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Sindacato

Ritratto storico in bianco e nero di Fernando Santi, dirigente sindacale e politico socialista, figura di riferimento per la tutela dei lavoratori e degli emigrati.
Notizie dall'Italia

Fernando Santi: storia di un uomo, un’idea e una vita spesa per il sindacato

da areamarketer 2 Febbraio 2026

Nacque il 13 novembre 1902 a Golese – piccolo borgo agricolo nei pressi di Parma destinato, quarant’anni dopo, a essere inglobato nella città –, da Eugenio e da Clementina Bambozzi. Il padre lavorò sin da piccolo in fornace per diventare successivamente lampista delle ferrovie; la madre, di famiglia bracciantile, morì di parto quando Fernando aveva quattro anni.

Cresciuto negli ambienti proletari della pianura emiliana caratterizzati da radicalismo e anticlericalismo, Santi si avvicinò sin da giovanissimo alla politica seguendo le orme del padre analfabeta che, nei suoi vividi ricordi, aveva imparato con sacrificio solo da adulto a leggere e scrivere anche per acquisire il diritto di voto, arrivando alla carica di assessore nel proprio Comune.

Conseguito un diploma tecnico, nel 1917, all’età di quindici anni, Santi si iscrisse al Partito socialista italiano (PSI), di cui fondò a Golese un circolo giovanile, organizzando comizi nei comuni della zona e collaborando al quindicinale Per la vita, fondato dal socialista riformista Giovanni Faraboli.

Gli anni della formazione e l’antifascismo

Impiegato presso la federazione delle cooperative di Parma, poi presso la federazione provinciale socialista, nel 1919 diventò segretario del circolo giovanile socialista e della cooperativa di consumo di Parma. Nel 1920 divenne segretario della federazione provinciale socialista e vicesegretario della camera del lavoro di via Imbriani, l’organizzazione di indirizzo riformista che si giustapponeva a quella, capace di ben maggior seguito, di matrice sindacalista rivoluzionaria, guidata da Alceste De Ambris.

Denunciato alla fine del 1920 per incitamento all’odio di classe in seguito a un comizio, ma successivamente assolto, partecipò al congresso di Firenze della federazione giovanile socialista che il 27 gennaio 1921, dopo la scissione di Livorno che aveva dato vita al Partito comunista d’Italia, votò in massa la trasformazione in Federazione giovanile comunista. Assieme alla piccola minoranza di delegati contrari all’uscita dal PSI, Santi rifondò a Fiesole la federazione giovanile e ne diventò segretario nazionale, portando a Parma la sede centrale, ospitata presso la camera di via Imbriani.

L’ASSALTO FASCISTA A PARMA NELL’AGOSTO 1922 LO VIDE PRESENTE SULLE BARRICATE A DIFESA DELLA LIBERTÀ

Nei convulsi mesi che precedettero la marcia su Roma, tra mille difficoltà, Santi iniziò a muoversi per il Paese, entrando in contatto con molti giovani, tra cui Sandro Pertini. Fu sua l’anonima cronaca dell’evento sull’Avanti! che esaltò il carattere popolare e unitario della vittoriosa resistenza armata, giustificandola come legittimo diritto alla difesa.

Richiamato al servizio militare a Padova, non poté partecipare al congresso socialista del successivo ottobre, che decretò l’espulsione della componente turatiana, ma aderì da subito al Partito socialista unificato (PSU). Al ritorno a Parma dal servizio militare, nel 1923, trovò la camera del lavoro chiusa dal prefetto.

Considerato dalla polizia pericoloso per l’ordine pubblico, venne in più occasioni aggredito da fascisti locali, fino a essere oggetto di colpi d’arma da fuoco nel novembre del 1924. Lasciò allora Parma per Torino, dove gli venne affidato il locale sindacato dei tranvieri. Qui conobbe il comunista Giovanni Roveda e il cattolico Giuseppe Rapelli, con i quali diede vita a una unità d’azione sindacale in chiave di resistenza al fascismo.

La clandestinità e l’esilio

In seguito alla devastazione della sede torinese del PSU, alla vigilia di un tentativo di commemorazione di Giacomo Matteotti, rapito e ucciso nel giugno del 1924, Santi fu chiamato a Milano alla segreteria provinciale del suo partito. Prima di raggiungere quella città tornò a Golese per sposare Maria Pattacini. Santi ebbe due figli, Paolo e Piero; il primo, nato a Milano nel 1934, è stato direttore dell’ufficio studi della Federazione italiana operai metalmeccanici (FIOM) milanese.

