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Emigrazione

EmigrazioneNotizie dal Mondo

Dagli “agenti di emigrazione” ai “collaborazionisti di re-migrazione”: al peggio non c’è mai fine!

da Pierpaolo Cicalò 23 Aprile 2026

San Giovanni Battista Scalabrini e i “vecchi agenti di emigrazione”

Il XIX secolo è l’epoca di uno dei più consistenti spostamenti di popolazioni dell’età moderna: l’emigrazione dall’Europa verso le Americhe. Dal 1815 al 1840, 70 milioni di persone cambiano continente, provenienti soprattutto dall’Europa. Dal 1840 al 1914 circa cento milioni di Europei emigrano in un altro continente. E dalla sola Italia, dal 1861 allo scoppio del primo conflitto mondiale emigrano quasi 16 milioni di persone che per raggiungere la loro meta, percorrono gli itinerari imposti dalle grandi compagnie di navigazione e soggiacciono alla pressione di una rete di “agenti reclutatori” senza scrupoli.

Il 15 dicembre 1887 Francesco Crispi, che allora accentrava in sé le cariche di Presidente del Consiglio, Ministro dell’Interno e Ministro degli Esteri, presenta un disegno di legge sull’emigrazione che si riduce, però, ad alcune misure di carattere repressivo.

La Commissione parlamentare, presieduta da Rocco De Zerbi, presenta nel marzo 1888 un controprogetto. Il dibattito intellettuale che ne segue è ampio e vede come protagonista anche Giovanni Battista Scalabrini, allora vescovo di Piacenza, che – con una lettera aperta all’on. Paolo Carcano – da un lato, critica il progetto governativo fondato sul solo controllo poliziesco voluto dall’aristocrazia agraria preoccupata della perdita di manodopera, e, d’altro lato apprezza il progetto della commissione, anche se lo ritiene favorire troppo l’azione degli agenti di emigrazione.

Scalabrini propone, invece, di sostituire – alla privatizzazione degli espatri e quindi ai mali di un’emigrazione incentivata – un esodo disciplinato. Lo Stato dovrebbe intervenire sia per limitare i costi delle partenze provocate dagli “agenti di emigrazione”, sia per fermare l’esodo verso luoghi pericolosi o comunque privi di reali possibilità di lavoro. «Libertà di emigrare, non di far emigrare» è il motto del vescovo piacentino, che si basa su un’analisi comparata delle legislazioni degli altri paesi europei, dove non sono ammessi o sono molto più controllati gli agenti di emigrazione. Inoltre, Scalabrini non vuole che la legge si fermi soltanto a quanto precede la partenza e l’imbarco, ma invoca protezione e assistenza per i migranti anche dopo l’arrivo, attraverso appositi patronati, istituendo scuole e ospedali all’estero.

E, riprendendo il discorso sulla libertà – data dalla legge del 1888 – agli “agenti di emigrazione”, causa delle speculazioni sulla pelle degli emigranti, Scalabrini scrive nel 1898 in occasione della seconda conferenza sull’emigrazione di Torino: «Quando nel 1888 fu presentato alla Camera dei deputati il disegno che poi divenne la legge che regola attualmente la nostra emigrazione, io notavo che le buone disposizioni di quella legge e le migliori intenzioni venivano annullate dagli articoli che riguardavano la istituzione dei subagenti di emigrazione… Dopo quella legge infatti le agenzie di emigrazione salirono a 34 ed i subagenti che nel 1892 erano 5.172 sono diventati 7.169 nel 1896 e saranno certamente aumentati in questi due anni».

Nel ribadire che tali agenti di emigrazione, “veri sensali di carne umana”, formano, ormai, un vero esercito di parassiti della miseria, Scalabrini sostiene che non basta sostenere la libertà di emigrare, ma allo stesso tempo è doveroso opporsi alla libertà di far emigrare perché i dirigenti di un Paese hanno il dovere morale sia di creare le condizioni di lavoro per le masse popolari che di impedire che venga sorpresa la buona fede dei poveri lavoratori da ingordi speculatori.

