Notizie dall'Italia

I flussi migratori internazionali. Una tesi dal lato della domanda

I migranti non sono persone che fuggono da guerre, carestie e mancanza di opportunità di lavoro, ma persone che vanno nei paesi dove esiste una carenza strutturale di lavoro. È questa la tesi che propone Michele Bruni. Questa prospettiva porta l’autore a valutare in 450 milioni i migranti internazionali dei prossimi 25 anni. 

Che cosa determina il livello e la direzione dei flussi migratori?

Secondo la visione prevalente i flussi migratori sarebbero una fuga dalla guerra, dalle carestie e dalla mancanza di opportunità di lavoro. La tesi che propongo è, invece, che la direzione e l’ammontare dei flussi migratori sono spiegati dalla carenza strutturale di lavoro presente in un numero crescente di paesi, quelli più ricchi ed economicamente più sviluppati, in presenza di un eccesso strutturale di lavoro nei paesi più poveri e diseredati1.

La transizione demografica: il passaggio dal regime naturale a quello controllato 

Questa dicotomia demografica è il risultato di uno dei maggiori megatrend che interessano il nostro pianeta, ovvero il passaggio da un regime demografico naturale ad un regime demografico “del controllo”. Fino alla metà del XIX, gli uomini non avevano strumenti per combattere la morte ed il loro controllo sui processi riproduttivi era, se non nullo, certamente estremamente limitato. A partire dalla seconda metà del XIX secolo, i progressi registrati dalla medicina, dalle discipline di supporto e dalle tecniche di laboratorio, in presenza di un miglioramento delle condizioni socio economiche registrato dai paesi che per primi avevano sperimentato la rivoluzione industriale, hanno attivato il passaggio ad un nuovo regime demografico caratterizzato da una crescente capacità di curare molte delle malattie che falcidiavano la nostra specie e da un pieno controllo del processo riproduttivo.

Le conseguenze della transizione verso il nuovo regime demografico

Le conseguenze di questa straordinaria trasformazione (illustrate nella Figura 1 limitatamente alla dinamica della popolazione totale) sono numerose e complesse. I paesi interessati hanno sperimentato una progressiva riduzione della fecondità e un aumento pressoché continuo della durata della vita; si è passati da una fase in cui la popolazione cresce a tassi crescenti ad una in cui la popolazione diminuisce; da una fase di ringiovanimento ad una di invecchiamento, passando per una fase in cui la quota della popolazione in età lavorativa raggiunge il proprio massimo.

Questa vera e propria rivoluzione demografica sta anche conducendo alla diminuzione della popolazione totale del pianeta, che dovrebbe verificarsi prima della fine del secolo, e di quella in età lavorativa, tra una trentina di anni. Si tratta di eventi epocali le cui implicazioni sull’ambiente, l’economia e la geopolitica sono ancora tutte da esplorare, malgrado siano letteralmente dietro l’angolo.

La polarizzazione della popolazione in età lavorativa

Il passaggio dal regime naturale al regime del controllo è iniziato in momenti diversi nei quasi 200 paesi nei quali il nostro pianeta è frammentato. I primi furono, oltre 200 anni fa, i paesi europei nei quali era iniziata la rivoluzione industriale; gli ultimi i paesi più poveri che si stanno avviando solo ora lungo questo sentiero.

La conseguenza è che i paesi del pianeta si trovano in fasi diverse della transizione. Venendo al punto fondamentale, questo processo sta provocando una crescente polarizzazione demografica tra paesi nei quali la popolazione in età lavorativa sta diminuendo e paesi nei quali la popolazione in età lavorativa sta esplodendo. La Figura 2 illustra questo dualismo, evidenziando in arancione i paesi del primo gruppo (i paesi postmoderni), in blu quelli del secondo (i paesi classici) e in verde i paesi neoclassici (una netta minoranza) nei quali il lavoro è un fattore scarso.

Carenza strutturale di lavoro ed eccesso strutturale di lavoro

I paesi del primo gruppo vedranno la propria offerta di lavoro diminuire in molti casi in maniera drammatica e tale da non poter essere sanata da politiche attive del lavoro, mentre un aumento della natalità, per quanto desiderabile, farebbe sentire il proprio impatto solo tra una ventina di anni. I paesi del secondo gruppo, i più poveri del mondo, vedranno crescere la propria offerta potenziale di lavoro in maniera non gestibile con i tassi di crescita economica che essi possono realisticamente raggiungere. In sostanza,  i paesi del primo gruppo sono affetti da una carenza strutturale di lavoro, i paesi del secondo da un eccesso strutturale di lavoro; i primi sono potenziali paesi di arrivo, i secondi sono potenziali paesi di partenza.

Una teoria da domanda dei flussi migratori 

La mia tesi è che nel periodo medio-lungo i flussi migratori saranno in linea con la carenza di lavoro dei paesi del primo gruppo e che tale carenza sarà determinata dall’interazione tra la sfera demografica e la sfera economica, vale a dire tra la diminuzione dell’offerta di lavoro, da imputare soprattutto alle tendenze demografiche, e il cambiamento (positivo o negativo) della domanda di lavoro, che dipende invece della crescita della produzione e dal progresso tecnologico.

Ma allora, quanti saranno i migranti economici nei prossimi 25 anni?

Secondo le mie stime (Bruni, 2022), in uno scenario tendenziale nei prossimi 25 anni i paesi del primo gruppo, che includono tutti i paesi europei, Canada, Stati Uniti e otto paesi asiatici (tra i quali la Cina, il Giappone, la Corea e la Tailandia), avranno bisogno di circa 375 milioni di lavoratori stranieri il che comporterebbe flussi migratori di circa 450 milioni di persone.

Se ci limitiamo alla UE27 e al Regno Unito, i flussi migratori medi annui, che saranno inevitabilmente generati dal fabbisogno strutturale di lavoro, sono stimabili in circa 4 milioni all’anno, di cui 400.000 per l’Italia. Ricordo a questo proposito che, secondo le ultime stime delle Nazioni Unite pubblicate meno di un anno fa, in assenza di flussi migratori, la popolazione in età lavorativa del nostro paese, vale a dire la fonte della nostra offerta di lavoro, scenderà dall’attuale livello di 38 milioni ai 26,5 milioni del 2050 ed ai 16,7 milioni del 2100.

Note

1Queste brevi note riassumono alcune idee da me espresse in precedenti lavori e in particolare in Bruni Michele (2022), China, the Belt and Road Initiative, and the Century of Greta Migration, Cambridge Scholars Publishing;

Fonte figura 1 – US Census Bureau