Ormai divenuta impossibile ogni azione politica legale, trovò impiego come rappresentante di commercio, lavoro che gli offrì copertura per frequenti spostamenti nel Paese consentendogli di mantenere reti di contatti. A Milano collaborò con un gruppo clandestino antifascista di cui facevano parte personaggi quali Ferruccio Parri, Carlo Rosselli, Ernesto Rossi.

Pur essendo riuscito, nel febbraio del 1936, grazie a una condotta prudente, a ottenere la cancellazione del suo nome dalle liste dei sovversivi, fu arrestato il 4 aprile 1943 a Milano nel corso di una riunione di militanti socialisti. Dopo l’8 settembre si rifugiò a Lugano, dove assunse la direzione del Comitato svizzero di soccorso operaio. Da lì si recò nella Val d’Ossola liberata, dove organizzò il sindacato, per riparare nuovamente in Svizzera dopo la caduta della repubblica partigiana (23 ottobre 1944).

Il ruolo nella CGIL e la politica repubblicana

Immediatamente dopo la Liberazione assunse prima la guida della camera del lavoro di Milano per passare, in breve, alla segreteria nazionale del sindacato dei rappresentanti di commercio. Pur da posizioni riformiste, Santi non aderì alla scissione di Palazzo Barberini (11 gennaio 1947), fedele alla sua propensione all’unità delle forze di sinistra.

Assunto il ruolo di capo della corrente sindacale socialista, nel corso del I Congresso nazionale della Confederazione generale italiana del lavoro (CGIL), tenutosi a Firenze ai primi di giugno del 1947, affiancò, rinforzandoli, i tentativi di Giuseppe Di Vittorio di mantenere la collaborazione della corrente sindacale cristiana. Consumata la rottura dell’unica confederazione in seguito allo sciopero indetto contro l’attentato a Palmiro Togliatti (14 luglio 1948), Santi mantenne fino alla fine della propria carriera sindacale il ruolo di guida della componente socialista della CGIL, diventando una delle figure più significative del sindacalismo dell’Italia repubblicana.

Deputato dal 18 aprile 1948 al 1968, con Di Vittorio prese parte attiva al lancio del Piano del lavoro nel 1949, continuando a sostenere la necessità di riforme di struttura nel quadro di una politica di pianificazione. Questa gli sarebbe apparsa la sfida centrale dei primi governi di centro-sinistra.

L’autonomia del sindacato

Pur favorevole alla collaborazione dei socialisti al governo, dopo essersi adoperato per smussare le difficoltà che la repressione della rivolta in Ungheria del 1956 rischiava di produrre nella CGIL, si oppose fermamente alle spinte, che giunsero da più parti e a più riprese, per l’uscita della componente socialista. Tali pressioni, poi rinnovate al momento della nascita del centro-sinistra, videro Santi protagonista di un compromesso per il quale il mantenimento dell’unità della CGIL fu scambiato con l’impegno della confederazione a condurre un’opposizione non troppo aspra nei confronti del governo.

Pur pienamente partecipe di una realtà sindacale caratterizzata dallo stretto rapporto con i partiti politici di riferimento, la consapevolezza del pericolo che la CGIL, a netta maggioranza comunista, potesse trasformarsi in uno strumento nelle mani del Partito comunista italiano portò Santi a sostenere la necessità dell’autonoma iniziativa politica del sindacato, come del resto era avvenuto sin dalla presentazione del Piano del lavoro.

All’interno della Federazione sindacale mondiale, contro le posizioni critiche espresse dai sindacati comunisti nei confronti del Mercato comune europeo, sostenne l’opportunità della collaborazione internazionale di tutti i sindacati per l’elaborazione di una politica unitaria. Anche in patria promosse le nuove spinte all’unità d’azione sindacale, che iniziarono a emergere negli anni culminanti del ‘miracolo economico’, operando in più occasioni quale ponte nei rapporti tra la CGIL, la CISL e la UIL.

Gli ultimi anni

Accusato di essere troppo accomodante nei confronti dei comunisti, tanto che alcuni esponenti autonomisti ne chiesero la sostituzione alla guida della componente socialista, Santi fu critico nei confronti della ricomposizione dell’unità tra socialisti e socialdemocratici e manifestò contrarietà nei confronti dell’affievolirsi delle spinte riformatrici del centro-sinistra; ciò nonostante, quando con la scissione a sinistra buona parte dei quadri sindacali socialisti aderì al Partito socialista italiano di unità proletaria, offrendo a Santi di mantenere unita la componente sotto la sua guida, egli rifiutò l’offerta lasciando libero corso alla nascita della cosiddetta ‘terza componente’.

