RIPENSARE IL RIENTRO: STRATEGIE PER UNA SARDEGNA ATTRATTIVA
Il CREI ACLI, Comitato Regionale per l’emigrazione e l’immigrazione,
vi invita a partecipare all’evento di presentazione della ricerca
“Ripensare il rientro: strategie per una Sardegna più attrattiva”.
La presentazione si terrà martedì 17 marzo alle ore 10:30 presso la
Sala della Fondazione di Sardegna via S. Salvatore da Horta 2,
Cagliari. Sarà possibile, inoltre, seguire la diretta streaming
dell’evento sul canale Youtube delle Acli della Sardegna al seguente
indirizzo: https://www.youtube.com/live/EDCrqVCEe6A
L’iniziativa rappresenta un momento di approfondimento dedicato alla
presentazione dei risultati della ricerca, finalizzata ad analizzare
le dinamiche contemporanee dell’emigrazione sarda e a individuare
possibili strategie di policy e strumenti operativi per favorire il
rientro dei sardi dall’estero e rafforzare l’attrattività dei
territori dell’Isola.
L’incontro costituirà un’occasione di confronto tra istituzioni, enti
di ricerca, organizzazioni della società civile e attori dello
sviluppo territoriale con l’obiettivo di condividere riflessioni,
esperienze e buone pratiche utili alla definizione di percorsi
innovativi per contrastare lo spopolamento e promuovere nuove
opportunità di sviluppo locale.
La ricerca è promossa dalla FAES e realizzata con il contributo della
Regione Autonoma della Sardegna, in collaborazione con il CREI ACLI
Sardegna.
Sul sito dell’Istituto Euroarabo nella pagina Dialoghi Mediterranei è appena uscito un bellissimo saggio del nostro Salvatore Palidda, Due secoli di migrazioni italiane: un immenso fatto politico totale , saggio che prende lo spunto dal libro curato da Lorenzo Prencipe e Matteo Sanfilippo Breve storia statistica dell’emigrazione italiana, pubblicato di recente dalla Fondazione Centro Studi Emigrazione. Ne riportiamo di seguito qualche stralcio
[…] Migrazioni cioè mobilità umane: uno dei principali fatti politici totali della storia dell’umanità
Tutta la storia dell’umanità è storia di spostamenti a breve, media e lunga distanza. Riprendendo l’essenziale dei classici delle scienze politiche e sociali appare evidente che tre sono le più marcanti caratteristiche degli esseri umani, quelle di: animale politico, di animale pensante, animale mobile – oltre che biologicamente unico. Questi spostamenti continui hanno prodotto il popolamento progressivo di tutti i continenti, la formazione e le continue trasformazioni della vita associata degli esseri umani, cioè delle società locali e poi nazionali. Per ciò, le migrazioni vanno considerate come un fatto politico totale le cui cause e ragioni sono sempre molteplici e spesso inconsapevolmente vissute dai migranti.
Come suggerisce Sayad, si tratta sempre di emigrazioni e immigrazioni, e aggiungo, spesso ritorni e “va-e-vieni”. E sempre con Sayad, ricordiamo che le migrazioni hanno una funzione specchio. sono cioè rivelatrici delle caratteristiche dell’organizzazione politica della società di partenza, di quella di immigrazione e delle relazioni fra loro (spesso marchiate dal colonialismo e oggi dal neocolonialismo liberista).
Secondo la prima importante tabella elaborata da Prencipe e Sanfilippo, il totale degli espatri dal 1861 al 2023 ammonterebbe a 28.996.958 (di cui il 26,08% donne) e “con stime” a 30.839.332, mentre i rimpatri ammonterebbero a 11.527.894 e con stime a 11.863.445 (x i rimpatri non si hanno dati sulle donne). Queste enormi cifre fanno dell’Italia uno dei Paesi più segnati dalle migrazioni e, lo sottolineiamo subito, occorre sempre parlare di migrazioni non solo perché si tratta di espatri e poi di rimpatri, ma anche di “va-e-vieni” che però è impossibile misurare.
Inoltre, va anche ricordato che le migrazioni italiane (di una certa consistenza quantitativa) esistevano già prima dell’Unità d’Italia, per esempio dalla Sicilia e dalla Campania verso la Tunisia (spesso con piccole barche), verso l’Algeria e il Marocco, così come – a piedi – dal Nord Italia verso la Francia, e un po’ meno verso altri Paesi.
