(da 9 Colonne )

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EmigrazioneNotizie dal Mondo

Marcinelle memoria collettiva e identità per ogni italiano.

da Pierpaolo Cicalò 30 Giugno 2026

Il 2026 è l’anno del 70° anniversario della tragedia di
Marcinelle e degli 80 anni degli accordi che posero le basi
della cooperazione europea nel settore del carbone e
dell’acciaio.
Marcinelle per la nostra comunità in Belgio non è solo
memoria collettiva. E’ identità. Lo è per ogni italiano.
Dopo tanti anni nelle generazioni che si succedono, tra gli
italiani all’estero ed in Italia, la morte nel Bois du Cazier dei
minatori stranieri immigrati – tanti i nostri connazionali molti
dei quali saranno ricordati a Manoppello in Abruzzo da cui
emigrarono- , le condizioni di lavoro e di vita nelle quali
erano costretti, le cause primarie alla base del loro ingaggio,
sono motivo profondo per dire che quella condizione
subalterna non deve riprodursi e quando si riproduce va
combattuta, ogni giorno, con fermezza.
Non ci stancheremo nel ribadirlo. Ovunque si verifichi
questo rapporto diseguale a danno di chi lavora.
La lotta contro la discriminazione nel posto di lavoro, per il
lavoro sicuro, per evitare di morire è un dovere civico e non
semplicemente un umano atto di vicinanza e solidarietà.
Fatalità e ineluttabilità non sono categorie interpretative
laddove sussistono condizioni di sfruttamento del lavoro.
Non c’è niente di rituale nelle commemorazioni che
l’associazionismo, le rappresentanze- comites e cgie- degli
italiani all’estero, le organizzazioni sindacali, diverse forze
politiche, le istituzioni promuovono e realizzano nella
ricorrenza di Marcinelle.

Il giorno in cui la campana suona per ricordare, uno ad uno,
i morti di Marcinelle è il momento in cui il silenzio del
piazzale del Bois du Cazier riassume il ricordo e il grido
d’allarme perché un paese, ogni paese che vede morire per
il lavoro persone, che vede famiglie rese così più povere è
un paese che non ha tutte le carte in regola.
Quest’anno la CGIL a Marcinelle, intervenendo in una
iniziativa importante svoltasi a metà giugno ha sottolineato il
carattere sovranazionale che deve assumere l’impegno per
lavoro, dignità e sicurezza, da porre alla base di una Europa
che si rinnovi.

dei tanti infortuni e morti sul lavoro.
Il lavoro non è una merce che si compra e si vende.
Vale in ogni paese e vale in Italia, in cui dalle sofferenze dei
suoi milioni di cittadini emigrati per lavoro non si riesce
ancora ad assumere pienamente il monito ad evitare che tre
persone al giorno in Italia seguitino a morire a causa del
lavoro.
Ricordiamo i morti, tutti i morti di Marcinelle
Restiamo convinti che la giustizia sociale che fu negata ai
minatori di Marcinelle sia ancora un obiettivo per il quale
battersi.
 
Pierpaolo Cicalò
Presidente di Istituto Fernando Santi

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EmigrazioneNotizie dal Mondo

Sanità Emigrati Italiani all’Estero

da Pierpaolo Cicalò 22 Giugno 2026

ITALIANI ALL’ESTERO – ASSISTENZA SANITARIA IN ITALIA – APPROVATO IN VIA DEFINITIVA PROVVEDIMENTO: DUEMILA EURO L’ANNO E ISCRITTI AIRE PAESI EXTRA UE POTRANNO USUFRUIRNE. GRATUITA: MINORI CON GENITORE ISCRITTO

https://www.italiannetwork.it/news.aspx?id=85428

L’Assemblea del Senato ha approvato definitivamente il ddl n. 1730 recante disposizioni in materia di assistenza sanitaria in favore dei cittadini iscritti all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero, residenti in Paesi che non appartengono all’Unione europea e non aderiscono all’Associazione europea di libero scambio, EFTA).

