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Fernando Santi

Un'infografica celebrativa su Fernando Santi. Al centro il ritratto in bianco e nero del leader sindacale. In basso, tre icone rappresentano i temi chiave: riforme di struttura (ingranaggio), ritorno dello Stato (mappa dell'Italia) e unità sindacale (stretta di mano).
Notizie dall'Italia

Un uomo, un’idea: l’attualità del riformismo di Fernando Santi

da areamarketer 2 Febbraio 2026

Il discorso di commiato di Fernando Santi dalla CGIL, svolto nel 1965 durante il VI Congresso nazionale, riassume perfettamente la sua concezione del sindacato: uno “strumento naturale di democrazia” che trova nella sua autonomia la condizione essenziale per perseguirla.

Si trattava di una visione profondamente riformista e gradualistica, dove l’azione sindacale non era fine a se stessa, ma mirava all’attivazione di quelle “riforme di struttura” capaci di incidere sulla società cambiandola nel profondo. Questa connotazione è sempre stata il tratto distintivo dell’azione della CGIL, maturata anche attraverso il confronto con l’idea del sindacalismo rivoluzionario.

IL SINDACATO, AGENDO IN AUTONOMIA DA PARTITI E PADRONI, PUÒ INDICARE AGLI ALTRI SOGGETTI DELLA DEMOCRAZIA CONTENUTI E MODI DI AVANZAMENTO DELLA SOCIETÀ

Fabrizio Cicchitto ricorda bene come Di Vittorio riassumesse in sé la quintessenza di una posizione gradualista e produttivista. Di qui il lancio da parte della CGIL di quel “Piano del Lavoro” che costituì un esercizio ben calibrato di keynesismo, fondato su una catena di proposte riformiste concrete.

Il ritorno dello Stato e la sfida della globalizzazione

Quel lascito del VI Congresso ci interroga oggi su come raccordare i valori di Santi con le trasformazioni avvenute nella società italiana. Esaurita la fase della globalizzazione selvaggia, assistiamo a un ritorno di protagonismo degli Stati nazionali. Oggi persino il capitalismo, come notava Ferruccio De Bortoli, si mostra interessatamente attento a uno Stato decisore nella sfera economica.

In questo contesto nuovo, l’elaborazione di Santi sul ruolo dello Stato diventa di straordinaria attualità. La CGIL deve fare dello Stato e dei suoi operatori una battaglia primaria, esattamente come avvenne negli anni ’70 con la riforma sanitaria e la legge sulle Regioni. Dopo anni di teorizzazione dello “Stato minimo”, è tempo di ricostruire un agire di senso collettivo che abbia come bussola i fondamentali di Fernando Santi e di Giacomo Brodolini.

L’impegno per l’unità

Vogliamo chiudere con le parole che Luciano Lama pronunciò nell’ultimo saluto al leader socialista: “Vogliamo assumere un impegno davanti a lui: quello di portare avanti, fino alla vittoria, le grandi battaglie sindacali, e insieme, quello di far maturare, fino al suo compimento, il processo di unità sindacale”.

Onorare Santi oggi significa difendere la CGIL senza incertezze e lavorare affinché il sindacato torni ad essere protagonista per le riforme, in un momento in cui molti corpi intermedi sembrano sordi alle esigenze di rinnovamento democratico e sociale del Paese.

Rino Giuliani
Direzione Nazionale Istituto Fernando Santi
(Tratto da Mondo Operaio n. 11-12, 2025)

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Ritratto storico in bianco e nero di Fernando Santi, dirigente sindacale e politico socialista, figura di riferimento per la tutela dei lavoratori e degli emigrati.
Notizie dall'Italia

Fernando Santi: storia di un uomo, un’idea e una vita spesa per il sindacato

da areamarketer 2 Febbraio 2026

Nacque il 13 novembre 1902 a Golese – piccolo borgo agricolo nei pressi di Parma destinato, quarant’anni dopo, a essere inglobato nella città –, da Eugenio e da Clementina Bambozzi. Il padre lavorò sin da piccolo in fornace per diventare successivamente lampista delle ferrovie; la madre, di famiglia bracciantile, morì di parto quando Fernando aveva quattro anni.