E ancora, non va dimenticato che tante emigrazioni erano “clandestine” e hanno continuato a rimanere tali o comunque ignote alla pubblica amministrazione anche dopo l’Unità d’Italia e persino sino a oggi. Altro fatto noto molto rilevante è che tutta la storia delle migrazioni fra le regioni italiane e l’estero si sovrappone o è contemporanea a quella delle cosiddette migrazioni interne dalle campagne alle città (in tutte le regioni) e da regioni verso altre regioni (non solo dalle isole e dal Sud verso il Nord, secondo il luogo comune dominante.)
In realtà gli spostamenti fra comuni vicini e poi anche lontani all’interno dell’Italia si ripetono da sempre per non parlare delle emigrazioni e immigrazioni all’interno di tutto il mondo euro-mediterraneo, in particolare nel periodo del Rinascimento (si veda il volume di Studi emigrazione curato da Surdich e Sanfilippo e altre pubblicazioni riguardanti le diverse regioni e città italiane). Ricordiamo anche le migrazioni di artigiani, artisti e manovalanze fra le quali l’epopea di questi in Francia e nei Paesi Bassi. […]
Segue una storia dettagliata delle emigrazioni dall’Italia a partire dal Risorgimento, con particolare attenzione al caso siciliano, specie dopo la repressione dei Fasci del 1891-95, e all’esodo operaio dal Nord, specie dopo i fatti di Milano del 1898, e ancora sotto il fascismo e poi durante il cosiddetto boom, fino ad oggi
Conclusioni
La grande mobilità di massa provocata dallo sviluppo capitalista del XIX e XX secolo sovrapposto alle guerre e ai vari disastri (quella connessa alla grande trasformazione descritta da Polany), si è rilanciata a seguito dell’ultima “grande trasformazione” provocata dalla controrivoluzione liberista globalizzata. Il liberismo si è imposto puntando sull’esasperazione dell’asimmetria di potere, di mezzi e di ricchezza a favore di un numero sempre inferiore di dominanti e dei loro sostenitori, fatto che ha consentito una devastazione planetaria. Gran parte della popolazione è spesso massacrata non solo dalla fame, da malattie non curate, dall’esasperazione delle diseguaglianze, ma anche dalle guerre istigate dalle potenze dominanti, e quindi costretta a cercare disperatamente la salvezza migrando, e spesso morendo durante questi tentativi (vedi Resistenze ai disastri sanitari-ambientali ed economici nel Mediterraneo).
Si fugge da tanti luoghi dei Paesi martoriati non solo dalle guerre ma anche dalle devastazioni provocate dalle multinazionali per estrarre petrolio, carbone, uranio, gas, i cosiddetti nuovi minerali preziosi, da una pesca industriale, da grandi opere che cancellano le comunità di territori grandi come la Francia, dalle discariche di rifiuti tossici ecc.
A questo si aggiungono le misure finanziarie che impongono ai Paesi meno fortunati e a tutti politiche economiche e sociali che affamano e creano spesso solo neo-schiavitù. Il proibizionismo delle migrazioni da parte dei Paesi ricchi imposto anche ai Paesi di transito è di fatto una guerra che provoca morte. In altre parole, i dominanti optano facilmente per il “lasciar morire” (la tanatopolitica) anziché per il “lasciar vivere” (la biopolitica) proprio perché non manca manodopera e persino umani da schiavizzare e trattare come “usa-e-getta”.
Ed è anche questo che spiega in parte il paradosso dell’emigrazione e dell’immigrazione che aumentano simultaneamente negli stessi luoghi. I dominanti non hanno alcun interesse a creare buone condizioni di lavoro e di remunerazione per trattenere i lavoratori, poiché possono disporre di braccia da selezionare e trattare a piacimento come manodopera malpagata o schiavi usa-e-getta, riducendo i costi del lavoro a meno del minimo. Ciò avviene nei Paesi ricchi, mentre in quelli poveri si fuggono la distruzione di intere società locali e tutto il peggio che si può immaginare a conseguenza di ciò.
