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Storia

EmigrazioneNotizie dal Mondo

Dagli “agenti di emigrazione” ai “collaborazionisti di re-migrazione”: al peggio non c’è mai fine!

da Pierpaolo Cicalò 23 Aprile 2026

San Giovanni Battista Scalabrini e i “vecchi agenti di emigrazione”

Il XIX secolo è l’epoca di uno dei più consistenti spostamenti di popolazioni dell’età moderna: l’emigrazione dall’Europa verso le Americhe. Dal 1815 al 1840, 70 milioni di persone cambiano continente, provenienti soprattutto dall’Europa. Dal 1840 al 1914 circa cento milioni di Europei emigrano in un altro continente. E dalla sola Italia, dal 1861 allo scoppio del primo conflitto mondiale emigrano quasi 16 milioni di persone che per raggiungere la loro meta, percorrono gli itinerari imposti dalle grandi compagnie di navigazione e soggiacciono alla pressione di una rete di “agenti reclutatori” senza scrupoli.

Il 15 dicembre 1887 Francesco Crispi, che allora accentrava in sé le cariche di Presidente del Consiglio, Ministro dell’Interno e Ministro degli Esteri, presenta un disegno di legge sull’emigrazione che si riduce, però, ad alcune misure di carattere repressivo.

La Commissione parlamentare, presieduta da Rocco De Zerbi, presenta nel marzo 1888 un controprogetto. Il dibattito intellettuale che ne segue è ampio e vede come protagonista anche Giovanni Battista Scalabrini, allora vescovo di Piacenza, che – con una lettera aperta all’on. Paolo Carcano – da un lato, critica il progetto governativo fondato sul solo controllo poliziesco voluto dall’aristocrazia agraria preoccupata della perdita di manodopera, e, d’altro lato apprezza il progetto della commissione, anche se lo ritiene favorire troppo l’azione degli agenti di emigrazione.

Scalabrini propone, invece, di sostituire – alla privatizzazione degli espatri e quindi ai mali di un’emigrazione incentivata – un esodo disciplinato. Lo Stato dovrebbe intervenire sia per limitare i costi delle partenze provocate dagli “agenti di emigrazione”, sia per fermare l’esodo verso luoghi pericolosi o comunque privi di reali possibilità di lavoro. «Libertà di emigrare, non di far emigrare» è il motto del vescovo piacentino, che si basa su un’analisi comparata delle legislazioni degli altri paesi europei, dove non sono ammessi o sono molto più controllati gli agenti di emigrazione. Inoltre, Scalabrini non vuole che la legge si fermi soltanto a quanto precede la partenza e l’imbarco, ma invoca protezione e assistenza per i migranti anche dopo l’arrivo, attraverso appositi patronati, istituendo scuole e ospedali all’estero.

E, riprendendo il discorso sulla libertà – data dalla legge del 1888 – agli “agenti di emigrazione”, causa delle speculazioni sulla pelle degli emigranti, Scalabrini scrive nel 1898 in occasione della seconda conferenza sull’emigrazione di Torino: «Quando nel 1888 fu presentato alla Camera dei deputati il disegno che poi divenne la legge che regola attualmente la nostra emigrazione, io notavo che le buone disposizioni di quella legge e le migliori intenzioni venivano annullate dagli articoli che riguardavano la istituzione dei subagenti di emigrazione… Dopo quella legge infatti le agenzie di emigrazione salirono a 34 ed i subagenti che nel 1892 erano 5.172 sono diventati 7.169 nel 1896 e saranno certamente aumentati in questi due anni».

Nel ribadire che tali agenti di emigrazione, “veri sensali di carne umana”, formano, ormai, un vero esercito di parassiti della miseria, Scalabrini sostiene che non basta sostenere la libertà di emigrare, ma allo stesso tempo è doveroso opporsi alla libertà di far emigrare perché i dirigenti di un Paese hanno il dovere morale sia di creare le condizioni di lavoro per le masse popolari che di impedire che venga sorpresa la buona fede dei poveri lavoratori da ingordi speculatori.