Cresciuto negli ambienti proletari della pianura emiliana caratterizzati da radicalismo e anticlericalismo, Santi si avvicinò sin da giovanissimo alla politica seguendo le orme del padre analfabeta che, nei suoi vividi ricordi, aveva imparato con sacrificio solo da adulto a leggere e scrivere anche per acquisire il diritto di voto, arrivando alla carica di assessore nel proprio Comune.

Conseguito un diploma tecnico, nel 1917, all’età di quindici anni, Santi si iscrisse al Partito socialista italiano (PSI), di cui fondò a Golese un circolo giovanile, organizzando comizi nei comuni della zona e collaborando al quindicinale Per la vita, fondato dal socialista riformista Giovanni Faraboli.

Gli anni della formazione e l’antifascismo

Impiegato presso la federazione delle cooperative di Parma, poi presso la federazione provinciale socialista, nel 1919 diventò segretario del circolo giovanile socialista e della cooperativa di consumo di Parma. Nel 1920 divenne segretario della federazione provinciale socialista e vicesegretario della camera del lavoro di via Imbriani, l’organizzazione di indirizzo riformista che si giustapponeva a quella, capace di ben maggior seguito, di matrice sindacalista rivoluzionaria, guidata da Alceste De Ambris.

Denunciato alla fine del 1920 per incitamento all’odio di classe in seguito a un comizio, ma successivamente assolto, partecipò al congresso di Firenze della federazione giovanile socialista che il 27 gennaio 1921, dopo la scissione di Livorno che aveva dato vita al Partito comunista d’Italia, votò in massa la trasformazione in Federazione giovanile comunista. Assieme alla piccola minoranza di delegati contrari all’uscita dal PSI, Santi rifondò a Fiesole la federazione giovanile e ne diventò segretario nazionale, portando a Parma la sede centrale, ospitata presso la camera di via Imbriani.

L’ASSALTO FASCISTA A PARMA NELL’AGOSTO 1922 LO VIDE PRESENTE SULLE BARRICATE A DIFESA DELLA LIBERTÀ

Nei convulsi mesi che precedettero la marcia su Roma, tra mille difficoltà, Santi iniziò a muoversi per il Paese, entrando in contatto con molti giovani, tra cui Sandro Pertini. Fu sua l’anonima cronaca dell’evento sull’Avanti! che esaltò il carattere popolare e unitario della vittoriosa resistenza armata, giustificandola come legittimo diritto alla difesa.

Richiamato al servizio militare a Padova, non poté partecipare al congresso socialista del successivo ottobre, che decretò l’espulsione della componente turatiana, ma aderì da subito al Partito socialista unificato (PSU). Al ritorno a Parma dal servizio militare, nel 1923, trovò la camera del lavoro chiusa dal prefetto.

Considerato dalla polizia pericoloso per l’ordine pubblico, venne in più occasioni aggredito da fascisti locali, fino a essere oggetto di colpi d’arma da fuoco nel novembre del 1924. Lasciò allora Parma per Torino, dove gli venne affidato il locale sindacato dei tranvieri. Qui conobbe il comunista Giovanni Roveda e il cattolico Giuseppe Rapelli, con i quali diede vita a una unità d’azione sindacale in chiave di resistenza al fascismo.

La clandestinità e l’esilio

In seguito alla devastazione della sede torinese del PSU, alla vigilia di un tentativo di commemorazione di Giacomo Matteotti, rapito e ucciso nel giugno del 1924, Santi fu chiamato a Milano alla segreteria provinciale del suo partito. Prima di raggiungere quella città tornò a Golese per sposare Maria Pattacini. Santi ebbe due figli, Paolo e Piero; il primo, nato a Milano nel 1934, è stato direttore dell’ufficio studi della Federazione italiana operai metalmeccanici (FIOM) milanese.