La scelta ferocemente ostile alle migrazioni da parte dei Trump e dell’Unione europea è emblematica della congiuntura forse la più reazionaria conosciuta dal 1945. È ormai evidente che questa guerra non è dovuta alla bomba umana,non a “troppi umani”, ma a troppo poca umanità. La ricchezza mondiale potrebbe benissimo assicurare condizioni di lavoro e di vita decenti a tutta la popolazione mondiale, ma com’è noto neanche 3 mila miliardari e circa 100 mila milionari si accaparrano questa ricchezza.
In Italia nessun governo delle destre e dell’ex-sinistra ha mai adottato misure appropriate per contrastare il declino demografico e l’emigrazione, innanzitutto nel senso di contrastare la distribuzione della ricchezza oggi sempre più a sfavore dei redditi bassi e per aumentare i salari che diminuiscono più che nel resto d’Europa (fatto segnalato persino dall’OCSE). I neofascisti oggi al governo, secondo la logica razzista-suprematista bianca, pretendono di incentivare la “riproduzione di italiani” che peraltro è notoriamente fallimentare (nonostante la sua politica natalista, anche la Francia registra ora un calo demografico). L’Italia non potrà che continuare a essere Paese di emigrazione e di immigrazione. La guerra alle migrazioni e le altre guerre permanenti di questo XXI secolo, sino al genocidio del popolo palestinese, non potrà arrestare la resistenza di centinaia di milioni di umani innanzitutto perché è sopravvivenza.
in Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026
L’articolo originale può essere letto qui
( da Pressenza international press agency)
L’Istituto Fernando Santi , L’Anpi e l’Arci La Serra di Recanati presentano il 6 marzo alle ore 18,00 presso il Circolo Arci La Serra in Piazzale B. Gigli 3, il film di Enrico Blatti “L’Angelo di Buenos Aires”.
Ne parlano con l’autore Rino Giuliani, Roberto Vezzoso dell’Istituto Fernando Santi e Loredana Longhin segretaria della CGIL Marche.
Il film attraverso le testimonianze di molti protagonisti dell’epoca recupera la memoria storica di fatti accaduti 50 anni or sono, il 24 marzo 1976, data del golpe civico-militare in Argentina, e di alcuni personaggi significativi come Filippo Di Benedetto che si è opposto alla dittatura e che ha salvato dalla morte centinaia di persone.
Di Benedetto si oppose ad una dittatura esercitata tramite la violenza e la tortura, l’esilio forzato, l’appropriazione di minori, che provocò un numero stimato di circa 30.000 sparizioni.
Metà dei circa 30mila desaparecidos era italiana. Tra le circa 100mila persone imprigionate, torturate, esiliate metà erano di origine italiana. Filippo Di Benedetto nato a Saracena (CS), nel 1952 decise di raggiungere in Argentina il fratello Orlando che già viveva da due anni a Buenos Aires.
Dopo il golpe del 24 marzo 1976 Di Benedetto, già responsabile del patronato Inca Cgil di Buenos Aires e presidente della Filef, entrò in contatto con l’allora vice console italiano, Enrico Calamai e col corrispondente del «Corriere della Sera», Gian Giacomo Foà, si misero a servizio delle centinaia di famiglie che disperate si rivolgevano al Consolato d’Italia per trovare rifugio di fronte ai rastrellamenti violenti degli squadroni della morte.
Di Benedetto pagò a duro prezzo il suo impegno: la figlia del fratello Orlando, Domenica, fu sequestrata e torturata e il nipote Eduardo, sequestrato nel novembre del 1976 da quattro uomini mentre accompagnava i suoi due figli a scuola, a tutt’oggi risulta scomparso. Si è dovuto aspettare fino al 30 ottobre 1983, perché con nuove elezioni, fosse ripristinata la democrazia.
“L’Angelo di Buenos Aires” racconta una grande storia di ideali, di tenacia e Resistenza.
“Casa mia, storie di emigranti”: musica e memoria al Teatro delle Logge di Montecosaro
Sabato 20 gennaio 2024, dalle ore 18:00, il suggestivo “Teatro delle Logge” di Montecosaro ospiterà lo spettacolo musicale “Casa mia, storie di emigranti”. Un evento promosso dall’Istituto Fernando Santi “Marchigiani nel mondo” per unire canzoni e testimonianze sui temi dell’emigrazione e dell’immigrazione.
Non si tratta di un semplice concerto, ma di un viaggio attraverso canzoni che riassumono stati d’animo e percezioni, individuali e collettive. È il racconto in musica della vicenda mai interrotta di persone che emigrano per lavorare, per fuggire dalle guerre, o semplicemente per garantirsi, da persone libere, una vita migliore.