Noi e i “nuovi agenti di re-migrazione”

Dopo 140 anni dagli eventi che hanno visto Scalabrini, nel frattempo riconosciuto santo patrono dei migranti dai papi Giovanni Paolo II e Francesco, lottare contro i “vecchi agenti di emigrazione”, ci ritroviamo ancora oggi spettatori, nostro malgrado, di un altro tentativo politico di “legittimare e legalizzare” i “novelli agenti di re-migrazione”.

Questi ritrovati attori dei processi migratori, al soldo (615€ per obiettivo raggiunto) dei governi anti-migranti, saranno autorizzati a sfruttare le difficili condizioni di vita dei migranti in modo che, invece di difendere gli interessi dei loro assistiti nei ricorsi contro le loro espulsioni, si adoperino nel convincerli ad accettare un rimpatrio “volontario” (se così si può definire il frutto dello stravolgimento del diritto) nel loro paese d’origine.

È la conseguenza dell’articolo 30bis, introdotto nell’ennesimo (benché la Costituzione li limiti a «casi straordinari di necessità e urgenza») decreto sicurezza dell’attuale governo italiano – per emendare il Testo unico sull’immigrazione del 1998 -, decreto-legge già votato dal Senato e attualmente all’esame della Camera dei deputati per approvazione definitiva…, ma non troppo!

Infatti, in seguito alle proteste del Consiglio nazionale forense, in rappresentanza degli avvocati, dell’Associazione nazionale dei magistrati, dei partiti d’opposizione e di qualche esponente della maggioranza disponibile a limature di facciata, oltre naturalmente ai rilievi di incostituzionalità fatti filtrare dalle parti della Presidenza della Repubblica, si propende a far approvare dal Parlamento non uno, ma due decreti sicurezza, con il secondo che modifichi il primo in modo da disinnescare, ampliandoli, gli effetti dell’articolo 30bis.

Estendendo, allora, il compenso per il rimpatrio non solo agli avvocati ma anche a mediatori e associazioni comincerà la fase organica di reclutamento generalizzato degli aspiranti “agenti di re-migrazione”, novelli “cacciatori di taglie” a vocazione “collaborazionista e delatoria”, desiderosi di allontanare quanti più immigrati possibile dal Bel Paese.

In realtà quando, a tutti i livelli – compreso quello politico, la sicurezza (e/o l’immigrazione) diventa ossessione si tende a sfornare provvedimenti sempre più duri e implacabili (contro la droga e i rave, contro gli scafisti, contro le baby gang, contro i maranza, contro gli irregolari… e poi contro genitori che picchiano insegnanti e medici o contro figli che accoltellano insegnati e alunni a scuola o contro i social in mano ai minori… ), si moltiplicano i reati pensando di poterli contrastare con la sola forza… e si finisce, invece, per generare un senso generale di insicurezza per tutti.

Il paradosso dell’ossessione sicurezza/immigrazione che si trasforma in diffusa insicurezza sta nel fatto che le parole non corrispondono più ai fatti. E quando il ministro dell’Interno dichiara alla Camera dei deputati che in Italia si registrano meno reati e più agenti delle forze dell’ordine, meno ingressi irregolari e più rimpatri, limitando la questione sicurezza all’immigrazione, sembra sottovalutare che violenze familiari, femminicidi, atti delinquenziali e/o criminali commessi, spesso, da minori non sono necessariamente causati dall’immigrazione o dall’origine etnica e nazionale dei soggetti. Ma hanno bisogno di spiegazioni e rimedi diversi, più profondi e complessi, di quelli puramente repressivi.

In realtà, sia per garantire la sicurezza come per gestire le migrazioni, in entrata e in uscita, è indispensabile cercare l’equilibrio tra diversi fattori come l’applicazione di leggi fondate sull’uguaglianza e la dignità delle persone, il perseguimento del bene comune capace di conciliare interessi particolari, nazionali e internazionali e la difesa dello Stato di diritto capace di difendere i diritti-doveri di tutti, ma soprattutto di coloro – i più poveri e impoveriti – che hanno nello Stato l’unico baluardo possibile di sopravvivenza.