Ormai divenuta impossibile ogni azione politica legale, trovò impiego come rappresentante di commercio, lavoro che gli offrì copertura per frequenti spostamenti nel Paese consentendogli di mantenere reti di contatti. A Milano collaborò con un gruppo clandestino antifascista di cui facevano parte personaggi quali Ferruccio Parri, Carlo Rosselli, Ernesto Rossi.

Pur essendo riuscito, nel febbraio del 1936, grazie a una condotta prudente, a ottenere la cancellazione del suo nome dalle liste dei sovversivi, fu arrestato il 4 aprile 1943 a Milano nel corso di una riunione di militanti socialisti. Dopo l’8 settembre si rifugiò a Lugano, dove assunse la direzione del Comitato svizzero di soccorso operaio. Da lì si recò nella Val d’Ossola liberata, dove organizzò il sindacato, per riparare nuovamente in Svizzera dopo la caduta della repubblica partigiana (23 ottobre 1944).

Il ruolo nella CGIL e la politica repubblicana

Immediatamente dopo la Liberazione assunse prima la guida della camera del lavoro di Milano per passare, in breve, alla segreteria nazionale del sindacato dei rappresentanti di commercio. Pur da posizioni riformiste, Santi non aderì alla scissione di Palazzo Barberini (11 gennaio 1947), fedele alla sua propensione all’unità delle forze di sinistra.

Assunto il ruolo di capo della corrente sindacale socialista, nel corso del I Congresso nazionale della Confederazione generale italiana del lavoro (CGIL), tenutosi a Firenze ai primi di giugno del 1947, affiancò, rinforzandoli, i tentativi di Giuseppe Di Vittorio di mantenere la collaborazione della corrente sindacale cristiana. Consumata la rottura dell’unica confederazione in seguito allo sciopero indetto contro l’attentato a Palmiro Togliatti (14 luglio 1948), Santi mantenne fino alla fine della propria carriera sindacale il ruolo di guida della componente socialista della CGIL, diventando una delle figure più significative del sindacalismo dell’Italia repubblicana.

Deputato dal 18 aprile 1948 al 1968, con Di Vittorio prese parte attiva al lancio del Piano del lavoro nel 1949, continuando a sostenere la necessità di riforme di struttura nel quadro di una politica di pianificazione. Questa gli sarebbe apparsa la sfida centrale dei primi governi di centro-sinistra.

L’autonomia del sindacato

Pur favorevole alla collaborazione dei socialisti al governo, dopo essersi adoperato per smussare le difficoltà che la repressione della rivolta in Ungheria del 1956 rischiava di produrre nella CGIL, si oppose fermamente alle spinte, che giunsero da più parti e a più riprese, per l’uscita della componente socialista. Tali pressioni, poi rinnovate al momento della nascita del centro-sinistra, videro Santi protagonista di un compromesso per il quale il mantenimento dell’unità della CGIL fu scambiato con l’impegno della confederazione a condurre un’opposizione non troppo aspra nei confronti del governo.

Pur pienamente partecipe di una realtà sindacale caratterizzata dallo stretto rapporto con i partiti politici di riferimento, la consapevolezza del pericolo che la CGIL, a netta maggioranza comunista, potesse trasformarsi in uno strumento nelle mani del Partito comunista italiano portò Santi a sostenere la necessità dell’autonoma iniziativa politica del sindacato, come del resto era avvenuto sin dalla presentazione del Piano del lavoro.

All’interno della Federazione sindacale mondiale, contro le posizioni critiche espresse dai sindacati comunisti nei confronti del Mercato comune europeo, sostenne l’opportunità della collaborazione internazionale di tutti i sindacati per l’elaborazione di una politica unitaria. Anche in patria promosse le nuove spinte all’unità d’azione sindacale, che iniziarono a emergere negli anni culminanti del ‘miracolo economico’, operando in più occasioni quale ponte nei rapporti tra la CGIL, la CISL e la UIL.

