Al
31.12.1999 in Italia sono soggiornati 1.251.994 persone
straniere con permessi registrati (2,6% della popolazione
generale), che diventano 1.4889.872 se si prende in considerazione
la stima del Dossier Caritas 2000. Di questi il 5,2%
sono minori di 18 anni (65.103 / 77.473). Al centro
Italia le persone straniere sono il 4% della popolazione
generale, nel Lazio il 5% e a Roma vive il 16-18% degli
stranieri soggiornati e circa il 20,1% dei minori stranieri.
Il 79,1% delle persone straniere provengono da Paesi ad
alta pressione di migrazione (est Europa, Africa, Asia -
eccetto Israele e Giappone - Sud America) e l'entrata dall'est
Europa (Yugoslavia, Polonia, Albania) è fortemente aumentata
negli ultimi anni. Molti sono nati qui, ma tanti provengono
dai paesi di origine per ricongiungimento familiare.
I dati sanitari dei bambini sono drammatici:
Si
potrebbe dire che in Italia almeno i bambini sono tutti
uguali e invece i determinanti di salute mostrano un differenziale
tra italiani e stranieri. Dalle italiane nascono il
5% di bambini di basso peso, nelle straniere l'11% se dell'Africa
centrale e il 12% del sud est asiatico. La mortalità
infantile è dell'8,3 per mille per i bambini italiani e
del 19,7 per mille per i provenienti dall'Africa e dal Medio
Oriente e del 21,9 per mille se dall'Africa centrale.
La gravidanza in minorenni è lo 0,8% nelle italiane e del
20% nelle straniere. Per l'aborto volontario tra 17
e 49 anni nel 1994 erano donne straniere il 57,4% e nel
1997 il 53,2%. In Piemonte, dove è stata condotta
un'indagine specifica, le cause di ricovero in ospedale
sono differenti tra stranieri e italiani: malattie infettive
per provenienti da Paesi ad alta endemia (AIDS dall'Africa
centrale e TBC dai paesi poveri), traumi (per i giovani
dell'est Europa), IVG per tutti i paesi, problemi di salute
correlati con l'anemia emolitica e con la circoncisione
femminile (mutilazioni genitali femminili). Negli
ambulatori è maggiore il ricorso al medico per malattie
respiratorie, dell'apparato digerente, per i traumi, riflettendo
gli effetti delle condizioni di vita in povertà e lo stress
del processo migratorio (Marceca, 1999). Nel 1995
il 10% delle TBC denunciate erano in migranti, soprattutto
in detenuti. Il 20% dei detenuti e il 60% delle prostitute
sono migranti. In Veneto, dove la copertura per gli italiani
è ottimale, la percentuale di copertura per le vaccinazioni
obbligatorie va dal 40 al 60% nei migranti. Il profilo
epidemiologico dei migranti, che arrivano con l'effetto
"migrante sano" in Italia è pesantemente condizionato
dalle condizioni sfavorevoli di vita e di lavoro e dalla
difficoltà di approccio al SSN. C'è un impatto acuto
della migrazione sulla salute e il vantaggio iniziale si
affievolisce aggiungendosi agli altri meccanismi di esclusione
e aumentano le diseguaglianze (Marceca, 1999).
Con
la legge 40 e con i decreti prima dal 1997 in Italia è garantito
l'accesso al SSN sia dei migranti con permesso di soggiorno
sia, per la prevenzione e per le urgenze, ai migranti senza
regolare permesso di soggiorno. Il ruolo che l'azienda
sanitaria attraverso il Dipartimento Materno Infantile può
avere nei confronti del bambino e delle bambine è un ruolo
advocacy. Uno dei punti fondamentali che ha assunto
maggiore forza negli ultimi anni è quello della consapevolezza
che la salute e il benessere dei bambini e delle bambine
di tutti i colori si giocano su piani che vanno ben al di
là di quello sanitario. I pediatri e gli operatori
tutti che si occupano dell'infanzia sempre di più ne sono
consapevoli. Sempre di più le persone che lavorano
nel campo di salute dell'infanzia devono occuparsi sì della
cura, ma anche della promozione della salute. Sempre
più i pediatri devono passare dal domandarsi quale è la
patogenesi (come si determina la malattia) a quale è la
salutogenesi (come si determina la salute); vogliono partecipare
ad uno sguardo più complessivo sul bambino; stanno elaborando
nuove idee anche se l'approccio per ora è fondamentalmente
ancora medico. I medici e i pediatri di base devono
essere sempre più coinvolti nell'intera rete dei servizi
distrettuali. Dal loro posto di osservazione privilegiato
di professionista di fiducia della famiglia, che entra nelle
loro case e al quale si fa riferimento per problemi non
solo squisitamente sanitari, i medici e pediatri di base
possono essere il primo interlocutore anche per i bisogni
di natura sociale e in grado di attivare la rete dei servizi
attiva sul territorio.
I determinanti della salute sono:
·
una
buona nascita con peso adeguato e allattamento al seno fino
a sei mesi,
·
una
famiglia e una madre sufficientemente buona (Winnicott)
·
una
madre al di sopra dei 20 anni e con un buon livello di istruzione,
·
una
famiglia con due genitori, un
buon reddito in una casa non troppo affollata,
·
frequentare
una scuola che ripiani le disuguaglianze culturali.