Noi e i “nuovi agenti di re-migrazione”

Dopo 140 anni dagli eventi che hanno visto Scalabrini, nel frattempo riconosciuto santo patrono dei migranti dai papi Giovanni Paolo II e Francesco, lottare contro i “vecchi agenti di emigrazione”, ci ritroviamo ancora oggi spettatori, nostro malgrado, di un altro tentativo politico di “legittimare e legalizzare” i “novelli agenti di re-migrazione”.

Questi ritrovati attori dei processi migratori, al soldo (615€ per obiettivo raggiunto) dei governi anti-migranti, saranno autorizzati a sfruttare le difficili condizioni di vita dei migranti in modo che, invece di difendere gli interessi dei loro assistiti nei ricorsi contro le loro espulsioni, si adoperino nel convincerli ad accettare un rimpatrio “volontario” (se così si può definire il frutto dello stravolgimento del diritto) nel loro paese d’origine.

È la conseguenza dell’articolo 30bis, introdotto nell’ennesimo (benché la Costituzione li limiti a «casi straordinari di necessità e urgenza») decreto sicurezza dell’attuale governo italiano – per emendare il Testo unico sull’immigrazione del 1998 -, decreto-legge già votato dal Senato e attualmente all’esame della Camera dei deputati per approvazione definitiva…, ma non troppo!

Infatti, in seguito alle proteste del Consiglio nazionale forense, in rappresentanza degli avvocati, dell’Associazione nazionale dei magistrati, dei partiti d’opposizione e di qualche esponente della maggioranza disponibile a limature di facciata, oltre naturalmente ai rilievi di incostituzionalità fatti filtrare dalle parti della Presidenza della Repubblica, si propende a far approvare dal Parlamento non uno, ma due decreti sicurezza, con il secondo che modifichi il primo in modo da disinnescare, ampliandoli, gli effetti dell’articolo 30bis.

Estendendo, allora, il compenso per il rimpatrio non solo agli avvocati ma anche a mediatori e associazioni comincerà la fase organica di reclutamento generalizzato degli aspiranti “agenti di re-migrazione”, novelli “cacciatori di taglie” a vocazione “collaborazionista e delatoria”, desiderosi di allontanare quanti più immigrati possibile dal Bel Paese.

In realtà quando, a tutti i livelli – compreso quello politico, la sicurezza (e/o l’immigrazione) diventa ossessione si tende a sfornare provvedimenti sempre più duri e implacabili (contro la droga e i rave, contro gli scafisti, contro le baby gang, contro i maranza, contro gli irregolari… e poi contro genitori che picchiano insegnanti e medici o contro figli che accoltellano insegnati e alunni a scuola o contro i social in mano ai minori… ), si moltiplicano i reati pensando di poterli contrastare con la sola forza… e si finisce, invece, per generare un senso generale di insicurezza per tutti.

Il paradosso dell’ossessione sicurezza/immigrazione che si trasforma in diffusa insicurezza sta nel fatto che le parole non corrispondono più ai fatti. E quando il ministro dell’Interno dichiara alla Camera dei deputati che in Italia si registrano meno reati e più agenti delle forze dell’ordine, meno ingressi irregolari e più rimpatri, limitando la questione sicurezza all’immigrazione, sembra sottovalutare che violenze familiari, femminicidi, atti delinquenziali e/o criminali commessi, spesso, da minori non sono necessariamente causati dall’immigrazione o dall’origine etnica e nazionale dei soggetti. Ma hanno bisogno di spiegazioni e rimedi diversi, più profondi e complessi, di quelli puramente repressivi.

In realtà, sia per garantire la sicurezza come per gestire le migrazioni, in entrata e in uscita, è indispensabile cercare l’equilibrio tra diversi fattori come l’applicazione di leggi fondate sull’uguaglianza e la dignità delle persone, il perseguimento del bene comune capace di conciliare interessi particolari, nazionali e internazionali e la difesa dello Stato di diritto capace di difendere i diritti-doveri di tutti, ma soprattutto di coloro – i più poveri e impoveriti – che hanno nello Stato l’unico baluardo possibile di sopravvivenza.

Senza mai dimenticare, allora, che il diritto nasce proprio per proteggere i più deboli dalla legge del più forte. E anche se, oggi, il mondo sembra aver imboccato la strada in cui la legge dei forti sembra dominare, noi – come San Giovanni Battista Scalabrini – non possiamo rassegnarci, senza continuare a lottare, alla constatazione che “al peggio non c’è mai fine”!

