Italiani in Argentina.
Di José Francisco Minetto *
Nicolás Avellaneda promulgò una legge nazionale che regola l’immigrazione in Argentina 150 anni fa. Da quel momento in poi, milioni di italiani attraversarono l’oceano in cerca di una destinazione migliore e La Pampa non ne fu esclusa.
Il 19 ottobre 1876, esattamente 150 anni fa, il presidente Nicolás Avellaneda promulgò la Legge 817 sull’Immigrazione e la Colonizzazione. Non era solo un’altra legge. Fu la prima legge nazionale che regolamentò l’immigrazione in Argentina, che conosciamo come la Legge Avellaneda.
Cosa diceva? Definiva un immigrato come “qualsiasi lavoratore a giornata, artigiano, industriale, agricoltore o insegnante straniero che, essendo sotto i 60 anni e riconoscendo la propria moralità e attitudine, arrivasse nella Repubblica per stabilirsi.” E creò il Dipartimento Generale dell’Immigrazione, con agenti in Europa incaricati di fare “propaganda continua” e persino di pagare il loro passaggio.
Tra il 1876 e il 1930, più di 2 milioni di italiani attraversarono l’Atlantico in seconda o terza classe, come stabilito dalla legge, dopo nuove opportunità. Inizialmente provenivano dalle regioni di Piemonte, Lombardia e Friuli-Venezia-Giulia; poi, in massa, dal centro e dal sud: umbri, abruzzesi, marchigiani, sardi, siciliani, calabresi e campani in fuga dai latifondi e dalla miseria.
La Legge 817 è composta da due parti: immigrazione e colonizzazione. La seconda parte suddivideva i territori nazionali in sezioni di 20 km per lato, con lotti di 100 ettari, quattro per i villaggi e 76 per l’ejido.(campo o terreno comune di uso pubblico situato ai margini di un villaggio, tradizionalmente non coltivato e destinato al pascolo o alla raccolta di legname ndr)
Contesto del 1876.
L’Argentina contava 2,3 milioni di abitanti in 3 milioni di km2. L’Europa era nel mezzo di una crisi agraria e di una persecuzione politica dopo l’unificazione italiana (1861) e tedesca. L’espansione del capitalismo industriale sommato alla divisione del lavoro a livello mondiale, cuii l’Argentina era integrata attraverso il modello agro-export aveva bisogno di braccia.
Avellaneda, nel suo messaggio del 1° maggio 1876, parla dell'”imperativo bisogno di attrarre immigrazione.” Non fece altro che conformarsi a quanto stabilito nella Costituzione del 1853, art. 25, che già diceva “il governo federale promuoverà l’immigrazione europea”, quindi la Legge 817 è lo strumento che ha dato risorse e struttura a quel mandato costituzionale.
La legge comprendeva 121 articoli divisi in due parti distinte: la prima parte: “Sull’Immigrazione” (60 articoli, 10 capitoli) che rimase in vigore fino al Decreto di Jorge Rafael Videla nel 1981, e la seconda parte, “Sulla colonizzazione” (61 articoli), fu abrogata nel 1903 dalla Legge 4167 sulla Vendita e Locazione delle Terre Pubbliche.
La prima parte fu nevralgica perché i primi quattro articoli stabilivano la creazione dell’apparato statale con l’istituendo Dipartimento Generale dell’Immigrazione sotto l’egida del Ministero dell’Interno.
Il Potere Esecutivo era autorizzato a nominare agenti in Europa e America con una missione esplicita: “sviluppare propaganda continua, fornire rapporti gratuiti a chi fosse interessato, certificare la condotta e l’attitudine tecnica dell’immigrato, intervenire nei contratti di trasporto e, in alcuni casi, pagare i loro biglietti.”
In altre parole, lo Stato argentino diventa un agente di propaganda migratoria, nel caso dell’Italia a Genova, Napoli e Milano. Successivamente, in particolare, l’Articolo 12 definì l’immigrato come “qualsiasi straniero che sia lavoratore a giornata, artigiano, industriale, agricoltore o insegnante che, avendo meno di sessant’anni e garantendo la propria moralità e attitudini, arrivi nella Repubblica per stabilirsi lì, su battelli a vapore o barche a vela, pagando un biglietto di seconda o terza classe o facendo pagare il biglietto per conto della Nazione, delle province o delle compagnie private.”
Gli articoli 14-30 descrivevano i diritti e i benefici per gli immigrati, come l’alloggio gratuito e il cibo per 5-8 giorni nell’Hotel per gli Immigrati, il trasferimento gratuito a spese della Nazione in qualsiasi punto della Repubblica in cui desiderassero stabilire la loro residenza, l’introduzione esente da dazi dei loro vestiti, mobili, ecc. strumenti e utensili da lavoro, oltre a strutture per ottenere lavoro e collocamento tramite gli Uffici del Lavoro.
Gli italiani furono tra i più beneficiati grazie a un’importante rete di agenti argentini, come abbiamo sottolineato, ma anche italiani che aderirono alla politica pro-immigrazione del governo argentino; nel 1876 c’erano agenti a Genova, Napoli e Palermo.
A questo si aggiunse una situazione complicata nella Penisola, i continui scontri militari nel processo del Risorgimento, aggravati dalla crisi della produzione di seta, la diffusa piaga della fillossera nei vigneti e, a sud, il latifondo fu la combinazione che spinse alla scelta di emigrare in seguito.
Così, tra il 1881 e il 1914, 1.800.000 italiani arrivarono in Argentina. Delineando le caratteristiche, in termini generali, possiamo dire che i piemontesi portarono la conoscenza della fattoria mista (grano, erba medica e allevamento), i calabresi, gli originari del Veneto e i siciliani, il lavoratore giornaliero che in seguito divenne appaltatore, tutti con conoscenze in viticoltura.
La legge ha parzialmente fallito nel suo obiettivo di evitare il latifondo atteso che si poneva l’obiettivo di rendere proprietari i coloni.
La Legge 4167 del 1903 permise, infatti, la vendita di ampie aree di terra e molti coloni finirono come affittuari. Ad esempio, a La Pampa, le due tenute più importanti erano Estancias e Colonias Trenel e la Compagnia Terriera Guatraché.
Da questo processo nacque il Grito de Alcorta del 1912, guidato da italiani e dai loro figli che, raggruppati nella Società Italiana della Mutualità di Alcorta nella provincia di Santa Fe, diede il via a quella che in seguito divenne la Federazione Agraria Argentina.
D’altra parte, senza dubbio, il successo demografico fu indubbiamente indiscutibile tenuto conto che fornì all’Argentina 6 milioni di immigrati tra il 1876 e il 1930. In particolare a La Pampa ha dato parte della sua identità a tal punto che il 60% dei cognomi nel 1920 era di origine italiana.
* Ex Vicepresidente, Italian Club of Santa Rosa (2010/2012)
(laarena.com.ar)