Nato il 13 novembre 1902 a Golese, un piccolo borgo agricolo vicino a Parma, Fernando Santi ha incarnato per tutta la vita i valori del riscatto sociale e della lotta politica. Figlio di un ferroviere e cresciuto negli ambienti proletari dell’Emilia, si avvicinò giovanissimo al socialismo, seguendo le orme del padre che aveva imparato a leggere solo da adulto pur di acquisire il diritto di voto.
La sua non fu una militanza da scrivania, ma una presenza fisica e coraggiosa. Già nel 1922, durante l’assalto fascista a Parma, Santi era presente sulle barricate, difendendo la legalità e la libertà in quella che fu una storica resistenza popolare e unitaria contro lo squadrismo.
PUR PIENAMENTE PARTECIPE DELLA VITA POLITICA, SANTI SOSTENNE SEMPRE LA NECESSITÀ DELL’AUTONOMA INIZIATIVA DEL SINDACATO
La consapevolezza del pericolo che il sindacato potesse trasformarsi in un semplice strumento nelle mani dei partiti portò Santi a difendere strenuamente l’autonomia della CGIL e l’unità dei lavoratori, rifiutando più volte le pressioni per una scissione.
Dall’esilio alla guida della CGIL
Perseguitato dal regime fascista, arrestato nel 1943 e costretto a rifugiarsi in Svizzera, Santi non smise mai di organizzare la resistenza e il soccorso operaio. Dopo la Liberazione, divenne una delle figure chiave del sindacalismo dell’Italia repubblicana.
Deputato dal 1948 al 1968, giocò un ruolo fondamentale nel mantenere la componente socialista all’interno della CGIL unitaria. In anni difficili, segnati dalla Guerra Fredda e da forti tensioni politiche, egli lavorò instancabilmente come “ponte” tra le diverse anime della sinistra e del mondo sindacale (CGIL, CISL e UIL), convinto che la divisione dei lavoratori facesse comodo solo a chi voleva indebolirne i diritti.
Una visione europea
Santi fu anche un precursore in politica estera. All’interno della Federazione sindacale mondiale, sostenne l’opportunità di una collaborazione internazionale e guardò con interesse al Mercato comune europeo, capendo prima di altri che le sfide del lavoro avrebbero presto superato i confini nazionali.
Fino alla morte, avvenuta a Parma nel 1969, rimase fedele all’idea di un “socialismo dal volto umano”, opponendosi alle derive autoritarie e promuovendo quelle spinte all’unità d’azione che avrebbero poi caratterizzato l’Autunno Caldo.
Istituto Fernando Santi
(Redazione)