Gli ultimi anni

Accusato di essere troppo accomodante nei confronti dei comunisti, tanto che alcuni esponenti autonomisti ne chiesero la sostituzione alla guida della componente socialista, Santi fu critico nei confronti della ricomposizione dell’unità tra socialisti e socialdemocratici e manifestò contrarietà nei confronti dell’affievolirsi delle spinte riformatrici del centro-sinistra; ciò nonostante, quando con la scissione a sinistra buona parte dei quadri sindacali socialisti aderì al Partito socialista italiano di unità proletaria, offrendo a Santi di mantenere unita la componente sotto la sua guida, egli rifiutò l’offerta lasciando libero corso alla nascita della cosiddetta ‘terza componente’.

Al VI Congresso nazionale della CGIL di Bologna del 1965 annunciò il suo ritiro dall’attività sindacale giustificandolo con la malattia che lo aveva da tempo colpito, ma contarono le crescenti divergenze con la direzione del partito. Continuò negli ultimi anni di vita, segnati dall’avanzare della malattia, a seguire e promuovere le nuove spinte all’unità d’azione che sin dai primi anni Sessanta attraversavano le categorie industriali di CGIL, CISL e UIL.

Di fronte ai fatti di Praga (1968) sostenne ancora una volta l’esigenza di unità della sinistra intorno all’idea di un ‘socialismo dal volto umano’. Morì a Parma il 15 settembre 1969.


Fonti e Bibliografia:
L’ora dell’unità. Scritti e discorsi di F. S., a cura di I. Barbadoro, Firenze 1969.
S. Turone, Storia del sindacato in Italia (1943-1969). Dalla Resistenza all’“autunno caldo”, Bari 1973.
F. S. Una biografia politica, a cura di I. Patruno, prefazione di F. Fabbri – N. Capria, introduzione di L. Pallottini, 1989.
F. S. Un uomo, un’idea, a cura di R. Spocci, prefazione di S. Cofferati, Parma 2002.
F. Persio, F. S. L’uomo, il sindacalista, il politico, a cura di S. Negri, prefazione di G. Epifani, Roma 2005.
(Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 90, 2017)
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Infografica circolare che riassume la vita di Fernando Santi dal 1902 al 1969. Ogni sezione illustra una tappa fondamentale: la resistenza al fascismo sulle barricate di Parma nel 1922, l'autonomia sindacale della CGIL, la visione di un socialismo dal volto umano e il ruolo di ponte tra le anime della sinistra per l'unità e i diritti transnazionali.
Notizie dall'Italia

Fernando Santi: storia di un uomo, un’idea e una vita spesa per i diritti dei lavoratori

da areamarketer 2 Febbraio 2026

Nato il 13 novembre 1902 a Golese, un piccolo borgo agricolo vicino a Parma, Fernando Santi ha incarnato per tutta la vita i valori del riscatto sociale e della lotta politica. Figlio di un ferroviere e cresciuto negli ambienti proletari dell’Emilia, si avvicinò giovanissimo al socialismo, seguendo le orme del padre che aveva imparato a leggere solo da adulto pur di acquisire il diritto di voto.

La sua non fu una militanza da scrivania, ma una presenza fisica e coraggiosa. Già nel 1922, durante l’assalto fascista a Parma, Santi era presente sulle barricate, difendendo la legalità e la libertà in quella che fu una storica resistenza popolare e unitaria contro lo squadrismo.

PUR PIENAMENTE PARTECIPE DELLA VITA POLITICA, SANTI SOSTENNE SEMPRE LA NECESSITÀ DELL’AUTONOMA INIZIATIVA DEL SINDACATO

La consapevolezza del pericolo che il sindacato potesse trasformarsi in un semplice strumento nelle mani dei partiti portò Santi a difendere strenuamente l’autonomia della CGIL e l’unità dei lavoratori, rifiutando più volte le pressioni per una scissione.

Dall’esilio alla guida della CGIL

Perseguitato dal regime fascista, arrestato nel 1943 e costretto a rifugiarsi in Svizzera, Santi non smise mai di organizzare la resistenza e il soccorso operaio. Dopo la Liberazione, divenne una delle figure chiave del sindacalismo dell’Italia repubblicana.