Senza mai dimenticare, allora, che il diritto nasce proprio per proteggere i più deboli dalla legge del più forte. E anche se, oggi, il mondo sembra aver imboccato la strada in cui la legge dei forti sembra dominare, noi – come San Giovanni Battista Scalabrini – non possiamo rassegnarci, senza continuare a lottare, alla constatazione che “al peggio non c’è mai fine”!

Infatti, come ripeteva il santo patrono dei migranti ai missionari scalabriniani, religiosi e laici, «Le idee avanzano molto lentamente, specialmente quando toccano interessi e passioni. Comunque, il loro cammino è progressivo e graduale soprattutto quando le idee proposte sono vere ed utili. Bisogna, allora, perseverare, perché ogni lentezza raggiunge il suo scopo se la fatica non sconfigge la volontà di continuare a proporre queste idee».

Roma, 24 aprile 2026,
p. Lorenzo Prencipe, cser

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Notizie dall'Italia

Il 25 aprile è libertà e giustizia sociale

da Pierpaolo Cicalò 23 Aprile 2026

Il 25 aprile è festa nazionale, una festa che dovrebbe essere condivisa da tutti gli italiani perchè è nella lotta al nazifascismo il fondamento della Repubblica e della nostra Costituzione.

Una lotta contro coloro che quella libertà la negavano al popolo italiano.

25 aprile come fondamento della libertà perduta e riconquistata.

Libertà bene insostituibile: non per alcuni ma per tutti.

Libertà che si completa con il perseguimento della giustizia sociale.

Questo binomio non viene scalfito dal tempo che scorre, resta stabile garanzia che muove la volontà di progresso, di emancipazione di chi meno ha, di coloro che per una libertà di pochi subiscono le diseguaglianze che si riproducono e che crescono.

Il presidente Sandro Pertini lo ha ricordato tante volte:” Libertà e giustizia sociale costituiscono un binomio inscindibile, l’un termine presuppone l’altro: non vi può essere vera giustizia sociale senza libertà, come non vi può essere vera libertà senza giustizia sociale.”

Colpisce il fatto che la settimana scorsa nell’assise mondiale Global Progressive Mobilisation in Barcellona la parola d’ordine più ricorrente di tanti leaders progressisti di diverse aree geopolitiche sia stata “Libertà e giustizia sociale”.

Principi e valori che si confermano nella loro validità e che vengono riaffermati e difesi da tutti coloro che nelle lotte sociali di questi anni si impegnano perché non prevalgano nel nostro paese scelte securitarie, già messe in atto, che restringono le libertà costituzionali.

Il 25 aprile è una festa da condividere, la ricorrenza di una insurrezione di tutti contro coloro che quella libertà l’avevano tolta al popolo italiano. Una scelta condivisa che già consapevolmente guardava alla ricostruzione della democrazia della quale i cittadini devono poter seguitare a godere.

Il 25 aprile è stato per noi in Europa l’inizio di una lunga stagione di pace.

Il presente nostro e di tanti nel mondo è segnato oggi da una fase troppo lunga di guerre, condizionato da logiche di guerra che influenzano le scelte di tanti governi che peggiorano la vita delle persone. Le guerre vanno fermate.

Non ci stancheremo di batterci perché è con la pace, e non nella sua assenza, con la convivenza pacifica che la libertà e la giustizia sociale possono svilupparsi.

Tutti dobbiamo fare la nostra parte.