Infatti, come ripeteva il santo patrono dei migranti ai missionari scalabriniani, religiosi e laici, «Le idee avanzano molto lentamente, specialmente quando toccano interessi e passioni. Comunque, il loro cammino è progressivo e graduale soprattutto quando le idee proposte sono vere ed utili. Bisogna, allora, perseverare, perché ogni lentezza raggiunge il suo scopo se la fatica non sconfigge la volontà di continuare a proporre queste idee».

Roma, 24 aprile 2026,
p. Lorenzo Prencipe, cser

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EmigrazioneNotizie dal Mondo

da Pierpaolo Cicalò 15 Aprile 2026


Fortunato Velonà: quando l’emigrazione esporta la forza lavoro, l’ideologia e l’arte”, premiato alla IX edizione del Premio Letterario Internazionale “Gerhard Rohlfs – Franco Mosino – Anastasios Karanastasis”, nella sezione  Cultura senza confini: il lavoro in emigrazione, bandito insieme a Istituto Fernando Santi

L’emigrazione è da sempre una delle grandi forze che modellano la storia dell’umanità: un fenomeno spesso segnato da sacrifici, ma capace di generare crescita, progresso e scambio. È in questa prospettiva che si inserisce il lavoro del giornalista Letterio Licordari, autore di “Fortunato Velonà: quando l’emigrazione esporta la forza lavoro, l’ideologia e l’arte” (edizioni Apodiafazzi), un’opera che restituisce voce e memoria a una figura emblematica dell’emigrazione italiana.

Si tratta di un lavoro pregiato, di grande interesse, che, per l’argomento trattato, merita la giusta attenzione e un adeguato riconoscimento storico e culturale: un arricchimento per i lettori.

Al centro della narrazione vi è Carmelo Fortunato Velonà, originario di Bova, emigrato negli Stati Uniti come tanti suoi conterranei. Sindacalista, antifascista, artista satirico: Velonà emerge come una figura poliedrica, capace di coniugare impegno civile, attività lavorativa e produzione artistica. A oltre sessant’anni dalla sua scomparsa, il suo percorso rappresenta ancora oggi un esempio significativo di determinazione e coerenza.

Il suo percorso di vita, fondato sui valori della famiglia e del rispetto, ha lasciato tracce indelebili nei campi della solidarietà, libertà e democrazia.

Licordari ricostruisce con attenzione non solo la biografia del protagonista, ma anche il contesto storico in cui si inserisce: dalle cause dell’emigrazione italiana tra Otto e Novecento, come povertà, sovrappopolazione e crisi economiche,  fino alle dinamiche più recenti della cosiddetta “fuga dei cervelli”. Ne emerge una riflessione ampia e attuale, che collega passato e presente.

La sua disanima, esaustiva, chiara e di grande interesse, si sviluppa attraverso un articolato impianto narrativo: dallo scenario socio-economico della provincia reggina e dell’area grecanica, al viaggio verso gli Stati Uniti; dal temporaneo rientro in Italia alle soglie del fascismo, fino al definitivo stabilirsi oltreoceano e all’intenso impegno sindacale e politico. Ampio spazio è dedicato anche alle reti dell’antifascismo in America, ai rapporti con organizzazioni come la “Mazzini Society” e la “Federazione Garibaldina d’America”, nonché alla sorveglianza esercitata dalle autorità italiane sugli emigrati considerati sovversivi.

Il testo, scritto con una prosa raffinata e scorrevole, rappresenta un’importante finestra su fenomeni e momenti storico-sociali fondamentali nel campo sindacale e dei diritti umani. Nel corso della lettura, si entra in contatto con la vita del protagonista, si immaginano luoghi, ambienti, botteghe e città; si rivivono momenti storici, trasformazioni sociali, scelte ideologiche e lotte.

Il racconto biografico si intreccia così con la grande storia: il terremoto del 1908, le difficoltà economiche, le tensioni sociali, l’ascesa del fascismo, l’attivismo politico negli Stati Uniti, fino a episodi simbolo come l’esecuzione di Sacco e Vanzetti. In questo scenario, Velonà si distingue per il suo ruolo attivo nel sindacato, curando anche relazioni esterne con il “Circolo mediterraneo dei Sarti” di Napoli, e per l’impegno nella difesa dei diritti dei lavoratori, anche all’interno dell’ACWA.