Deputato dal 1948 al 1968, giocò un ruolo fondamentale nel mantenere la componente socialista all’interno della CGIL unitaria. In anni difficili, segnati dalla Guerra Fredda e da forti tensioni politiche, egli lavorò instancabilmente come “ponte” tra le diverse anime della sinistra e del mondo sindacale (CGIL, CISL e UIL), convinto che la divisione dei lavoratori facesse comodo solo a chi voleva indebolirne i diritti.

Una visione europea

Santi fu anche un precursore in politica estera. All’interno della Federazione sindacale mondiale, sostenne l’opportunità di una collaborazione internazionale e guardò con interesse al Mercato comune europeo, capendo prima di altri che le sfide del lavoro avrebbero presto superato i confini nazionali.

Fino alla morte, avvenuta a Parma nel 1969, rimase fedele all’idea di un “socialismo dal volto umano”, opponendosi alle derive autoritarie e promuovendo quelle spinte all’unità d’azione che avrebbero poi caratterizzato l’Autunno Caldo.

Istituto Fernando Santi
(Redazione)

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Un'infografica concettuale sui pilastri del pensiero di Fernando Santi. Include icone che rappresentano l'unità dei lavoratori, l'autonomia del sindacato da governi e partiti, e il legame storico tra la CGIL e l'impegno di Luciano Lama. Non sono presenti volti umani, ma solo simboli grafici e testi esplicativi.
Notizie dall'Italia

Fernando Santi, 56 anni dopo: l’attualità del suo pensiero e la sfida dell’unità sindacale

da areamarketer 2 Febbraio 2026

Oggi a Parma ricordiamo Fernando Santi a 56 anni dalla sua scomparsa. Lo ricordiamo per il suo ruolo indelebile di politico socialista e di dirigente della CGIL, della quale per 18 anni è stato il Segretario Generale Aggiunto.

Come Istituto Fernando Santi portiamo avanti il lascito che egli stesso, al VI congresso della CGIL a Bologna, ha riassunto nel suo storico commiato dall’organizzazione. Siamo convinti che, pur nelle mutate condizioni sociali attuali, siano ancora di straordinaria attualità i principi e le azioni in cui Santi ha fortemente creduto.

L’UNITÀ DEI SINDACATI È LA PREMESSA PER COSTRUIRE L’UNITÀ DEI LAVORATORI E L’AUTONOMIA DA GOVERNI E PARTITI

Voglio ricordare il compagno Luciano Lama che, nell’ultimo saluto a Fernando Santi, ebbe modo di dire: “Vogliamo assumere un impegno davanti a lui, quello di portare avanti le grandi battaglie sindacali e insieme quello di far maturare, fino al suo compimento, il processo dell’unità sindacale”.

Un impegno verso il futuro

Questi principi sono rimasti parte integrante dell’elaborazione della CGIL anche nei congressi successivi alla sua scomparsa. La Confederazione, alla quale siamo legati da un’intesa storica sottoscritta con Cofferati ed Epifani, si avvierà alla fine del prossimo anno verso il Congresso.

Sarebbe auspicabile che il dibattito congressuale possa ritrovare, pur nelle difficoltà rappresentate dagli attuali rapporti fra le grandi confederazioni, una capacità di rimettere in moto una proposta concreta in tema di unità.

Una proposta che guardi alle relazioni unitarie nei posti di lavoro e all’iniziativa nei territori per rivendicare condizioni migliori per tutti. Penso che, nella grande unità della CGIL per la quale Santi si è battuto quando fu messa a rischio, la sollecitazione di Lama meriti oggi la giusta attenzione e l’impegno di tutti noi.

Pierpaolo Cicalò
Presidente Istituto Fernando Santi

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rimo piano di una persona che inserisce una scheda elettorale bianca in un'urna d'acciaio all'interno di un seggio elettorale. Lo sfondo è sfocato e mostra un ambiente istituzionale con altre persone impegnate nelle operazioni di voto, trasmettendo un senso di responsabilità civica.
Notizie dall'Italia

Questa volta al referendum votiamo tutti

da areamarketer 6 Gennaio 2026

Nei mesi scorsi come Istituto Fernando Santi abbiamo richiamato più volte l’attenzione degli amici in Italia e all’estero perché partecipassero al voto e s’impegnassero per far votare le persone con le quali sono in contatto, a partire da quelle più vicine.