FIEI

Rino Giuliani, Rodolfo Ricci

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EmigrazioneNotizie dal MondoNotizie dall'Italia

NUNCA MAS – MAI PIU’ARGENTINA 1976-2026 50 Anni dal colpo di stato del 24 marzo 1976

da Pierpaolo Cicalò 13 Marzo 2026

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EmigrazioneNotizie dall'Italia

Istituto Fernando Santi, Anpi e Arci il 6 marzo a Recanati presentano il film “L’angelo di Buenos Aires”

da Pierpaolo Cicalò 25 Febbraio 2026

L’Istituto Fernando Santi , L’Anpi e l’Arci La Serra di Recanati presentano il 6 marzo alle ore 18,00 presso il Circolo Arci La Serra in Piazzale B. Gigli 3, il film di Enrico Blatti “L’Angelo di Buenos Aires”.


Ne parlano con l’autore Rino Giuliani, Roberto Vezzoso dell’Istituto Fernando Santi e Loredana Longhin segretaria della CGIL Marche.

Il film attraverso le testimonianze di molti protagonisti dell’epoca recupera la memoria storica di fatti accaduti 50 anni or sono, il 24 marzo 1976, data del golpe civico-militare in Argentina, e di alcuni personaggi significativi come Filippo Di Benedetto che si è opposto alla dittatura e che ha salvato dalla morte centinaia di persone.
Di Benedetto si oppose ad una dittatura esercitata tramite la violenza e la tortura, l’esilio forzato, l’appropriazione di minori, che provocò un numero stimato di circa 30.000 sparizioni.
Metà dei circa 30mila desaparecidos era italiana. Tra le circa 100mila persone imprigionate, torturate, esiliate metà erano di origine italiana. Filippo Di Benedetto nato a Saracena (CS), nel 1952 decise di raggiungere in Argentina il fratello Orlando che già viveva da due anni a Buenos Aires.
Dopo il golpe del 24 marzo 1976 Di Benedetto, già responsabile del patronato Inca Cgil di Buenos Aires e presidente della Filef, entrò in contatto con l’allora vice console italiano, Enrico Calamai e col corrispondente del «Corriere della Sera», Gian Giacomo Foà, si misero a servizio delle centinaia di famiglie che disperate si rivolgevano al Consolato d’Italia per trovare rifugio di fronte ai rastrellamenti violenti degli squadroni della morte.
Di Benedetto pagò a duro prezzo il suo impegno: la figlia del fratello Orlando, Domenica, fu sequestrata e torturata e il nipote Eduardo, sequestrato nel novembre del 1976 da quattro uomini mentre accompagnava i suoi due figli a scuola, a tutt’oggi risulta scomparso. Si è dovuto aspettare fino al 30 ottobre 1983, perché con nuove elezioni, fosse ripristinata la democrazia.
“L’Angelo di Buenos Aires” racconta una grande storia di ideali, di tenacia e Resistenza.

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Un'infografica celebrativa su Fernando Santi. Al centro il ritratto in bianco e nero del leader sindacale. In basso, tre icone rappresentano i temi chiave: riforme di struttura (ingranaggio), ritorno dello Stato (mappa dell'Italia) e unità sindacale (stretta di mano).
Notizie dall'Italia

Un uomo, un’idea: l’attualità del riformismo di Fernando Santi

da areamarketer 2 Febbraio 2026

Il discorso di commiato di Fernando Santi dalla CGIL, svolto nel 1965 durante il VI Congresso nazionale, riassume perfettamente la sua concezione del sindacato: uno “strumento naturale di democrazia” che trova nella sua autonomia la condizione essenziale per perseguirla.

Si trattava di una visione profondamente riformista e gradualistica, dove l’azione sindacale non era fine a se stessa, ma mirava all’attivazione di quelle “riforme di struttura” capaci di incidere sulla società cambiandola nel profondo. Questa connotazione è sempre stata il tratto distintivo dell’azione della CGIL, maturata anche attraverso il confronto con l’idea del sindacalismo rivoluzionario.