Al VI Congresso nazionale della CGIL di Bologna del 1965 annunciò il suo ritiro dall’attività sindacale giustificandolo con la malattia che lo aveva da tempo colpito, ma contarono le crescenti divergenze con la direzione del partito. Continuò negli ultimi anni di vita, segnati dall’avanzare della malattia, a seguire e promuovere le nuove spinte all’unità d’azione che sin dai primi anni Sessanta attraversavano le categorie industriali di CGIL, CISL e UIL.

Di fronte ai fatti di Praga (1968) sostenne ancora una volta l’esigenza di unità della sinistra intorno all’idea di un ‘socialismo dal volto umano’. Morì a Parma il 15 settembre 1969.


Fonti e Bibliografia:
L’ora dell’unità. Scritti e discorsi di F. S., a cura di I. Barbadoro, Firenze 1969.
S. Turone, Storia del sindacato in Italia (1943-1969). Dalla Resistenza all’“autunno caldo”, Bari 1973.
F. S. Una biografia politica, a cura di I. Patruno, prefazione di F. Fabbri – N. Capria, introduzione di L. Pallottini, 1989.
F. S. Un uomo, un’idea, a cura di R. Spocci, prefazione di S. Cofferati, Parma 2002.
F. Persio, F. S. L’uomo, il sindacalista, il politico, a cura di S. Negri, prefazione di G. Epifani, Roma 2005.
(Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 90, 2017)
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Ritratto storico in bianco e nero di Giacomo Brodolini mentre parla a un microfono. Il leader socialista e Ministro del Lavoro è raffigurato in un momento di impegno istituzionale, simbolo della lotta per i diritti dei lavoratori e dello Statuto del 1970.
Notizie dall'Italia

Giacomo Brodolini e il lavoro come fonte primaria dei diritti: verso un nuovo Statuto

da areamarketer 2 Febbraio 2026

Giacomo Brodolini, che oggi onoriamo nella sua città natale Recanati, è stato per tutti gli italiani l’uomo politico cui si deve la svolta fondamentale nell’affermazione della tutela individuale e collettiva nel posto di lavoro e del ruolo del sindacato nell’impresa.

Una svolta epocale. Davvero si realizzava così l’aspirazione di Giuseppe Di Vittorio perché la Costituzione varcasse i cancelli delle fabbriche. Si chiudeva quel mondo arrogante che consentiva la discrezionalità nel licenziare. Quel potere che con lo Statuto veniva privato della possibilità di produrre, senza una giusta causa, effetto estintivo del rapporto di lavoro. Si realizzava così, concretamente, quanto anni prima auspicato da Pietro Nenni.

Lo Statuto è stato questo: regole certe nel rapporto di lavoro, la libertà di potersi organizzare sul posto di lavoro e di esercitare il diritto di sciopero per difendere quei diritti. Un quadro di tutele oggi affievolito e insidiato che va legislativamente ridefinito per confermare, aggiornandoli al mutato quadro del mercato del lavoro, quei diritti riconosciuti dalla legge.

NULLA È ACQUISITO PER SEMPRE: È NELL’ESERCIZIO DEL CONFLITTO SOCIALE CHE SI DIFENDONO DEMOCRATICAMENTE I DIRITTI

Luciano Lama lo diceva con nettezza: “Lo Statuto dei diritti è frutto della politica unitaria e delle lotte sindacali: lo strumento non poteva che essere una legge, ma la matrice che l’ha prodotta e la forza che l’ha voluta è rappresentata dal movimento dei lavoratori e dalla sua azione organizzata”.

Un ricordo personale: Capodanno 1969

Dell’azione sindacale e politica di Giacomo Brodolini, che volle essere da una parte sola, dalla parte dei lavoratori, potremmo ricordare tante cose. Voglio citare solo il discorso fatto a Melissa dopo l’eccidio dei lavoratori, per l’esplicita prospettazione di quello che poi sarà lo Statuto dei lavoratori.

Aggiungo un ricordo personale. Nella notte di fine anno del 1969 Brodolini è sotto il Ministero dell’Industria con i lavoratori delle fabbriche occupate. Era tornato da Zurigo molto malato e con ormai la voce compromessa, ma era venuto a sostenere i lavoratori in lotta per il posto di lavoro, in una notte in cui solitamente si sta in famiglia.