Il relatore, sen. Zaffini (FdI), ha illustrato il provvedimento, composto di 4 articoli:

l’articolo 1 stabilisce che l’iscrizione avvenga presso l’ASL competente per il luogo di dimora o di soggiorno; l’articolo 2 introduce l’obbligo di rilascio e rinnovo annuale della tessera sanitaria, subordinato al versamento di un contributo annuo di 2.000 euro, che copre anche i figli minorenni. In caso di mancato pagamento è prevista la sospensione dell’accesso alle prestazioni del SSN e il recupero degli importi arretrati.

L’articolo 3 reca la clausola di invarianza finanziaria,

L’articolo 4 prevede l’entrata in vigore della legge trenta giorni dopo la pubblicazione e demanda ad un decreto ministeriale l’adozione delle disposizioni attuative e di monitoraggio-

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EmigrazioneNotizie dal Mondo

Luigi Pantisano figlio di emigrati calabresi è il leader del primo partito della sinistra in Germania.

da Pierpaolo Cicalò 22 Giugno 2026

Lo ha eletto alla presidenza nel congresso di Potsdam, La Linke, il principale partito della sinistra tedesca. Per l’esponente di origini calabresi si tratta di una partenza impegnativa anche se i sondaggi danno in forte crescita il suo partito

C’è una radice profonda che unisce la Calabria alla svolta storica della politica tedesca.

Luigi Pantisano, 46 anni, originario di Cariati Marina e figlio di immigrati calabresi, è da oggi il primo italo-tedesco a diventare leader di un partito in Germania. Una comunità italiana e calabrese in specie, vede nel paese di accoglienza crescere il proprio ruolo di cittadini tedeschi e al contempo profondamente italiani, fino a raggiungere livelli di grandissima responsabilità.

Come tanti anni or sono successe in Belgio con Elio Di Rupo, socialista, figlio di emigrati in Belgio che ha ricoperto anche più volte la carica di capo del governo del Belgio..

Luigi Pantisano è architetto quarantaseienne, che dal 2025 siede stabilmente al Bundestag come parlamentare e vicecapogruppo del partito, ha incentrato gran parte del suo intervento proprio sul riscatto sociale, rivendicando con fierezza il legame con la propria terra d’origine, dove ha trascorso l’infanzia insieme ai suoi tre fratelli: «Sono figlio di Gastarbeiter (lavoratori immigrati) di famiglia calabrese. I miei genitori hanno lavorato duramente per permettere a me e ai miei fratelli un futuro migliore. Ho imparato da loro a combattere».

Un vissuto personale che Pantisano ha utilizzato per scagliarsi contro il leader della Cdu, Friedrich Merz,. «Merz vuole solo rendere ancora più ricchi i suoi amici ricchi, e i socialdemocratici non fanno altro che collaborare», ha attaccato il neo-leader di origine calabrese di fronte a una platea di oltre 500 delegati. «Mentre la destra dice che dobbiamo lavorare 13 ore invece di 8 e restare occupati fino a 70 anni, noi dobbiamo rimettere i temi e i diritti dei lavoratori al centro del nostro programma».

La sua ricetta per contrastare l’avanzata dell’estrema destra e rafforzare la sinistra tedesca è semplice: basta fare la morale dall’alto dei palazzi. Il partito deve tornare a essere il sindacato dei fatti. In una Germania colpita da un caro affitti sempre più pesante, Pantisano parla di cose concrete: tetti ai canoni di locazione, trasporti pubblici accessibili, tutele per chi lavora e politiche sociali più forti. Senza troppi giri di parole.

I figli della nostra emigrazione vanno all’estero, entrano nei parlamenti, guidano partiti nazionali e riportano al centro temi come casa, salari e welfare.

La storia corre veloce oltre il confine.