IL SINDACATO, AGENDO IN AUTONOMIA DA PARTITI E PADRONI, PUÒ INDICARE AGLI ALTRI SOGGETTI DELLA DEMOCRAZIA CONTENUTI E MODI DI AVANZAMENTO DELLA SOCIETÀ

Fabrizio Cicchitto ricorda bene come Di Vittorio riassumesse in sé la quintessenza di una posizione gradualista e produttivista. Di qui il lancio da parte della CGIL di quel “Piano del Lavoro” che costituì un esercizio ben calibrato di keynesismo, fondato su una catena di proposte riformiste concrete.

Il ritorno dello Stato e la sfida della globalizzazione

Quel lascito del VI Congresso ci interroga oggi su come raccordare i valori di Santi con le trasformazioni avvenute nella società italiana. Esaurita la fase della globalizzazione selvaggia, assistiamo a un ritorno di protagonismo degli Stati nazionali. Oggi persino il capitalismo, come notava Ferruccio De Bortoli, si mostra interessatamente attento a uno Stato decisore nella sfera economica.

In questo contesto nuovo, l’elaborazione di Santi sul ruolo dello Stato diventa di straordinaria attualità. La CGIL deve fare dello Stato e dei suoi operatori una battaglia primaria, esattamente come avvenne negli anni ’70 con la riforma sanitaria e la legge sulle Regioni. Dopo anni di teorizzazione dello “Stato minimo”, è tempo di ricostruire un agire di senso collettivo che abbia come bussola i fondamentali di Fernando Santi e di Giacomo Brodolini.

L’impegno per l’unità

Vogliamo chiudere con le parole che Luciano Lama pronunciò nell’ultimo saluto al leader socialista: “Vogliamo assumere un impegno davanti a lui: quello di portare avanti, fino alla vittoria, le grandi battaglie sindacali, e insieme, quello di far maturare, fino al suo compimento, il processo di unità sindacale”.

Onorare Santi oggi significa difendere la CGIL senza incertezze e lavorare affinché il sindacato torni ad essere protagonista per le riforme, in un momento in cui molti corpi intermedi sembrano sordi alle esigenze di rinnovamento democratico e sociale del Paese.

Rino Giuliani
Direzione Nazionale Istituto Fernando Santi
(Tratto da Mondo Operaio n. 11-12, 2025)

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Ritratto storico in bianco e nero di Fernando Santi, dirigente sindacale e politico socialista, figura di riferimento per la tutela dei lavoratori e degli emigrati.
Notizie dall'Italia

Fernando Santi: storia di un uomo, un’idea e una vita spesa per il sindacato

da areamarketer 2 Febbraio 2026

Nacque il 13 novembre 1902 a Golese – piccolo borgo agricolo nei pressi di Parma destinato, quarant’anni dopo, a essere inglobato nella città –, da Eugenio e da Clementina Bambozzi. Il padre lavorò sin da piccolo in fornace per diventare successivamente lampista delle ferrovie; la madre, di famiglia bracciantile, morì di parto quando Fernando aveva quattro anni.

Cresciuto negli ambienti proletari della pianura emiliana caratterizzati da radicalismo e anticlericalismo, Santi si avvicinò sin da giovanissimo alla politica seguendo le orme del padre analfabeta che, nei suoi vividi ricordi, aveva imparato con sacrificio solo da adulto a leggere e scrivere anche per acquisire il diritto di voto, arrivando alla carica di assessore nel proprio Comune.

Conseguito un diploma tecnico, nel 1917, all’età di quindici anni, Santi si iscrisse al Partito socialista italiano (PSI), di cui fondò a Golese un circolo giovanile, organizzando comizi nei comuni della zona e collaborando al quindicinale Per la vita, fondato dal socialista riformista Giovanni Faraboli.

Gli anni della formazione e l’antifascismo

Impiegato presso la federazione delle cooperative di Parma, poi presso la federazione provinciale socialista, nel 1919 diventò segretario del circolo giovanile socialista e della cooperativa di consumo di Parma. Nel 1920 divenne segretario della federazione provinciale socialista e vicesegretario della camera del lavoro di via Imbriani, l’organizzazione di indirizzo riformista che si giustapponeva a quella, capace di ben maggior seguito, di matrice sindacalista rivoluzionaria, guidata da Alceste De Ambris.

