Immigrazione

La prolungata permanenza nella casa dei genitori in Italia e in Europa. Cosa succede tra i figli di immigrati?

Riportiamo di seguito un articolo apparso sul sito web neodemos.info il 14 marzo u.s., a cura di Giuseppe Gabrielli e Roberto Impicciatore, relativo ad un’indagine sul processo di transizione allo stato adulto e sui processi di formazione familiare dei figli di immigrati in Europa.

I figli degli immigrati in Europa continuano a crescere non solo in termini numerici, ma anche in termini anagrafici, dato che molti di loro stanno raggiungendo l’età adulta, completando gli studi, entrando nel mercato del lavoro e formando una propria famiglia. I loro comportamenti sociali e il loro processo di integrazione costituiscono elementi di primaria importanza per le società europee. Tuttavia, le loro dinamiche familiari e le soluzioni abitative adottate sono diventati argomenti di analisi solo negli ultimi anni. In particolare, nei paesi dell’Europa mediterranea, dove i flussi di immigrazione sono divenuti consistenti solo negli ultimi tre decenni, quindi più tardi rispetto gli altri paesi occidentali, gli studi sulla transizione allo stato adulto e sui processi di formazione familiare dei figli di immigrati risentono della scarsità di informazioni legata alla ancora giovane età della maggior parte dei discendenti degli immigrati.
Negli ultimi anni, tuttavia, hanno cominciato a rendersi disponibili nuove fonti che permettono di studiare l’ingresso nella fase adulta anche per i paesi del Sud Europa. Tra queste vi è l’indagine Europea sulle Forze di lavoro (EU-LFS) del 2008 in cui un modulo ad hoc sui lavoratori immigrati permette di ricostruire il background migratorio e quindi identificare se l’individuo è un migrante o figlio di migrante internazionale.

Generazioni, origini, destinazioni

Utilizzando questi dati, si è in grado di distinguere gli individui con entrambi i genitori immigrati, nati nel paese di destinazione o giunti entro i 15 anni di età (G2), quelli con un solo genitore immigrato (Misti), coloro i quali hanno compiuto la migrazione dopo i 15 anni (G1) e il gruppo restante per il quale nessuno dei due genitori è immigrato (popolazione maggioritaria). Con analisi multivariate è possibile determinare la probabilità, per i giovani di età compresa tra i 20 e 29 anni, di vivere al momento dell’intervista in casa dei genitori in funzione del background migratorio e tenendo sotto controllo potenziali effetti strutturali legati al genere, all’età, all’area di origine, al livello d’istruzione, al fatto di essere ancora studente e alla condizione occupazionale. Le probabilità predette dal modello (mostrate in figura 1, sono state calcolate separatamente per l’Italia, gli altri paesi del Sud Europa (Spagna, Grecia e Portogallo), caratterizzati da dinamiche migratorie simili a quelle italiane, e i paesi del Centro-Nord Europa per i quali erano disponibili i dati (Austria, Francia, Germania, Irlanda, Olanda, Regno Unito).

Un gap Sud-Nord in Europa

I risultati mostrano chiare differenze territoriali legate alla prolungata permanenza nella casa dei genitori in Italia e negli altri paesi dell’Europa meridionale rispetto al resto del continente. Come era lecito attendersi, la quota di individui che vive con i genitori è decisamente bassa tra coloro i quali sono migrati dopo i 15 anni, trattandosi prevalentemente di individui che compiono la migrazione indipendentemente dalla famiglia d’origine. Tra i figli di coppie miste si hanno probabilità di vivere con i genitori che sono in linea con quelle della popolazione maggioritaria, o leggermente superiori come nei paesi del Sud Europa. Le seconde generazioni evidenziano, al contrario, profonde differenze a seconda del contesto di arrivo con modalità di uscita dalla famiglia d’origine che sono in linea con quelle della popolazione maggioritaria nel Centro-Nord Europa, mentre risultano significativamente diversa in Italia e nel resto dell’Europa meridionale.

La figura 2 mostra, ceteris paribus, le probabilità di vivere con i genitori in base all’area geografica di provenienza. Si evidenzia una sostanziale differenza tra i comportamenti degli individui provenienti dalla stessa area, ma giunti nel Sud Europa ovvero nei restanti paesi del continente a dimostrazione di un deciso effetto “contesto”. Il gap tra Sud e Centro-Nord Europa è tuttavia più contenuto per gli individui provenienti dai paesi europei non facenti parte dell’UE (si tratta principalmente di Turchi) e dall’Asia meridionale e orientale. Infine, si riscontra una minore eterogeneità rispetto all’origine geografica rispetto a quanto accade nei paesi meridionali.

Assimilazione o persistenza delle differenze?

In linea generale, i comportamenti dei figli degli immigrati tendono ad allinearsi con quelli della popolazione maggioritaria, suggerendo un forte impatto del contesto di arrivo, per quanto l’assimilazione al modello prevalente risulti meno marcata nei paesi del Sud Europa dove invece il background migratorio si rivela più importante nel definire le differenze in termini di comportamento.
Per i paesi dell’Europa centro settentrionale prevale un modello di adattamento in cui i figli di immigrati adeguano i loro comportamenti familiari alle norme e valori dominanti nel contesto di destinazione, con una progressiva assimilazione con il trascorrere della permanenza nel paese di destinazione. Al contrario, in Italia e negli altri paesi dell’Europa meridionale appare, accanto a un certo livello di adattamento, anche un significativo effetto di socializzazione, ovvero il persistere di alcuni tratti culturali, acquisiti dai genitori nel loro paese di origine e trasmessi ai loro figli, e tale, dunque, da avere ripercussioni anche a lungo termine.

Nota:

Articolo tratto dal Rapporto sulla popolazione. Le molte facce della presenza straniera in Italia, il Mulino, Bologna, a cura di S. Strozza e G. De Santis G. Il Mulino, 2017 (box 3.1 Capitolo 3).

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