Solitamente
quando gli operatori di salute pubblica dell'infanzia parlano
del bambino mettono l'accento quasi esclusivamente sui fattori
di rischio ( e per es. il processo migratorio è un fattore
di rischio così come le condizioni di vita difficili o la
condizione di irregolarità o le difficoltà di accesso alle
prestazioni sanitarie) e raramente e solo ultimamente sui
fattori di protezione. Che cosa rende differente il
bimbo di una famiglia a rischio che "non ce la fa"
da uno "che ce la fa"? In questo ambito
è attuale la discussione sul ruolo del Capitale Sociale,
grossolanamente equivalente a coesione sociale, ovvero tutti
quei legami "orizzontali", culturali e di solidarietà,
formali e informali, di famiglia, di amicalità, di vicinato,
di scuola, di fabbrica, di quartiere che, alla fine, si
esprimono in un effetto d'area che supera la sommazione
delle caratteristiche positive individuali. In un'area
a "forte" Capitale Sociale l'accesso e l'utilizzo
de servizi può diventare più facile. Questo va però
affiancato da una corretta politica economica "verticale"
che porti ad investimenti di risorse orientate in questo
senso.
Se
questo è vero per tutti tanto più lo è per i bambini stranieri
che sempre di più frequentano le nostre scuole, le parrocchie,
i nostri servizi sanitari con le loro famiglie. I
cambiamenti della società civile sono sotto gli occhi di
tutti. Gli
amministratori, i legislatori, i programmatori sanitari
dovranno superare le resistenze culturali ed in ogni loro
atto dovranno aprire un angolo di visione, una lente d ingrandimento
interculturale. Ogni volta che ci troveremo in un
convegno, in una riunione, in un'assemblea, in un quartiere,
in un teatro, in una scuola, in un giardino pubblico dovremo
guardarci intorno e notare se sono presenti anche persone
straniere. Se non ci sono dovremmo domandarci perché
e cosa ha impedito la loro presenza.
Nel Piano Sanitario Nazionale 1998-2000 e nel Progetto Obiettivo
Materno Infantile, con il patto per la salute fatto per
la tutela dei soggetti deboli danno spazio agli amministratori
per poter programmare interventi che rispondano ad obiettivi
di cambiamento della società. I progetti previsti
dalla legge 285/97 per l'infanzia e l'adolescenza possono
essere un utile fonte di finanziamento per attività innovative.
Possiamo proporre con forza che:
Le
attività di consultorio familiare e i corsi di preparazione
al parto e alla nascita siano occasione per conoscere le
varie esperienze di nascere e crescere presenti nelle altre
culture. Tutte le occasioni di ricovero
in ambiente ospedaliero per malattie o per il parto sia
garantita la comunicazione interculturale.
Per la prevenzione dell'IVG tutte le donne straniere siano
esposte all'offerta attiva di programmi di educazione alla
contraccezione tenendo in conto le differenze culturali.
I programmi di sostegno alla genitorialità ( assistenza
domiciliare in puerperio, assistenza domiciliare e sostegno
alle donne con gravi situazioni di carenza sociale o con
depressione, sostegno all'allattamento materno, interventi
sociali) comprendano anche e soprattutto le donne straniere.
Siano
organizzate e offerte attività di contrasto al "rimpatrio
senza la madre" di neonati o lattanti figli di donne
straniere.
La scuola intervenga nel ripiano delle differenze culturali
con progetti interculturali specifici di contrasto alla
pratica delle mutilazioni genitali femminili, e di educazione
inter e multiculturale che non siano solo di omologazione
alla cultura italiana.
La necessità di superare nuove barriere ha fatto nascere
una nuova figura professionale:
Il
Mediatore culturale in Sanità. E' una persona che
conosce almeno due lingue oltre l'italiano e che facilita
il dialogo e la comprensione tra persone di cultura diversa.
Favorisce relazioni basate sulla conoscenza reciproca, sulla
disponibilità all'incontro e al confronto dialettico nel
rispetto delle diversità. Straniero e migrante lui
stesso, il Mediatore Culturale svolge la funzione di tramite
e di ponte tra i bisogni dei migranti e le risposte dei
servizi pubblici. Decodifica le idee e i comportamenti
degli uni e degli altri, reciprocamente.
La scelta organizzativa fatta nella ASL Roma C è
quella di non avere servizi esclusivamente dedicati alle
persone straniere. Con corsi di formazione per il
personale, con l'elaborazione di materiale informativo tradotto
in varie lingue, con la presenza dei mediatori culturali
si è tentato di garantire l'accesso alle prestazioni nei
servizi aperti per tutti. Questa necessità di dover superare la
barriera della comunicazione interculturale è stato per
noi italiani una meravigliosa opportunità per tornare a
riflettere sulla relazione medico paziente per tutti, sulle
caratteristiche che deve avere la comunicazione in salute,
sull'importanza dell'entrare nella relazione se veramente
si vuole aiutare a guarire dalla sofferenza e avere risposte
alle proposte di prevenzione. Siamo in mezzo al cammino
a tante scoperte dovremo ancora fare e le faremo con l'aiuto
o meglio insieme agli stranieri che sono tra noi.
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