Denunciato alla fine del 1920 per incitamento all’odio di classe in seguito a un comizio, ma successivamente assolto, partecipò al congresso di Firenze della federazione giovanile socialista che il 27 gennaio 1921, dopo la scissione di Livorno che aveva dato vita al Partito comunista d’Italia, votò in massa la trasformazione in Federazione giovanile comunista. Assieme alla piccola minoranza di delegati contrari all’uscita dal PSI, Santi rifondò a Fiesole la federazione giovanile e ne diventò segretario nazionale, portando a Parma la sede centrale, ospitata presso la camera di via Imbriani.

L’ASSALTO FASCISTA A PARMA NELL’AGOSTO 1922 LO VIDE PRESENTE SULLE BARRICATE A DIFESA DELLA LIBERTÀ

Nei convulsi mesi che precedettero la marcia su Roma, tra mille difficoltà, Santi iniziò a muoversi per il Paese, entrando in contatto con molti giovani, tra cui Sandro Pertini. Fu sua l’anonima cronaca dell’evento sull’Avanti! che esaltò il carattere popolare e unitario della vittoriosa resistenza armata, giustificandola come legittimo diritto alla difesa.

Richiamato al servizio militare a Padova, non poté partecipare al congresso socialista del successivo ottobre, che decretò l’espulsione della componente turatiana, ma aderì da subito al Partito socialista unificato (PSU). Al ritorno a Parma dal servizio militare, nel 1923, trovò la camera del lavoro chiusa dal prefetto.

Considerato dalla polizia pericoloso per l’ordine pubblico, venne in più occasioni aggredito da fascisti locali, fino a essere oggetto di colpi d’arma da fuoco nel novembre del 1924. Lasciò allora Parma per Torino, dove gli venne affidato il locale sindacato dei tranvieri. Qui conobbe il comunista Giovanni Roveda e il cattolico Giuseppe Rapelli, con i quali diede vita a una unità d’azione sindacale in chiave di resistenza al fascismo.

La clandestinità e l’esilio

In seguito alla devastazione della sede torinese del PSU, alla vigilia di un tentativo di commemorazione di Giacomo Matteotti, rapito e ucciso nel giugno del 1924, Santi fu chiamato a Milano alla segreteria provinciale del suo partito. Prima di raggiungere quella città tornò a Golese per sposare Maria Pattacini. Santi ebbe due figli, Paolo e Piero; il primo, nato a Milano nel 1934, è stato direttore dell’ufficio studi della Federazione italiana operai metalmeccanici (FIOM) milanese.

Ormai divenuta impossibile ogni azione politica legale, trovò impiego come rappresentante di commercio, lavoro che gli offrì copertura per frequenti spostamenti nel Paese consentendogli di mantenere reti di contatti. A Milano collaborò con un gruppo clandestino antifascista di cui facevano parte personaggi quali Ferruccio Parri, Carlo Rosselli, Ernesto Rossi.

Pur essendo riuscito, nel febbraio del 1936, grazie a una condotta prudente, a ottenere la cancellazione del suo nome dalle liste dei sovversivi, fu arrestato il 4 aprile 1943 a Milano nel corso di una riunione di militanti socialisti. Dopo l’8 settembre si rifugiò a Lugano, dove assunse la direzione del Comitato svizzero di soccorso operaio. Da lì si recò nella Val d’Ossola liberata, dove organizzò il sindacato, per riparare nuovamente in Svizzera dopo la caduta della repubblica partigiana (23 ottobre 1944).

Il ruolo nella CGIL e la politica repubblicana

Immediatamente dopo la Liberazione assunse prima la guida della camera del lavoro di Milano per passare, in breve, alla segreteria nazionale del sindacato dei rappresentanti di commercio. Pur da posizioni riformiste, Santi non aderì alla scissione di Palazzo Barberini (11 gennaio 1947), fedele alla sua propensione all’unità delle forze di sinistra.