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Italiani all’estero e referendum di Carlo Caldarini

da Pierpaolo Cicalò 21 Maggio 2026

Italiani all’estero e referendum: Tra appartenenza senza presenza e presenza senza appartenenza

12 Maggio 2026Carlo Caldarini

emigrazione, italiani, referendum

Nel recente referendum sulla giustizia, gli italiani all’estero hanno votato in maggioranza in modo opposto rispetto ai residenti in Italia. Ma il dato più interessante è forse un altro: mentre nei paesi europei prevale il No, in molte realtà extraeuropee vince il Sì. Una frattura che rinvia a storie migratorie diverse e a differenti modi di vivere il legame con l’Italia. Ma che solleva anche una tensione sempre più evidente: fino a che punto l’appartenenza giuridica può prevalere sull’esperienza concreta di chi vive, lavora e partecipa ogni giorno alla vita di un paese?

Il voto degli italiani all’estero in occasione del recente referendum costituzionale merita probabilmente più attenzione di quanta ne abbia ricevuta finora. Non solo per il risultato complessivo, ma soprattutto per la sua distribuzione geografica, che sembra delineare una configurazione tutt’altro che casuale.

In contrasto con quanto accaduto tra i residenti in Italia, la maggioranza  degli elettori italiani all’estero ha sostenuto la riforma della giustizia proposta dal governo di Giorgia Meloni. Questo orientamento non è stato sufficiente a modificare l’esito finale della consultazione, eppure merita di essere analizzato.

Un altro voto dentro il voto: gli italiani all’estero

Nel voto estero, il “Sì” ha infatti ottenuto il 56,3% dei voti validi (803.632), contro il 43,7% del “No” (622.652 voti), con un’affluenza del 28,5%. La partecipazione è risultata più elevata in America Latina (33,7%), seguita dall’Europa (27%), mentre si attesta su livelli più bassi in Nord e Centro America (22,5%) e nelle aree di Africa, Asia, Oceania e Antartide (22,2%).
Al di là dei dati aggregati, è però la loro distribuzione territoriale a meritare particolare attenzione: i paesi europei sono infatti gli unici in cui il “No” alla riforma della giustizia proposta dal governo prevale con sistematicità (vedi tabella).
Preso isolatamente, questo elemento potrebbe apparire come una semplice variazione geografica. E tuttavia, la relativa coerenza di questa configurazione suggerisce una lettura più esigente: essa potrebbe rinviare a una frattura più profonda, non solo territoriale, ma anche storica, sociale e politica, all’interno dell’elettorato italiano all’estero.

Storie migratorie, diaspore differenti e comportamenti elettorali

Una prima pista interpretativa riguarda la pluralità delle traiettorie migratorie che compongono oggi l’Italia fuori d’Italia. Le collettività italiane nel mondo non costituiscono un insieme omogeneo: sono il prodotto di ondate migratorie differenti, maturate in contesti economici, politici e culturali diversi. Queste storie continuano a incidere sulle forme di appartenenza nazionale, sui legami mantenuti con il paese d’origine e, verosimilmente, anche sui comportamenti politici.
In diversi paesi europei, la presenza italiana è in larga misura il risultato di mobilità relativamente recenti, spesso intensificatesi dopo la crisi del 2008. Si tratta frequentemente di persone più giovani, con livelli di istruzione medio-alti, inserite in percorsi professionali qualificati e in spazi transnazionali. Per una parte di esse, il rapporto con l’Italia resta diretto e aggiornato: seguono il dibattito pubblico, confrontano le istituzioni, mantengono relazioni regolari con il paese e ne condividono, almeno in parte, i conflitti politici.
Nei paesi segnati da una più antica immigrazione italiana – Stati Uniti, Canada e soprattutto America Latina – il corpo elettorale comprende invece una quota più ampia di discendenti di emigrati appartenenti a generazioni successive. In questi contesti, l’italianità può trasmettersi meno attraverso l’esperienza immediata delle istituzioni e più attraverso la memoria familiare, le reti comunitarie, i racconti migratori e la valorizzazione simbolica delle origini.
Questa distinzione richiama, almeno in parte, un’ipotesi formulata in un lavoro precedente: quella di una tensione tra due volti dell’emigrazione italiana nel mondo. Da un lato, una componente più cosmopolita, caratterizzata dalla mobilità, dalla pluralità delle appartenenze e dall’inserimento in universi sociali transnazionali. Dall’altro, una componente più identitaria, nella quale il legame con l’Italia si esprime soprattutto attraverso l’eredità familiare, la continuità simbolica e il richiamo alle radici.1
Non si tratta, evidentemente, di contrapporre due blocchi omogenei né di ridurre le scelte elettorali a questa sola chiave di lettura. Le situazioni individuali restano molteplici, le generazioni si sovrappongono e ogni paese presenta propri clivages sociali e politici. Tuttavia, questa prospettiva consente di formulare un’ipotesi plausibile: a seconda delle storie migratorie, il voto può radicarsi diversamente — talvolta in un’esperienza concreta e comparativa delle politiche pubbliche, talvolta in rappresentazioni più simboliche della nazione, dell’ordine istituzionale o dell’identità collettiva.