Non meno rilevante fu la sua attività di “cartoonist”. Velonà fu infatti autore di vignette satiriche di grande efficacia comunicativa, anticipatrici di un linguaggio oggi ampiamente diffuso nella stampa. Le sue opere, spesso critiche nei confronti del regime fascista, rappresentano una forma di resistenza culturale e politica, capace di coniugare ironia e denuncia.

Licordari accompagna il lettore in un percorso che è al tempo stesso umano e storico: dalle origini familiari, era figlio di un falegname, fino al raggiungimento di una certa stabilità economica negli Stati Uniti, senza mai abbandonare l’impegno civile. Ne emerge il ritratto di un uomo che, pur lontano dalla propria terra, ha saputo incidere profondamente nel contesto sociale e politico in cui ha vissuto.

Completa il volume una ricca sezione iconografica, con documenti, immagini e materiali d’epoca, oltre a un accurato apparato bibliografico e archivistico, che conferma il valore scientifico del lavoro.

Il libro si presenta così come un contributo significativo non solo alla memoria dell’emigrazione italiana, ma anche alla riflessione sui diritti, sull’identità e sul ruolo dell’individuo nei processi storici. Una lettura che unisce rigore e coinvolgimento, restituendo dignità e attualità a una storia che merita di essere conosciuta.

Daniela Vellani


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EmigrazioneNotizie dal MondoNotizie dall'Italia

NUNCA MAS – MAI PIU’ARGENTINA 1976-2026 50 Anni dal colpo di stato del 24 marzo 1976

da Pierpaolo Cicalò 13 Marzo 2026

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RIPENSARE IL RIENTRO: STRATEGIE PER UNA SARDEGNA ATTRATTIVA

da Pierpaolo Cicalò 13 Marzo 2026

 RIPENSARE IL RIENTRO: STRATEGIE PER UNA SARDEGNA ATTRATTIVA

Il CREI ACLI, Comitato Regionale per l’emigrazione e l’immigrazione,
vi invita a partecipare all’evento di presentazione della ricerca
“Ripensare il rientro: strategie per una Sardegna più attrattiva”.

La presentazione si terrà martedì 17 marzo alle ore 10:30 presso la
Sala della Fondazione di Sardegna via S. Salvatore da Horta 2,
Cagliari. Sarà possibile, inoltre, seguire la diretta streaming
dell’evento sul canale Youtube delle Acli della Sardegna al seguente
indirizzo: https://www.youtube.com/live/EDCrqVCEe6A

L’iniziativa rappresenta un momento di approfondimento dedicato alla
presentazione dei risultati della ricerca, finalizzata ad analizzare
le dinamiche contemporanee dell’emigrazione sarda e a individuare
possibili strategie di policy e strumenti operativi per favorire il
rientro dei sardi dall’estero e rafforzare l’attrattività dei
territori dell’Isola.

L’incontro costituirà un’occasione di confronto tra istituzioni, enti
di ricerca, organizzazioni della società civile e attori dello
sviluppo territoriale con l’obiettivo di condividere riflessioni,
esperienze e buone pratiche utili alla definizione di percorsi
innovativi per contrastare lo spopolamento e promuovere nuove
opportunità di sviluppo locale.

La ricerca è promossa dalla FAES e realizzata con il contributo della
Regione Autonoma della Sardegna, in collaborazione con il CREI ACLI
Sardegna.

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EmigrazioneNotizie dall'Italia

Due secoli di migrazioni italiane: unimmenso fatto politico totale

da Pierpaolo Cicalò 5 Marzo 2026


Salvatore Turi Palidda

Sul sito dell’Istituto Euroarabo nella pagina Dialoghi Mediterranei è appena uscito un bellissimo saggio del nostro Salvatore Palidda, Due secoli di migrazioni italiane: un immenso fatto politico totale , saggio che prende lo spunto dal libro curato da Lorenzo Prencipe e Matteo Sanfilippo Breve storia statistica dell’emigrazione italiana, pubblicato di recente dalla Fondazione Centro Studi Emigrazione. Ne riportiamo di seguito qualche stralcio

[…] Migrazioni cioè mobilità umane: uno dei principali fatti politici totali della storia dell’umanità