LE CANZONI PARLANO DI NOI: DEGLI EMIGRANTI DEL SECOLO SCORSO E DEI GIOVANI CITTADINI DI OGGI ALLA RICERCA DI UN FUTURO IN EUROPA
Lo spettacolo crea un ponte ideale tra le generazioni: dagli italiani che partivano con la valigia di cartone ai nuovi cittadini, figli di immigrati, che oggi cercano in Europa un lavoro dignitoso e maggiormente garantito.
Protagonisti e Testimonianze
Sul palco si alterneranno momenti musicali e approfondimenti culturali. Del tema del migrare ne parleranno protagonisti e testimoni diretti, legando le esecuzioni musicali con puntuali riflessioni che invitano a fare memoria.
Interverranno: Pierpaolo Borroni, Valerio Calzolaio, Natalia Conestà, Eugenio Marino, Giuseppe Petruzzelis.
La parte musicale vedrà le interpretazioni di:
- Mariano Gaetani
- Vittoria Gaetani
- Bip Gismondi
- Manuela Recchi
- Roberto Vezzoso
Lo spettacolo sarà condotto da Roberto Vezzoso e da Arnaldo Tassi.
Istituto Fernando Santi “Marchigiani nel Mondo”
Per maggiori informazioni: www.ifsmarchigianinelmondo.it
Il discorso di commiato di Fernando Santi dalla CGIL, svolto nel 1965 durante il VI Congresso nazionale, riassume perfettamente la sua concezione del sindacato: uno “strumento naturale di democrazia” che trova nella sua autonomia la condizione essenziale per perseguirla.
Si trattava di una visione profondamente riformista e gradualistica, dove l’azione sindacale non era fine a se stessa, ma mirava all’attivazione di quelle “riforme di struttura” capaci di incidere sulla società cambiandola nel profondo. Questa connotazione è sempre stata il tratto distintivo dell’azione della CGIL, maturata anche attraverso il confronto con l’idea del sindacalismo rivoluzionario.
IL SINDACATO, AGENDO IN AUTONOMIA DA PARTITI E PADRONI, PUÒ INDICARE AGLI ALTRI SOGGETTI DELLA DEMOCRAZIA CONTENUTI E MODI DI AVANZAMENTO DELLA SOCIETÀ
Fabrizio Cicchitto ricorda bene come Di Vittorio riassumesse in sé la quintessenza di una posizione gradualista e produttivista. Di qui il lancio da parte della CGIL di quel “Piano del Lavoro” che costituì un esercizio ben calibrato di keynesismo, fondato su una catena di proposte riformiste concrete.
Il ritorno dello Stato e la sfida della globalizzazione
Quel lascito del VI Congresso ci interroga oggi su come raccordare i valori di Santi con le trasformazioni avvenute nella società italiana. Esaurita la fase della globalizzazione selvaggia, assistiamo a un ritorno di protagonismo degli Stati nazionali. Oggi persino il capitalismo, come notava Ferruccio De Bortoli, si mostra interessatamente attento a uno Stato decisore nella sfera economica.
In questo contesto nuovo, l’elaborazione di Santi sul ruolo dello Stato diventa di straordinaria attualità. La CGIL deve fare dello Stato e dei suoi operatori una battaglia primaria, esattamente come avvenne negli anni ’70 con la riforma sanitaria e la legge sulle Regioni. Dopo anni di teorizzazione dello “Stato minimo”, è tempo di ricostruire un agire di senso collettivo che abbia come bussola i fondamentali di Fernando Santi e di Giacomo Brodolini.
L’impegno per l’unità
Vogliamo chiudere con le parole che Luciano Lama pronunciò nell’ultimo saluto al leader socialista: “Vogliamo assumere un impegno davanti a lui: quello di portare avanti, fino alla vittoria, le grandi battaglie sindacali, e insieme, quello di far maturare, fino al suo compimento, il processo di unità sindacale”.
Onorare Santi oggi significa difendere la CGIL senza incertezze e lavorare affinché il sindacato torni ad essere protagonista per le riforme, in un momento in cui molti corpi intermedi sembrano sordi alle esigenze di rinnovamento democratico e sociale del Paese.