Ripetiamo lo stesso invito a poche settimane dal voto. Si sta accentuando una campagna per l’astensione con l’invito ad “andare al mare” nei giorni delle votazioni.

IL DOVERE CIVICO NON VA IN VACANZA: RESPINGIAMO L’INVITO AD ASTENERSI

Rimettere su un piano di parità il rapporto fra datore di lavoro e lavoratore contrasta con le scelte politiche del governo e delle forze politiche e sociali che lo sostengono. Per questo remano contro.

Per questo la destra punta in modo aggressivo a non far raggiungere il quorum temendo, con il referendum, la modifica diretta del cittadino a leggi ingiuste e discriminanti nel mondo del lavoro.

Se da un punto di vista formale l’invito a non andare a votare non viola la legge, sul piano costituzionale e morale, è una contraddizione tanto più inaccettabile se l’invito proviene, come sta accadendo, da rappresentanti delle istituzioni o dalla seconda carica dello Stato.

La partecipazione democratica

L’invito ad astenersi dal voto, mina il principio stesso della partecipazione. “Organizzare l’astensione” come ha dichiarato il presidente La Russa, può diventare una forma surrettizia di controllo della partecipazione democratica.

Il dovere civico di votare non è un’imposizione autoritaria, ma una richiesta di corresponsabilità nella costruzione dell’ordine democratico. Astenersi, soprattutto in occasione di un referendum, significa abdicare a una responsabilità collettiva, e in certi casi anche contribuire a delegittimare lo strumento referendario stesso.

Il referendum non è di alcun partito. I cittadini hanno l’occasione di cambiare le cose direttamente.

Il referendum serve per chi lavora e per chi cerca un lavoro: perché non sia precario, per non essere licenziati senza giusta causa, per non morire di lavoro, per una cittadinanza che migliori la integrazione fra quanti vivono e lavorano fianco a fianco.

Pierpaolo Cicalò
Presidente Istituto Fernando Santi

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Un uomo caucasico in abiti formali stringe con vigore la mano a una lavoratrice agricola afrodiscendente in tuta blu. Sullo sfondo, un gruppo multietnico di braccianti con cappelli di paglia sorride davanti a una bandiera italiana che sventola sotto un cielo sereno. In alto a sinistra compare un logo che rappresenta il mondo liberato dalle catene.
Notizie dall'Italia

Un uomo, un’idea. L’attualità di Fernando Santi nella lotta per i diritti senza confini

da areamarketer 10 Settembre 2025

Un ritratto doveroso e sentito del fondatore del nostro Istituto, Fernando Santi, storico leader del sindacalismo socialista e padre nobile delle battaglie per la tutela dei nostri connazionali all’estero.

Ripercorrere la sua vita non è un esercizio di memoria, ma un atto politico necessario. Santi capì prima di molti altri che l’emigrazione non poteva essere ridotta a un fatto privato, a una dolorosa scelta individuale da consumarsi nel silenzio. Egli intuì che si trattava di una gigantesca questione sociale e politica che richiedeva risposte strutturali.

I DIRITTI NON HANNO PASSAPORTO: LA SOLIDARIETÀ È L’UNICA ARMA CONTRO LO SFRUTTAMENTO

Fernando Santi si batté affinché il lavoratore italiano all’estero smettesse di essere “carne da lavoro” da esportare e divenisse un cittadino con pieni diritti, ovunque si trovasse a operare.

Dalle miniere belghe all’Italia di oggi

La sua azione fu instancabile: dalle baracche svizzere alle miniere del Belgio, la sua voce si alzò sempre contro lo sfruttamento disumano e per l’unità del movimento operaio internazionale. Non accettava che la necessità di lavorare giustificasse la perdita della dignità umana.