Tutta la storia dell’umanità è storia di spostamenti a breve, media e lunga distanza. Riprendendo l’essenziale dei classici delle scienze politiche e sociali appare evidente che tre sono le più marcanti caratteristiche degli esseri umani, quelle di: animale politico, di animale pensante, animale mobile  – oltre che biologicamente unico. Questi spostamenti continui hanno prodotto il popolamento progressivo di tutti i continenti, la formazione e le continue trasformazioni della vita associata degli esseri umani, cioè delle società locali e poi nazionali. Per ciò, le migrazioni vanno considerate come un fatto politico totale le cui cause e ragioni sono sempre molteplici e spesso inconsapevolmente vissute dai migranti.

Come suggerisce Sayad, si tratta sempre di emigrazioni e immigrazioni, e aggiungo, spesso ritorni e “va-e-vieni”. E sempre con Sayad, ricordiamo che le migrazioni hanno una funzione specchio. sono cioè rivelatrici delle caratteristiche dell’organizzazione politica della società di partenza, di quella di immigrazione e delle relazioni fra loro (spesso marchiate dal colonialismo e oggi dal neocolonialismo liberista).

Secondo la prima importante tabella elaborata da Prencipe e Sanfilippo, il totale degli espatri dal 1861 al 2023 ammonterebbe a 28.996.958 (di cui il 26,08% donne) e “con stime” a 30.839.332, mentre i rimpatri ammonterebbero a 11.527.894 e con stime a 11.863.445 (x i rimpatri non si hanno dati sulle donne). Queste enormi cifre fanno dell’Italia uno dei Paesi più segnati dalle migrazioni e, lo sottolineiamo subito, occorre sempre parlare di migrazioni non solo perché si tratta di espatri e poi di rimpatri, ma anche di “va-e-vieni” che però è impossibile misurare.

Inoltre, va anche ricordato che le migrazioni italiane (di una certa consistenza quantitativa) esistevano già prima dell’Unità d’Italia, per esempio dalla Sicilia e dalla Campania verso la Tunisia (spesso con piccole barche), verso l’Algeria e il Marocco, così come – a piedi – dal Nord Italia verso la Francia, e un po’ meno verso altri Paesi.

E ancora, non va dimenticato che tante emigrazioni erano “clandestine” e hanno continuato a rimanere tali o comunque ignote alla pubblica amministrazione anche dopo l’Unità d’Italia e persino sino a oggi. Altro fatto noto molto rilevante è che tutta la storia delle migrazioni fra le regioni italiane e l’estero si sovrappone o è contemporanea a quella delle cosiddette migrazioni interne dalle campagne alle città (in tutte le regioni) e da regioni verso altre regioni (non solo dalle isole e dal Sud verso il Nord, secondo il luogo comune dominante.)

In realtà gli spostamenti fra comuni vicini e poi anche lontani all’interno dell’Italia si ripetono da sempre per non parlare delle emigrazioni e immigrazioni all’interno di tutto il mondo euro-mediterraneo, in particolare nel periodo del Rinascimento (si veda il volume di Studi emigrazione curato da Surdich e Sanfilippo e altre pubblicazioni riguardanti le diverse regioni e città italiane). Ricordiamo anche le migrazioni di artigiani, artisti e manovalanze fra le quali l’epopea di questi in Francia e nei Paesi Bassi. […]

Segue una storia dettagliata delle emigrazioni dall’Italia a partire dal Risorgimento, con particolare attenzione al caso siciliano, specie dopo la repressione dei Fasci del 1891-95, e all’esodo operaio dal Nord, specie dopo i fatti di Milano del 1898, e ancora sotto il fascismo e poi durante il cosiddetto boom, fino ad oggi

Conclusioni

La grande mobilità di massa provocata dallo sviluppo capitalista del XIX e XX secolo sovrapposto alle guerre e ai vari disastri (quella connessa alla grande trasformazione descritta da Polany), si è rilanciata a seguito dell’ultima “grande trasformazione” provocata dalla controrivoluzione liberista globalizzata. Il liberismo si è imposto puntando sull’esasperazione dell’asimmetria di potere, di mezzi e di ricchezza a favore di un numero sempre inferiore di dominanti e dei loro sostenitori, fatto che ha consentito una devastazione planetaria. Gran parte della popolazione è spesso massacrata non solo dalla fame, da malattie non curate, dall’esasperazione delle diseguaglianze, ma anche dalle guerre istigate dalle potenze dominanti, e quindi costretta a cercare disperatamente la salvezza migrando, e spesso morendo durante questi tentativi (vedi Resistenze ai disastri sanitari-ambientali ed economici nel Mediterraneo).