Rino Giuliani
Direzione Nazionale Istituto Fernando Santi
(Tratto da Mondo Operaio n. 11-12, 2025)
Nacque il 13 novembre 1902 a Golese – piccolo borgo agricolo nei pressi di Parma destinato, quarant’anni dopo, a essere inglobato nella città –, da Eugenio e da Clementina Bambozzi. Il padre lavorò sin da piccolo in fornace per diventare successivamente lampista delle ferrovie; la madre, di famiglia bracciantile, morì di parto quando Fernando aveva quattro anni.
Cresciuto negli ambienti proletari della pianura emiliana caratterizzati da radicalismo e anticlericalismo, Santi si avvicinò sin da giovanissimo alla politica seguendo le orme del padre analfabeta che, nei suoi vividi ricordi, aveva imparato con sacrificio solo da adulto a leggere e scrivere anche per acquisire il diritto di voto, arrivando alla carica di assessore nel proprio Comune.
Conseguito un diploma tecnico, nel 1917, all’età di quindici anni, Santi si iscrisse al Partito socialista italiano (PSI), di cui fondò a Golese un circolo giovanile, organizzando comizi nei comuni della zona e collaborando al quindicinale Per la vita, fondato dal socialista riformista Giovanni Faraboli.
Gli anni della formazione e l’antifascismo
Impiegato presso la federazione delle cooperative di Parma, poi presso la federazione provinciale socialista, nel 1919 diventò segretario del circolo giovanile socialista e della cooperativa di consumo di Parma. Nel 1920 divenne segretario della federazione provinciale socialista e vicesegretario della camera del lavoro di via Imbriani, l’organizzazione di indirizzo riformista che si giustapponeva a quella, capace di ben maggior seguito, di matrice sindacalista rivoluzionaria, guidata da Alceste De Ambris.
Denunciato alla fine del 1920 per incitamento all’odio di classe in seguito a un comizio, ma successivamente assolto, partecipò al congresso di Firenze della federazione giovanile socialista che il 27 gennaio 1921, dopo la scissione di Livorno che aveva dato vita al Partito comunista d’Italia, votò in massa la trasformazione in Federazione giovanile comunista. Assieme alla piccola minoranza di delegati contrari all’uscita dal PSI, Santi rifondò a Fiesole la federazione giovanile e ne diventò segretario nazionale, portando a Parma la sede centrale, ospitata presso la camera di via Imbriani.
L’ASSALTO FASCISTA A PARMA NELL’AGOSTO 1922 LO VIDE PRESENTE SULLE BARRICATE A DIFESA DELLA LIBERTÀ
Nei convulsi mesi che precedettero la marcia su Roma, tra mille difficoltà, Santi iniziò a muoversi per il Paese, entrando in contatto con molti giovani, tra cui Sandro Pertini. Fu sua l’anonima cronaca dell’evento sull’Avanti! che esaltò il carattere popolare e unitario della vittoriosa resistenza armata, giustificandola come legittimo diritto alla difesa.
Richiamato al servizio militare a Padova, non poté partecipare al congresso socialista del successivo ottobre, che decretò l’espulsione della componente turatiana, ma aderì da subito al Partito socialista unificato (PSU). Al ritorno a Parma dal servizio militare, nel 1923, trovò la camera del lavoro chiusa dal prefetto.
Considerato dalla polizia pericoloso per l’ordine pubblico, venne in più occasioni aggredito da fascisti locali, fino a essere oggetto di colpi d’arma da fuoco nel novembre del 1924. Lasciò allora Parma per Torino, dove gli venne affidato il locale sindacato dei tranvieri. Qui conobbe il comunista Giovanni Roveda e il cattolico Giuseppe Rapelli, con i quali diede vita a una unità d’azione sindacale in chiave di resistenza al fascismo.
La clandestinità e l’esilio
In seguito alla devastazione della sede torinese del PSU, alla vigilia di un tentativo di commemorazione di Giacomo Matteotti, rapito e ucciso nel giugno del 1924, Santi fu chiamato a Milano alla segreteria provinciale del suo partito. Prima di raggiungere quella città tornò a Golese per sposare Maria Pattacini. Santi ebbe due figli, Paolo e Piero; il primo, nato a Milano nel 1934, è stato direttore dell’ufficio studi della Federazione italiana operai metalmeccanici (FIOM) milanese.