Una lezione per il presente

La sua lezione è di un’attualità sconvolgente oggi, mentre l’Italia si trova dall’altra parte della barricata, non più solo paese di partenza ma terra di approdo. Le sfide dell’immigrazione attuale richiedono la stessa lungimiranza di Santi.

Oggi come allora, la verità è una sola: i diritti non hanno confini. La solidarietà tra lavoratori – autoctoni e migranti – è l’unica arma efficace contro il dumping sociale, ovvero il ribasso dei diritti e dei salari che colpisce tutti, indistintamente. Difendere il bracciante straniero oggi significa difendere il lavoro di tutti, esattamente come Santi difendeva il minatore italiano settant’anni fa. Questa è l’eredità che l’Istituto porta avanti con orgoglio.

Istituto Fernando Santi
(Redazione)


Nota Biografica:
Fernando Santi (1902-1969), deputato socialista e segretario della CGIL, dedicò gran parte della sua vita alla difesa degli emigrati italiani, fondando l’Istituto che ancora oggi porta il suo nome per tutelare i diritti e promuovere la cultura della solidarietà.
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Un fotomontaggio che unisce il passato e il presente del lavoro. A sinistra, il volto di Giacomo Brodolini e un'immagine storica di operai davanti a una fabbrica del Novecento. A destra, rappresentazioni moderne del lavoro: un professionista allo smartphone e un rider in bicicletta. Al centro, il concetto di "portare la Costituzione nelle fabbriche" con un richiamo visivo alla legge e alla dignità del lavoratore.
Notizie dall'Italia

Giacomo Brodolini e lo Statuto dei Lavoratori: portare la Costituzione nelle fabbriche

da areamarketer 17 Marzo 2025

Un approfondimento dedicato al ruolo fondamentale di Giacomo Brodolini nella genesi dello Statuto dei Lavoratori (Legge 300/1970). Una figura chiave della storia politica e sindacale italiana, la cui visione ha plasmato il diritto del lavoro moderno.

Sebbene Brodolini sia scomparso prematuramente nel 1969, pochi mesi prima dell’approvazione finale della legge, fu lui l’architetto politico e morale di quella riforma. Fu lui a volere fortemente una normativa che non si limitasse a regolare i salari, ma che avesse l’ambizione di “portare la Costituzione dentro le fabbriche”, abbattendo i cancelli dell’autoritarismo padronale.

DALLA LIBERTÀ DI OPINIONE AL DIVIETO DI CONTROLLO A DISTANZA: UN’EREDITÀ DA DIFENDERE

Lo Statuto non fu una concessione, ma una conquista. Brodolini capì che la dignità del lavoratore non poteva essere lasciata fuori dal luogo di lavoro. La democrazia non poteva fermarsi sulla soglia dell’azienda.

I pilastri della Legge 300/1970

Lo Statuto dei Lavoratori sancì diritti che oggi consideriamo fondamentali, ma che all’epoca rappresentarono una rivoluzione copernicana nei rapporti industriali. Tra i punti cardine ricordiamo:

  • Libertà di opinione: Il diritto di esprimere il proprio pensiero politico e sindacale senza timore di ritorsioni.
  • Divieto di controlli a distanza: L’Articolo 4 pose un freno alla sorveglianza indiscriminata sui dipendenti, un tema che oggi torna prepotentemente attuale con le tecnologie digitali.
  • Tutela contro i licenziamenti: La protezione contro i licenziamenti ingiustificati e discriminatori, per garantire stabilità e libertà dal ricatto occupazionale.

Aggiornare lo Statuto per il XXI secolo

Riflettere oggi su Giacomo Brodolini non è un esercizio di nostalgia. Il mondo del lavoro è cambiato radicalmente: la fabbrica fordista ha lasciato spazio, in molti settori, al lavoro digitale, parcellizzato e precario della gig economy.

Oggi la sfida è capire come declinare quei principi costituzionali nelle nuove “fabbriche immateriali”. Come applicare il divieto di controllo a distanza quando il capo è un algoritmo? Come garantire i diritti sindacali ai riders o ai lavoratori in smart working isolati nelle proprie case?

