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Referendum: il “no” cambia da nord a sud

Vi proponiamo di seguito un’analisi del voto referendario tratto da lavoce.info a cura di Piero David, docente presso l’Università degli Studi di Messina.

I risultati del referendum costituzionale sono legati più a ragioni politiche e sociali che a valutazioni sul merito della riforma: un segnale importante per le forze politiche. Analisi di un voto disomogeneo territorialmente e socialmente, influenzato dalla condizione occupazionale e reddituale.

Il “no” degli esclusi

Il voto referendario, anche per la semplicità di espressione, è strettamente legato alle condizioni materiali degli elettori e alla percezione delle loro prospettive future.

Se infatti incrociamo i risultati del referendum costituzionale con gli ultimi indicatori di povertà o esclusione sociale pubblicati dall’Istat nel Rapporto sulle condizioni di vita e reddito, emerge uno stretto legame tra l’indicatore rischio di povertà o esclusione sociale e il no al referendum.

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Un altro confronto interessante emerge anche tra il dato dell’occupazione nelle province italiane e il risultato del sì negli stessi territori. La correlazione tra queste due variabili è molto elevata, confermando anche in questo caso che buona parte del voto potrebbe essere spiegata dalla difficoltà occupazionale e reddituale degli elettori.
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Il coefficiente di determinazione R2 molto elevato indica una forte correlazione tra il voto espresso e il tasso di occupazione.
Nelle zone dove il mercato del lavoro funziona meglio e dove il livello di reddito è più elevato, la riforma della Costituzione verosimilmente è stata vista come l’occasione per migliorare l’efficienza del sistema politico. Lì dove permangono crisi occupazionale ed esclusione sociale, il voto referendario ha molto probabilmente rappresentato la risposta degli esclusi a una società che non sembra aver messo in campo strategie e interventi per migliorare in tempi brevi lo stato delle cose.

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Il divario Nord-Sud nel voto del 4 dicembre

I risultati nelle ripartizioni territoriali italiane sono molto diversi tra loro. Se nelle regioni del Nord la differenza tra il sì e il no è di 14,5 punti percentuali e nelle regioni del Centro si riduce a 8,6 punti, è nel Mezzogiorno che il divario assume proporzioni molto elevate: oltre 37 punti percentuali di differenza.

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Sembrerebbe dunque che nel risultato del 4 dicembre abbia pesato molto di più il divario Nord-Sud in termini di reddito, occupazione e qualità della vita e molto meno il merito del quesito referendario.
Nonostante la responsabilità della crisi sociale ed economica del Sud non possa essere attribuita alla breve esperienza del governo di Matteo Renzi, il voto su un referendum molto personalizzato appare quasi un giudizio su una stagione politica che a livello locale e nazionale, secondo quanto emerge dalle correlazioni evidenziate sopra, non sembra aver portato i risultati in termini occupazionali e di qualità della vita promessi. Nel Mezzogiorno, oltre la ridotta domanda di lavoro, permangono da anni condizioni strutturali di ritardo in termini di infrastrutture, formazione e servizi.
La politica della stagione renziana, nonostante il Masterplan (che ha sistematizzato le risorse a disposizione, non migliorandone tuttavia l’efficacia della spesa) e il Jobs act (che è intervenuto nel mercato del lavoro sul lato dell’offerta, mentre nel Sud il problema è quello della domanda), non sembra aver segnato una discontinuità col passato.
Per queste ragioni il voto di protesta meridionale potrebbe presentare una lettura differente rispetto a quello manifestatosi nel Centro-Nord, perché i due contesti sono diversi. Nelle regioni più sviluppate, infatti, il voto appare più come un segnale di protesta per una globalizzazione e un’integrazione europea che hanno mostrato in maniera cruda e diretta che l’Italia non ha ancora istituzioni e sistemi imprenditoriali adeguati a mercati competitivi. E che nella globalizzazione c’è una classe, quella media, che rischia di impoverirsi permanentemente. Per esempio, le crisi delle aziende liguri (Tirreno Power, Piaggio, Bombardier) e dei piccoli imprenditori veneti (nelle regioni del Nord-Est si concentrano il 26 per cento dei suicidi economici, il 18 per cento nel solo Veneto) potrebbero spiegare in buona parte il 60 per cento di No di Liguria e Veneto. Per questi motivi, in linea con quanto avvenuto nella Gran Bretagna con la Brexit e negli Usa con Trump, le richieste in termini di politica economica di questa parte dell’elettorato saranno verosimilmente più protezionismo, chiusura delle frontiere e meno Europa. Al Sud, invece, l’ampio consenso verso il No sembrerebbe segnalare l’incapacità della politica di avviare il motore dello sviluppo, di mettere  i territori, i giovani e le imprese nelle condizioni di cogliere le opportunità dei mercati internazionali, di gestire in maniera razionale e non emergenziale un problema strutturale come quello dell’immigrazione.
Solo con un’adeguata risposta politica, con analisi, strategie e interventi efficaci su questi temi che partano da una presa di coscienza che si deve operare su due contesti sociali ed economici profondamente diversi come il Nord e il Sud d’Italia, si può costruire un’economia competitiva e garantire alle giovani generazioni livelli di reddito pari a quelli dei loro genitori.

Piero David