Si fugge da tanti luoghi dei Paesi martoriati non solo dalle guerre ma anche dalle devastazioni provocate dalle multinazionali per estrarre petrolio, carbone, uranio, gas, i cosiddetti nuovi minerali preziosi, da una pesca industriale, da grandi opere che cancellano le comunità di territori grandi come la Francia, dalle discariche di rifiuti tossici ecc.

A questo si aggiungono le misure finanziarie che impongono ai Paesi meno fortunati e a tutti politiche economiche e sociali che affamano e creano spesso solo neo-schiavitù. Il proibizionismo delle migrazioni da parte dei Paesi ricchi imposto anche ai Paesi di transito è di fatto una guerra che provoca morte. In altre parole, i dominanti optano facilmente per il “lasciar morire” (la tanatopolitica) anziché per il “lasciar vivere” (la biopolitica) proprio perché non manca manodopera e persino umani da schiavizzare e trattare come “usa-e-getta”.

Ed è anche questo che spiega in parte il paradosso dell’emigrazione e dell’immigrazione che aumentano simultaneamente negli stessi luoghi. I dominanti non hanno alcun interesse a creare buone condizioni di lavoro e di remunerazione per trattenere i lavoratori, poiché possono disporre di braccia da selezionare e trattare a piacimento come manodopera malpagata o schiavi usa-e-getta, riducendo i costi del lavoro a meno del minimo. Ciò avviene nei Paesi ricchi, mentre in quelli poveri si fuggono la distruzione di intere società locali e tutto il peggio che si può immaginare a conseguenza di ciò.

La scelta ferocemente ostile alle migrazioni da parte dei Trump e dell’Unione europea è emblematica della congiuntura forse la più reazionaria conosciuta dal 1945. È ormai evidente che questa guerra non è dovuta alla bomba umana,non a “troppi umani”, ma a troppo poca umanità. La ricchezza mondiale potrebbe benissimo assicurare condizioni di lavoro e di vita decenti a tutta la popolazione mondiale, ma com’è noto neanche 3 mila miliardari e circa 100 mila milionari si accaparrano questa ricchezza.

In Italia nessun governo delle destre e dell’ex-sinistra ha mai adottato misure appropriate per contrastare il declino demografico e l’emigrazione, innanzitutto nel senso di contrastare la distribuzione della ricchezza oggi sempre più a sfavore dei redditi bassi e per aumentare i salari che diminuiscono più che nel resto d’Europa (fatto segnalato persino dall’OCSE). I neofascisti oggi al governo, secondo la logica razzista-suprematista bianca, pretendono di incentivare la “riproduzione di italiani” che peraltro è notoriamente fallimentare (nonostante la sua politica natalista, anche la Francia registra ora un calo demografico). L’Italia non potrà che continuare a essere Paese di emigrazione e di immigrazione. La guerra alle migrazioni e le altre guerre permanenti di questo XXI secolo, sino al genocidio del popolo palestinese, non potrà arrestare la resistenza di centinaia di milioni di umani innanzitutto perché è sopravvivenza.

in Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026 

L’articolo originale può essere letto qui

( da Pressenza international press agency)

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EmigrazioneNotizie dall'Italia

Istituto Fernando Santi, Anpi e Arci il 6 marzo a Recanati presentano il film “L’angelo di Buenos Aires”

da Pierpaolo Cicalò 25 Febbraio 2026

L’Istituto Fernando Santi , L’Anpi e l’Arci La Serra di Recanati presentano il 6 marzo alle ore 18,00 presso il Circolo Arci La Serra in Piazzale B. Gigli 3, il film di Enrico Blatti “L’Angelo di Buenos Aires”.


Ne parlano con l’autore Rino Giuliani, Roberto Vezzoso dell’Istituto Fernando Santi e Loredana Longhin segretaria della CGIL Marche.