L’effetto della distanza politica

Un secondo elemento riguarda l’effetto della distanza. È possibile che l’allontanamento geografico – e, in parte, biografico – contribuisca a modificare il modo in cui le questioni istituzionali vengono percepite. Le riforme della giustizia, per esempio, non sono oggetti neutri: richiedono una certa familiarità con il funzionamento concreto dello Stato, con i suoi equilibri e con le sue tensioni. In assenza di questa esperienza diretta, il dibattito può tendere a semplificarsi, a polarizzarsi, a essere ricondotto a categorie più generali: ordine, efficienza, stabilità, leadership.
Naturalmente, queste ipotesi non esauriscono la complessità del fenomeno. Le comunità italiane all’estero sono tutt’altro che omogenee e, all’interno di ciascun paese, esistono differenze significative per classe sociale, generazione, livello di istruzione, partecipazione sociale e inserimento professionale. Allo stesso modo, sarebbe riduttivo spiegare le divergenze di voto unicamente in termini di informazione più o meno elevata.

Una questione democratica più ampia

Resta tuttavia una domanda, che questo voto sembra rendere più visibile: in che modo si configura oggi la cittadinanza politica quando viene esercitata a distanza? E come si articolano – o si disarticolano – il diritto di partecipare alle decisioni collettive e l’esperienza concreta dei loro effetti? Non si tratta, evidentemente, di mettere di colpo in discussione il principio del voto degli italiani all’estero, che rappresenta in sé una conquista importante. Si tratta piuttosto di riconoscere che esso apre anche una serie di tensioni che meritano di essere nominate e analizzate.
In particolare, questo risultato elettorale invita a interrogare – senza semplificazioni – la pertinenza di un dispositivo che attribuisce pieni diritti di partecipazione politica anche a persone che, in alcuni casi, non hanno mai avuto un rapporto diretto e vissuto con le istituzioni del paese, mentre quegli stessi diritti restano negati a molte persone che in quel paese vivono, crescono, lavorano e contribuiscono ogni giorno.
Emerge così un paradosso difficilmente ignorabile. In molti contesti, appare quasi scontato richiedere a una persona immigrata una certa conoscenza delle istituzioni – talvolta persino della Costituzione – come condizione per accedere alla cittadinanza politica nel paese di residenza. Ma, nello stesso tempo, il diritto di voto a un referendum costituzionale può essere esercitato da persone che, in alcuni casi, non conoscono – o conoscono solo in modo molto indiretto – il funzionamento concreto del paese al quale sono giuridicamente legate.
La questione non è soltanto teorica. È una contraddizione concreta tra appartenenza senza presenza e presenza senza appartenenza.
Si delinea così uno scarto tra differenti definizioni della cittadinanza politica: da un lato, una cittadinanza fondata sull’appartenenza identitaria; dall’altro, una cittadinanza ancorata alla presenza effettiva, alla partecipazione sociale e al contributo concreto alla vita collettiva.