Ormai divenuta impossibile ogni azione politica legale, trovò impiego come rappresentante di commercio, lavoro che gli offrì copertura per frequenti spostamenti nel Paese consentendogli di mantenere reti di contatti. A Milano collaborò con un gruppo clandestino antifascista di cui facevano parte personaggi quali Ferruccio Parri, Carlo Rosselli, Ernesto Rossi.
Pur essendo riuscito, nel febbraio del 1936, grazie a una condotta prudente, a ottenere la cancellazione del suo nome dalle liste dei sovversivi, fu arrestato il 4 aprile 1943 a Milano nel corso di una riunione di militanti socialisti. Dopo l’8 settembre si rifugiò a Lugano, dove assunse la direzione del Comitato svizzero di soccorso operaio. Da lì si recò nella Val d’Ossola liberata, dove organizzò il sindacato, per riparare nuovamente in Svizzera dopo la caduta della repubblica partigiana (23 ottobre 1944).
Il ruolo nella CGIL e la politica repubblicana
Immediatamente dopo la Liberazione assunse prima la guida della camera del lavoro di Milano per passare, in breve, alla segreteria nazionale del sindacato dei rappresentanti di commercio. Pur da posizioni riformiste, Santi non aderì alla scissione di Palazzo Barberini (11 gennaio 1947), fedele alla sua propensione all’unità delle forze di sinistra.
Assunto il ruolo di capo della corrente sindacale socialista, nel corso del I Congresso nazionale della Confederazione generale italiana del lavoro (CGIL), tenutosi a Firenze ai primi di giugno del 1947, affiancò, rinforzandoli, i tentativi di Giuseppe Di Vittorio di mantenere la collaborazione della corrente sindacale cristiana. Consumata la rottura dell’unica confederazione in seguito allo sciopero indetto contro l’attentato a Palmiro Togliatti (14 luglio 1948), Santi mantenne fino alla fine della propria carriera sindacale il ruolo di guida della componente socialista della CGIL, diventando una delle figure più significative del sindacalismo dell’Italia repubblicana.
Deputato dal 18 aprile 1948 al 1968, con Di Vittorio prese parte attiva al lancio del Piano del lavoro nel 1949, continuando a sostenere la necessità di riforme di struttura nel quadro di una politica di pianificazione. Questa gli sarebbe apparsa la sfida centrale dei primi governi di centro-sinistra.
L’autonomia del sindacato
Pur favorevole alla collaborazione dei socialisti al governo, dopo essersi adoperato per smussare le difficoltà che la repressione della rivolta in Ungheria del 1956 rischiava di produrre nella CGIL, si oppose fermamente alle spinte, che giunsero da più parti e a più riprese, per l’uscita della componente socialista. Tali pressioni, poi rinnovate al momento della nascita del centro-sinistra, videro Santi protagonista di un compromesso per il quale il mantenimento dell’unità della CGIL fu scambiato con l’impegno della confederazione a condurre un’opposizione non troppo aspra nei confronti del governo.
Pur pienamente partecipe di una realtà sindacale caratterizzata dallo stretto rapporto con i partiti politici di riferimento, la consapevolezza del pericolo che la CGIL, a netta maggioranza comunista, potesse trasformarsi in uno strumento nelle mani del Partito comunista italiano portò Santi a sostenere la necessità dell’autonoma iniziativa politica del sindacato, come del resto era avvenuto sin dalla presentazione del Piano del lavoro.
All’interno della Federazione sindacale mondiale, contro le posizioni critiche espresse dai sindacati comunisti nei confronti del Mercato comune europeo, sostenne l’opportunità della collaborazione internazionale di tutti i sindacati per l’elaborazione di una politica unitaria. Anche in patria promosse le nuove spinte all’unità d’azione sindacale, che iniziarono a emergere negli anni culminanti del ‘miracolo economico’, operando in più occasioni quale ponte nei rapporti tra la CGIL, la CISL e la UIL.
Gli ultimi anni
Accusato di essere troppo accomodante nei confronti dei comunisti, tanto che alcuni esponenti autonomisti ne chiesero la sostituzione alla guida della componente socialista, Santi fu critico nei confronti della ricomposizione dell’unità tra socialisti e socialdemocratici e manifestò contrarietà nei confronti dell’affievolirsi delle spinte riformatrici del centro-sinistra; ciò nonostante, quando con la scissione a sinistra buona parte dei quadri sindacali socialisti aderì al Partito socialista italiano di unità proletaria, offrendo a Santi di mantenere unita la componente sotto la sua guida, egli rifiutò l’offerta lasciando libero corso alla nascita della cosiddetta ‘terza componente’.