Assunto il ruolo di capo della corrente sindacale socialista, nel corso del I Congresso nazionale della Confederazione generale italiana del lavoro (CGIL), tenutosi a Firenze ai primi di giugno del 1947, affiancò, rinforzandoli, i tentativi di Giuseppe Di Vittorio di mantenere la collaborazione della corrente sindacale cristiana. Consumata la rottura dell’unica confederazione in seguito allo sciopero indetto contro l’attentato a Palmiro Togliatti (14 luglio 1948), Santi mantenne fino alla fine della propria carriera sindacale il ruolo di guida della componente socialista della CGIL, diventando una delle figure più significative del sindacalismo dell’Italia repubblicana.

Deputato dal 18 aprile 1948 al 1968, con Di Vittorio prese parte attiva al lancio del Piano del lavoro nel 1949, continuando a sostenere la necessità di riforme di struttura nel quadro di una politica di pianificazione. Questa gli sarebbe apparsa la sfida centrale dei primi governi di centro-sinistra.

L’autonomia del sindacato

Pur favorevole alla collaborazione dei socialisti al governo, dopo essersi adoperato per smussare le difficoltà che la repressione della rivolta in Ungheria del 1956 rischiava di produrre nella CGIL, si oppose fermamente alle spinte, che giunsero da più parti e a più riprese, per l’uscita della componente socialista. Tali pressioni, poi rinnovate al momento della nascita del centro-sinistra, videro Santi protagonista di un compromesso per il quale il mantenimento dell’unità della CGIL fu scambiato con l’impegno della confederazione a condurre un’opposizione non troppo aspra nei confronti del governo.

Pur pienamente partecipe di una realtà sindacale caratterizzata dallo stretto rapporto con i partiti politici di riferimento, la consapevolezza del pericolo che la CGIL, a netta maggioranza comunista, potesse trasformarsi in uno strumento nelle mani del Partito comunista italiano portò Santi a sostenere la necessità dell’autonoma iniziativa politica del sindacato, come del resto era avvenuto sin dalla presentazione del Piano del lavoro.

All’interno della Federazione sindacale mondiale, contro le posizioni critiche espresse dai sindacati comunisti nei confronti del Mercato comune europeo, sostenne l’opportunità della collaborazione internazionale di tutti i sindacati per l’elaborazione di una politica unitaria. Anche in patria promosse le nuove spinte all’unità d’azione sindacale, che iniziarono a emergere negli anni culminanti del ‘miracolo economico’, operando in più occasioni quale ponte nei rapporti tra la CGIL, la CISL e la UIL.

Gli ultimi anni

Accusato di essere troppo accomodante nei confronti dei comunisti, tanto che alcuni esponenti autonomisti ne chiesero la sostituzione alla guida della componente socialista, Santi fu critico nei confronti della ricomposizione dell’unità tra socialisti e socialdemocratici e manifestò contrarietà nei confronti dell’affievolirsi delle spinte riformatrici del centro-sinistra; ciò nonostante, quando con la scissione a sinistra buona parte dei quadri sindacali socialisti aderì al Partito socialista italiano di unità proletaria, offrendo a Santi di mantenere unita la componente sotto la sua guida, egli rifiutò l’offerta lasciando libero corso alla nascita della cosiddetta ‘terza componente’.

Al VI Congresso nazionale della CGIL di Bologna del 1965 annunciò il suo ritiro dall’attività sindacale giustificandolo con la malattia che lo aveva da tempo colpito, ma contarono le crescenti divergenze con la direzione del partito. Continuò negli ultimi anni di vita, segnati dall’avanzare della malattia, a seguire e promuovere le nuove spinte all’unità d’azione che sin dai primi anni Sessanta attraversavano le categorie industriali di CGIL, CISL e UIL.

Di fronte ai fatti di Praga (1968) sostenne ancora una volta l’esigenza di unità della sinistra intorno all’idea di un ‘socialismo dal volto umano’. Morì a Parma il 15 settembre 1969.