Il film attraverso le testimonianze di molti protagonisti dell’epoca recupera la memoria storica di fatti accaduti 50 anni or sono, il 24 marzo 1976, data del golpe civico-militare in Argentina, e di alcuni personaggi significativi come Filippo Di Benedetto che si è opposto alla dittatura e che ha salvato dalla morte centinaia di persone.
Di Benedetto si oppose ad una dittatura esercitata tramite la violenza e la tortura, l’esilio forzato, l’appropriazione di minori, che provocò un numero stimato di circa 30.000 sparizioni.
Metà dei circa 30mila desaparecidos era italiana. Tra le circa 100mila persone imprigionate, torturate, esiliate metà erano di origine italiana. Filippo Di Benedetto nato a Saracena (CS), nel 1952 decise di raggiungere in Argentina il fratello Orlando che già viveva da due anni a Buenos Aires.
Dopo il golpe del 24 marzo 1976 Di Benedetto, già responsabile del patronato Inca Cgil di Buenos Aires e presidente della Filef, entrò in contatto con l’allora vice console italiano, Enrico Calamai e col corrispondente del «Corriere della Sera», Gian Giacomo Foà, si misero a servizio delle centinaia di famiglie che disperate si rivolgevano al Consolato d’Italia per trovare rifugio di fronte ai rastrellamenti violenti degli squadroni della morte.
Di Benedetto pagò a duro prezzo il suo impegno: la figlia del fratello Orlando, Domenica, fu sequestrata e torturata e il nipote Eduardo, sequestrato nel novembre del 1976 da quattro uomini mentre accompagnava i suoi due figli a scuola, a tutt’oggi risulta scomparso. Si è dovuto aspettare fino al 30 ottobre 1983, perché con nuove elezioni, fosse ripristinata la democrazia.
“L’Angelo di Buenos Aires” racconta una grande storia di ideali, di tenacia e Resistenza.

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Un gruppo di giovani studenti e ricercatori riuniti in cerchio in una piazza di pietra nel borgo antico di Bova. Un anziano del luogo parla al gruppo. Sullo sfondo si stagliano le montagne dell'Aspromonte e il mare all'orizzonte sotto una luce calda di fine giornata. Sulla facciata di un edificio storico sono appesi striscioni dell'Istituto Fernando Santi e dell'associazione Apodiafazzi.
Emigrazione

Bova, cuore della Magna Grecia: successo per la IX edizione della Scuola Estiva

da areamarketer 1 Settembre 2025

Si è conclusa a Bova (RC), nell’incantevole scenario dell’Aspromonte, la IX edizione della “Summer School” di lingua e cultura grecanica.

Un appuntamento ormai consolidato che conferma Bova – o Vua, come viene chiamata nell’idioma locale – quale autentica capitale morale dei Greci di Calabria. Decine di studenti, ricercatori e semplici appassionati provenienti da tutta Italia e dalla Grecia si sono ritrovati nel borgo per una settimana di immersione totale nelle radici della Magna Grecia.

SALVARE UNA LINGUA ANTICA A RISCHIO DI ESTINZIONE SIGNIFICA CUSTODIRE L’ANIMA DI UN POPOLO

L’iniziativa dimostra che c’è un grande interesse per la riscoperta delle radici culturali minori e per un “turismo lento e colto”, capace di andare oltre il consumo veloce dei luoghi per entrare in connessione profonda con la storia.

Un ponte tra due sponde

I corsi hanno avuto un obiettivo ambizioso: insegnare e tramandare il greco di Calabria (o grecanico), una lingua millenaria che rischia di scomparire, soffocata dalla globalizzazione. Non si è trattato solo di lezioni frontali, ma di laboratori vivi dove la lingua è tornata a risuonare tra i vicoli del borgo, creando un ponte ideale tra la Calabria e la Grecia moderna.

L’iniziativa è stata fortemente sostenuta dall’Istituto Fernando Santi e dall’associazione locale Apodiafazzi. Questa sinergia tra enti nazionali e associazionismo locale è la chiave per trasformare la tutela delle minoranze linguistiche in una leva di sviluppo territoriale.

Il valore delle radici

La partecipazione di giovani, anche discendenti di emigrati calabresi, evidenzia la vitalità del turismo delle radici. Tornare nei luoghi degli avi non solo per visitarli, ma per impararne la lingua perduta, rappresenta una forma altissima di recupero identitario.