L’eredità di Brodolini ci insegna che il diritto del lavoro deve evolversi per proteggere la parte più debole del rapporto contrattuale. Serve un nuovo Statuto che estenda quelle tutele alle nuove forme di sfruttamento digitale, affinché la tecnologia sia uno strumento di liberazione e non di nuova oppressione.

Istituto Fernando Santi
(Redazione)


Note:
Giacomo Brodolini (1920-1969), Ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale, è considerato il “padre” dello Statuto dei Lavoratori. La Legge n. 300 fu approvata definitivamente il 20 maggio 1970.
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Un fotomontaggio che sovrappone il ritratto intenso di Giacomo Matteotti a un'ambientazione simbolica: in primo piano una valigia di cartone (simbolo dell'esilio e dell'emigrazione) e sullo sfondo la Maison du Peuple di Bruxelles con la bandiera europea. L'immagine rappresenta il legame tra il sacrificio del leader socialista e le radici della democrazia continentale.
Notizie dal Mondo

L’11 giugno a Bruxelles l’incontro “Matteotti e l’Europa”: un’eredità che attraversa i confini

da areamarketer 13 Giugno 2024

Nel centenario del vile assassinio di Giacomo Matteotti (1924-2024), si è svolto a Bruxelles un importante convegno per ricordare la sua figura e il suo profondo legame con l’idea di Europa.

L’evento, tenutosi l’11 giugno, non è stato una semplice commemorazione, ma un momento di riflessione attuale sulle radici della nostra democrazia. Matteotti non fu solo un martire antifascista italiano, ma un socialista europeo che aveva compreso in anticipo i pericoli del nazionalismo e del totalitarismo per l’intero continente.

MATTEOTTI NON FU SOLO UN EROE ITALIANO, MA UN PIONIERE DI UN’EUROPA LIBERA E DEMOCRATICA

Aveva compreso prima di molti altri che il fascismo non era un fenomeno locale, ma una minaccia che avrebbe travolto l’intera civiltà europea se non fosse stata fermata in tempo.

Un socialista europeo

L’incontro è stato ospitato nella storica Maison du Peuple, un luogo dal fortissimo valore simbolico. Cuore pulsante del socialismo belga, questo spazio ha accolto per decenni gli esuli antifascisti italiani costretti a lasciare la patria per sfuggire alla persecuzione del regime. Celebrare Matteotti qui significa ricucire i fili di una memoria condivisa tra l’Italia e il Belgio, terra di emigrazione e di lavoro, ma anche di resistenza politica.

All’evento hanno partecipato storici ed esponenti politici italiani ed europei, che hanno sottolineato come la visione di Matteotti trascendesse i confini nazionali. Egli parlava le lingue, viaggiava, e manteneva una fitta corrispondenza con i leader socialisti di tutta Europa, avvertendoli del “contagio” autoritario.

Il coraggio della verità

Durante la serata è stato ricordato con commozione il suo ultimo, celebre discorso alla Camera dei Deputati del 30 maggio 1924. Con una lucidità disarmante e un coraggio fisico ammirevole, Matteotti denunciò i brogli elettorali e le violenze fasciste, consapevole delle conseguenze a cui andava incontro.

Pagò con la vita la difesa della democrazia e della libertà di parola. Il suo corpo fu ritrovato mesi dopo, ma la sua voce non fu mai davvero messa a tacere. Essa risuonò forte proprio tra gli emigrati e gli esuli all’estero, diventando un simbolo di riscatto morale.

L’iniziativa di Bruxelles ci ricorda che l’Europa di oggi, fondata sui valori di pace e libertà, deve molto al sacrificio di uomini come Giacomo Matteotti. Ricordarlo oggi significa rinnovare l’impegno contro ogni forma di prevaricazione e difendere le istituzioni democratiche che egli ha contribuito, con il suo sangue, a preservare nella coscienza collettiva.

Istituto Fernando Santi
(Redazione)


Note:
L’evento si inserisce nel quadro delle celebrazioni per il centenario della morte di Giacomo Matteotti, rapito e ucciso da una squadra fascista il 10 giugno 1924 a Roma.
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