Fonti e Bibliografia:
L’ora dell’unità. Scritti e discorsi di F. S., a cura di I. Barbadoro, Firenze 1969.
S. Turone, Storia del sindacato in Italia (1943-1969). Dalla Resistenza all’“autunno caldo”, Bari 1973.
F. S. Una biografia politica, a cura di I. Patruno, prefazione di F. Fabbri – N. Capria, introduzione di L. Pallottini, 1989.
F. S. Un uomo, un’idea, a cura di R. Spocci, prefazione di S. Cofferati, Parma 2002.
F. Persio, F. S. L’uomo, il sindacalista, il politico, a cura di S. Negri, prefazione di G. Epifani, Roma 2005.
(Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 90, 2017)
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Infografica circolare che riassume la vita di Fernando Santi dal 1902 al 1969. Ogni sezione illustra una tappa fondamentale: la resistenza al fascismo sulle barricate di Parma nel 1922, l'autonomia sindacale della CGIL, la visione di un socialismo dal volto umano e il ruolo di ponte tra le anime della sinistra per l'unità e i diritti transnazionali.
Notizie dall'Italia

Fernando Santi: storia di un uomo, un’idea e una vita spesa per i diritti dei lavoratori

da areamarketer 2 Febbraio 2026

Nato il 13 novembre 1902 a Golese, un piccolo borgo agricolo vicino a Parma, Fernando Santi ha incarnato per tutta la vita i valori del riscatto sociale e della lotta politica. Figlio di un ferroviere e cresciuto negli ambienti proletari dell’Emilia, si avvicinò giovanissimo al socialismo, seguendo le orme del padre che aveva imparato a leggere solo da adulto pur di acquisire il diritto di voto.

La sua non fu una militanza da scrivania, ma una presenza fisica e coraggiosa. Già nel 1922, durante l’assalto fascista a Parma, Santi era presente sulle barricate, difendendo la legalità e la libertà in quella che fu una storica resistenza popolare e unitaria contro lo squadrismo.

PUR PIENAMENTE PARTECIPE DELLA VITA POLITICA, SANTI SOSTENNE SEMPRE LA NECESSITÀ DELL’AUTONOMA INIZIATIVA DEL SINDACATO

La consapevolezza del pericolo che il sindacato potesse trasformarsi in un semplice strumento nelle mani dei partiti portò Santi a difendere strenuamente l’autonomia della CGIL e l’unità dei lavoratori, rifiutando più volte le pressioni per una scissione.

Dall’esilio alla guida della CGIL

Perseguitato dal regime fascista, arrestato nel 1943 e costretto a rifugiarsi in Svizzera, Santi non smise mai di organizzare la resistenza e il soccorso operaio. Dopo la Liberazione, divenne una delle figure chiave del sindacalismo dell’Italia repubblicana.

Deputato dal 1948 al 1968, giocò un ruolo fondamentale nel mantenere la componente socialista all’interno della CGIL unitaria. In anni difficili, segnati dalla Guerra Fredda e da forti tensioni politiche, egli lavorò instancabilmente come “ponte” tra le diverse anime della sinistra e del mondo sindacale (CGIL, CISL e UIL), convinto che la divisione dei lavoratori facesse comodo solo a chi voleva indebolirne i diritti.

Una visione europea

Santi fu anche un precursore in politica estera. All’interno della Federazione sindacale mondiale, sostenne l’opportunità di una collaborazione internazionale e guardò con interesse al Mercato comune europeo, capendo prima di altri che le sfide del lavoro avrebbero presto superato i confini nazionali.

Fino alla morte, avvenuta a Parma nel 1969, rimase fedele all’idea di un “socialismo dal volto umano”, opponendosi alle derive autoritarie e promuovendo quelle spinte all’unità d’azione che avrebbero poi caratterizzato l’Autunno Caldo.

Istituto Fernando Santi
(Redazione)

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