Ricordo quando, accompagnandolo dopo con altri verso piazza Barberini, venivamo continuamente fermati dai lavoratori che gli si stringevano intorno con sincero affetto, riconoscendolo non come ministro, ma come uno di loro che faceva il ministro. Quello è il Brodolini che ricordiamo: il dirigente della CGIL, il dirigente del Partito Socialista, il ministro socialista.

La dignità della persona e le nuove sfide

Tutti gli italiani lo ricordano per lo Statuto. È con lo Statuto e dopo lo Statuto che si afferma nei posti di lavoro la dignità del lavoratore, della persona, non più passivo strumento dell’impresa ma cosciente protagonista attivo che può dire la sua sui processi produttivi non meno dell’imprenditore.

Tuttavia, questo protagonismo sociale nei decenni scorsi si è ridotto. Non soltanto perché al lavoro nelle grandi realtà produttive è subentrato un mondo sempre più di piccole imprese o di multinazionali che sfruttano nella precarietà e con bassi salari. Pesa anche la condizione di chi lavora in un mercato così cambiato, con le tante forme di rapporto di lavoro: subordinato, parasubordinato, autonomo, nelle loro tante moltiplicazioni.

Come si superano le difficoltà a fare una contrattazione inclusiva in modo da avvicinare queste diverse condizioni? Gli stessi diritti soggettivi vanno resi universali ed indisponibili alle deroghe e soprattutto estesi a tutti.

Critica al Jobs Act e alle tutele crescenti

La CGIL ricorda oggi come diverse leggi in questi anni hanno colpito pesantemente l’equilibrio tra la legge e la contrattazione, tra poteri unilaterali e diritti collettivi. Dal blocco della contrattazione nel pubblico impiego alla estensione della derogabilità, fino alle leggi che hanno moltiplicato il precariato culminate nel Jobs Act e nei provvedimenti recenti che hanno minato il diritto a lavorare in sicurezza.

La riforma del lavoro del Governo Renzi non parlava a chiare lettere dell’art. 18, ma il modo in cui quest’ultimo è stato modificato lo si è visto dai decreti delegati emanati. La tutela reale offerta dall’art. 18, già ridimensionata dalla Riforma Fornero, è stata ancor più ridotta per i licenziamenti economici e per quelli disciplinari.

Il Decreto Legislativo 23/2015, quello del Contratto a tutele crescenti, introduce una nuova disciplina delle conseguenze dei licenziamenti illegittimi. Si crea una nuova tipologia contrattuale in cui l’anzianità di servizio determina il grado di godimento dei diritti costituzionali. Nei fatti viene posta una correlazione tra l’età del dipendente e la possibilità di essere vittima di licenziamenti arbitrari.

Verso un Nuovo Statuto dei Lavori

Serve un nuovo Statuto che possa invertire la tendenza attuale alla precarietà, alla frammentazione dei diritti e alla perdita di ruolo dei lavoratori e del sindacato. Ma a patto che questo nuovo Statuto non si limiti ad essere la risultante del lavoro di tecnici, ma consegua alla partecipazione attiva dei lavoratori e rispecchi la condivisione delle rappresentanze sindacali, come successe con la Legge 300/1970.

Ci vuole una “Carta” fatta di princìpi di rango costituzionale perché la Costituzione entri in tutti i luoghi di lavoro, riconoscendo diritti a chi ne è escluso. Occorre una legge che riscriva il Diritto del lavoro, rideterminando le condizioni del soggetto più debole.

Diversamente da quanto sostenuto nei giorni scorsi in un convegno del CNEL, pensiamo che una iniziativa di questa natura cambi la situazione attuale solo se viene raccordata ed è coerente con i motivi ispiratori che mossero Giacomo Brodolini. Parlando su un possibile Statuto dei lavori il presidente del CNEL ha detto: “Lo Statuto dei lavoratori, ricordiamoci che esso è stato, innanzitutto, espressione di un principio e di un metodo che non possiamo che confermare”. Poi, si sa, con le parole non sempre si identificano le stesse fattispecie concrete e dalle affermazioni bisogna passare ai fatti.

L’obiettivo deve essere quello di riunificare il mondo del lavoro oggi profondamente diviso da leggi che separano pubblico e privato, autonomi da subordinati, superando diseguaglianze e rendendo forte la presenza del mondo dei lavoratori come nuovo protagonista sociale nella società italiana.

Rino Giuliani
Direzione Istituto Fernando Santi

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