Note

1Caldarini C., et al., L’associazionismo dell’emigrazione italiana in transizione. Edizioni Futura, 2022 (L’associazionismo dell’emigrazione italiana in transizione – Futura Editrice).

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EmigrazioneImmigrazioneNotizie dal Mondo

da Pierpaolo Cicalò 21 Maggio 2026

Il Corriere di Tunisi il giornale degli italiani di Tunisia compie 70 anni.

Lo ha ricordato la nostra comunità di Tunisia con iniziative tenutesi dal 21 al 23 maggio in Tunisi.Una commemorazione nel cuore della Medina di Tunisi, alla presenza di rappresentanti istituzionali, del mondo culturale e delle comunità italiana e tunisina.

Un dibattito a più voci, occasione per porre al centro settant’anni di storia, di lingua italiana, di memoria condivisa e di dialogo tra le due sponde del Mediterraneo

Il Corriere di Tunisi, storica testata, unica pubblicazione in lingua italiana del Nord Africa è oggi diretta da Silvia Finzi.

Il Corriere di Tunisi ha rappresentato nel tempo non solo uno strumento di informazione, ma anche un mezzo di rappresentanza, coesione comunitaria e memoria condivisa. Una comunità, quella italiana strutturata e profondamente integrata nel tessuto economico e sociale del Paese.

Dopo l’indipendenza tunisina del 1956, si è aperta una nuova stagione di relazioni più strutturate tra Tunisia e Italia, anche sul piano culturale e informativo, e il Corriere di Tunisi ha saputo interpretare pienamente questa evoluzione.

Il fondatore Giuseppe e poi Elia figura centrale della vita culturale e associativa italo-tunisina, direttore per lunghi anni. Silvia figlia di Elia professoressa all’università della Manoubia ne è attualmente il direttore. garantendone la continuità e dando nuovo slancio ad un progetto familiare e collettivo insieme, capace di rinnovarsi senza perdere la propria identità.

Una famiglia centrale nella vita della bella e laboriosa comunità degli italiani di Tunisia e nella società tunisina.

Nel corso della cerimonia il presidente del Comites Tunisia, Sandro Fratini, ricordando la lunga storia del giornale lo ha definito “un punto di riferimento quotidiano per gli italiani in Tunisia, un presidio culturale e uno strumento fondamentale per mantenere viva la lingua italiana” sottolineando come il quotidiano abbia accompagnato con autorevolezza, passione e responsabilità intere generazioni della comunità italiana nel Paese.

Fratini ha ricordato la figura di Elia Finzi, figura centrale della vita culturale e associativa italo-tunisina che l’Istituto Fernando Santi si onora di aver avuto come prezioso riferimento.

Le celebrazioni hanno avuto un momento importante con la proiezione del documentario Il Corriere di Tunisi, diretto da Aida Chamekh e prodotto da Habib Mestiri.

Sottolinea Italpress in un suo lancio di agenzia “Il film ripercorre il cammino umano e culturale di Silvia Finzi, erede di una storia editoriale unica nel mondo arabo, e racconta il delicato equilibrio tra memoria e trasformazione che ha permesso al giornale di attraversare decenni di cambiamenti restando fedele alla propria missione di ponte tra Italia e Tunisia”. La giornata di commemorazione “ ha dunque confermato il valore di una testata che, nata nello stesso anno dell’indipendenza tunisina e dell’avvio delle relazioni diplomatiche con l’Italia, continua a essere molto più di un giornale. Il Corriere di Tunisi resta infatti un simbolo vivo della presenza culturale italiana in Tunisia, della forza dell’italofonia e di una relazione bilaterale che trova nella storia, nella lingua e nei legami umani il suo fondamento più profondo”.

R.G:

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