Al VI Congresso nazionale della CGIL di Bologna del 1965 annunciò il suo ritiro dall’attività sindacale giustificandolo con la malattia che lo aveva da tempo colpito, ma contarono le crescenti divergenze con la direzione del partito. Continuò negli ultimi anni di vita, segnati dall’avanzare della malattia, a seguire e promuovere le nuove spinte all’unità d’azione che sin dai primi anni Sessanta attraversavano le categorie industriali di CGIL, CISL e UIL.
Di fronte ai fatti di Praga (1968) sostenne ancora una volta l’esigenza di unità della sinistra intorno all’idea di un ‘socialismo dal volto umano’. Morì a Parma il 15 settembre 1969.
L’ora dell’unità. Scritti e discorsi di F. S., a cura di I. Barbadoro, Firenze 1969.
S. Turone, Storia del sindacato in Italia (1943-1969). Dalla Resistenza all’“autunno caldo”, Bari 1973.
F. S. Una biografia politica, a cura di I. Patruno, prefazione di F. Fabbri – N. Capria, introduzione di L. Pallottini, 1989.
F. S. Un uomo, un’idea, a cura di R. Spocci, prefazione di S. Cofferati, Parma 2002.
F. Persio, F. S. L’uomo, il sindacalista, il politico, a cura di S. Negri, prefazione di G. Epifani, Roma 2005.
(Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 90, 2017)
Giacomo Brodolini e il lavoro come fonte primaria dei diritti: verso un nuovo Statuto
Giacomo Brodolini, che oggi onoriamo nella sua città natale Recanati, è stato per tutti gli italiani l’uomo politico cui si deve la svolta fondamentale nell’affermazione della tutela individuale e collettiva nel posto di lavoro e del ruolo del sindacato nell’impresa.
Una svolta epocale. Davvero si realizzava così l’aspirazione di Giuseppe Di Vittorio perché la Costituzione varcasse i cancelli delle fabbriche. Si chiudeva quel mondo arrogante che consentiva la discrezionalità nel licenziare. Quel potere che con lo Statuto veniva privato della possibilità di produrre, senza una giusta causa, effetto estintivo del rapporto di lavoro. Si realizzava così, concretamente, quanto anni prima auspicato da Pietro Nenni.
Lo Statuto è stato questo: regole certe nel rapporto di lavoro, la libertà di potersi organizzare sul posto di lavoro e di esercitare il diritto di sciopero per difendere quei diritti. Un quadro di tutele oggi affievolito e insidiato che va legislativamente ridefinito per confermare, aggiornandoli al mutato quadro del mercato del lavoro, quei diritti riconosciuti dalla legge.
NULLA È ACQUISITO PER SEMPRE: È NELL’ESERCIZIO DEL CONFLITTO SOCIALE CHE SI DIFENDONO DEMOCRATICAMENTE I DIRITTI
Luciano Lama lo diceva con nettezza: “Lo Statuto dei diritti è frutto della politica unitaria e delle lotte sindacali: lo strumento non poteva che essere una legge, ma la matrice che l’ha prodotta e la forza che l’ha voluta è rappresentata dal movimento dei lavoratori e dalla sua azione organizzata”.
Un ricordo personale: Capodanno 1969
Dell’azione sindacale e politica di Giacomo Brodolini, che volle essere da una parte sola, dalla parte dei lavoratori, potremmo ricordare tante cose. Voglio citare solo il discorso fatto a Melissa dopo l’eccidio dei lavoratori, per l’esplicita prospettazione di quello che poi sarà lo Statuto dei lavoratori.
Aggiungo un ricordo personale. Nella notte di fine anno del 1969 Brodolini è sotto il Ministero dell’Industria con i lavoratori delle fabbriche occupate. Era tornato da Zurigo molto malato e con ormai la voce compromessa, ma era venuto a sostenere i lavoratori in lotta per il posto di lavoro, in una notte in cui solitamente si sta in famiglia.