Bova si conferma così un laboratorio a cielo aperto dove passato e futuro si incontrano, dimostrando che le aree interne del nostro Mezzogiorno hanno un patrimonio inestimabile da offrire all’Europa.

Istituto Fernando Santi
(Redazione)


Info:
La “Summer School” è organizzata annualmente nel comune di Bova (Reggio Calabria), uno dei Borghi più belli d’Italia e centro della cultura grecanica.
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Una valigia di cartone in miniatura in primo piano, simbolo storico dell'emigrazione. Sullo sfondo sfocato, si vedono piccole figure di persone che rappresentano i migranti e una bandiera italiana. L'immagine evoca il legame tra le radici e il viaggio verso altri paesi.
Emigrazione

Italiani all’estero, una realtà complessa

da areamarketer 5 Novembre 2024

Gli italiani all’estero rappresentano una realtà importante del nostro paese. Grazie a una normativa particolarmente aperta hanno anche la possibilità di contribuire direttamente alla vita politica nazionale. Un recente rapporto dell’Istat permette di avere un quadro aggiornato delle dimensioni e delle principali caratteristiche di questa componente della popolazione.

Una realtà in crescita

Secondo i dati dell’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (Aire), da qualche anno elaborati dall’Istat, alla fine del 2022 il numero di nostri connazionali che vive in un altro paese è ormai prossimo ai sei milioni. 5,94 milioni per la precisione, con un aumento di quasi 100 mila unità nel corso del 2022, grazie a saldi demografici positivi e a un sostenuto ritmo di acquisizioni di cittadinanza.

Entrando nel dettaglio, si è avuta nel 2022 una prevalenza delle nascite (25 mila) sui decessi (8 mila) e delle partenze (99.500) sui ritorni (74.500).

Il saldo migratorio ha attirato attenzione, ma anche le altre voci meritano considerazione. Il tasso di natalità per gli italiani all’estero è del 4,3‰, ma arriva al 5,5 tra quelli che vivono in Europa e si ferma al 2,5 in America Latina. Una differenza che può essere determinata anche da «comportamenti opportunistici a dichiarare le nascite da parte dei genitori».

Il problema dei decessi e le “Anime morte”

Molto più ampia è la sottostima nella registrazione dei decessi. Il tasso di mortalità tra gli italiani all’estero è infatti appena dell’1,4‰, contro un valore del 12,1‰ in Italia. Una differenza di 8,6 volte.

L’Aire rischia di diventare una sorta di registro delle Anime morte, nonostante faccia da base alle liste elettorali per il voto degli italiani all’estero e alla determinazione del quorum referendario.

Una normativa anacronistica sulla cittadinanza

La concessione della cittadinanza per riconoscimento dello iure sanguinis non è stata toccata dalla legge del 1992 e si basa ancora sui criteri stabiliti nel 1912. Una concessione che non ha limiti di generazioni, non prevede test di lingua e che ormai può riguardare la sesta o la settima generazione di discendenti.

Secondo una stima del Sole 24 Ore, nel 2023 le concessioni per discendenza dovrebbero essere state almeno 190 mila. I tre quarti di tutte le acquisizioni ha riguardato l’America Latina.

La concentrazione più forte è in:

  • Argentina: 924 mila
  • Germania: 822 mila
  • Svizzera: 637 mila
  • Brasile: 563 mila

Si è di fatto creato un diritto senza limiti temporali, esigibile on demand e che con il passare delle generazioni riguarda inevitabilmente una platea sempre più ampia.

Conclusione

Tirando le somme, appare evidente che la crescita degli italiani all’estero risulta influenzata dalla sottostima dei flussi naturali e da una normativa molto “liberale” sulla concessione della cittadinanza per discendenza. Specie per evitare il rischio che nell’archivio siano presenti persone decedute, uno sforzo per ovviare a questi problemi appare quanto mai opportuno.

Sarebbe utile una discussione che si interroghi sull’utilità di mantenere, dopo oltre un secolo, un canale di naturalizzazione che l’Italietta giolittiana adottò per difendere il legame con gli emigranti, ma che oggi presenta evidenti paradossi.

Corrado Bonifazi
(Articolo tratto da Neodemos)

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