Ricordo quando, accompagnandolo dopo con altri verso piazza Barberini, venivamo continuamente fermati dai lavoratori che gli si stringevano intorno con sincero affetto, riconoscendolo non come ministro, ma come uno di loro che faceva il ministro. Quello è il Brodolini che ricordiamo: il dirigente della CGIL, il dirigente del Partito Socialista, il ministro socialista.
La dignità della persona e le nuove sfide
Tutti gli italiani lo ricordano per lo Statuto. È con lo Statuto e dopo lo Statuto che si afferma nei posti di lavoro la dignità del lavoratore, della persona, non più passivo strumento dell’impresa ma cosciente protagonista attivo che può dire la sua sui processi produttivi non meno dell’imprenditore.
Tuttavia, questo protagonismo sociale nei decenni scorsi si è ridotto. Non soltanto perché al lavoro nelle grandi realtà produttive è subentrato un mondo sempre più di piccole imprese o di multinazionali che sfruttano nella precarietà e con bassi salari. Pesa anche la condizione di chi lavora in un mercato così cambiato, con le tante forme di rapporto di lavoro: subordinato, parasubordinato, autonomo, nelle loro tante moltiplicazioni.
Come si superano le difficoltà a fare una contrattazione inclusiva in modo da avvicinare queste diverse condizioni? Gli stessi diritti soggettivi vanno resi universali ed indisponibili alle deroghe e soprattutto estesi a tutti.
Critica al Jobs Act e alle tutele crescenti
La CGIL ricorda oggi come diverse leggi in questi anni hanno colpito pesantemente l’equilibrio tra la legge e la contrattazione, tra poteri unilaterali e diritti collettivi. Dal blocco della contrattazione nel pubblico impiego alla estensione della derogabilità, fino alle leggi che hanno moltiplicato il precariato culminate nel Jobs Act e nei provvedimenti recenti che hanno minato il diritto a lavorare in sicurezza.
La riforma del lavoro del Governo Renzi non parlava a chiare lettere dell’art. 18, ma il modo in cui quest’ultimo è stato modificato lo si è visto dai decreti delegati emanati. La tutela reale offerta dall’art. 18, già ridimensionata dalla Riforma Fornero, è stata ancor più ridotta per i licenziamenti economici e per quelli disciplinari.
Il Decreto Legislativo 23/2015, quello del Contratto a tutele crescenti, introduce una nuova disciplina delle conseguenze dei licenziamenti illegittimi. Si crea una nuova tipologia contrattuale in cui l’anzianità di servizio determina il grado di godimento dei diritti costituzionali. Nei fatti viene posta una correlazione tra l’età del dipendente e la possibilità di essere vittima di licenziamenti arbitrari.
Verso un Nuovo Statuto dei Lavori
Serve un nuovo Statuto che possa invertire la tendenza attuale alla precarietà, alla frammentazione dei diritti e alla perdita di ruolo dei lavoratori e del sindacato. Ma a patto che questo nuovo Statuto non si limiti ad essere la risultante del lavoro di tecnici, ma consegua alla partecipazione attiva dei lavoratori e rispecchi la condivisione delle rappresentanze sindacali, come successe con la Legge 300/1970.
Ci vuole una “Carta” fatta di princìpi di rango costituzionale perché la Costituzione entri in tutti i luoghi di lavoro, riconoscendo diritti a chi ne è escluso. Occorre una legge che riscriva il Diritto del lavoro, rideterminando le condizioni del soggetto più debole.
Diversamente da quanto sostenuto nei giorni scorsi in un convegno del CNEL, pensiamo che una iniziativa di questa natura cambi la situazione attuale solo se viene raccordata ed è coerente con i motivi ispiratori che mossero Giacomo Brodolini. Parlando su un possibile Statuto dei lavori il presidente del CNEL ha detto: “Lo Statuto dei lavoratori, ricordiamoci che esso è stato, innanzitutto, espressione di un principio e di un metodo che non possiamo che confermare”. Poi, si sa, con le parole non sempre si identificano le stesse fattispecie concrete e dalle affermazioni bisogna passare ai fatti.
L’obiettivo deve essere quello di riunificare il mondo del lavoro oggi profondamente diviso da leggi che separano pubblico e privato, autonomi da subordinati, superando diseguaglianze e rendendo forte la presenza del mondo dei lavoratori come nuovo protagonista sociale nella società italiana.
Rino Giuliani
Direzione Istituto Fernando Santi