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Premessa
La differenziazione e l'articolazione
del mercato del lavoro e dei lavori, l'aumento delle insicurezze
e delle disuguaglianze, i rischi di nuove forme di esclusione
e povertà, la nascita di nuovi bisogni, rendono necessario
ripensare un modello di welfare molto diverso, che assuma
un insieme di diritti universali come nuova base e ispirazione
e che non si limiti a forme di assicurazione uguali per
tutti, per uguali rischi ed un eventuale risarcimento dei
danni, ma che si proponga di offrire a tutti opportunità
di inserimento nel lavoro e nella società, attività di promozione,
di inclusione sociale, di miglioramento delle condizioni
di vita, in termini flessibili ed adattabili alla differenziazione
della domanda, privilegiando i più deboli, proponendo un
equilibrio reale delle opportunità.
Così si esprimeva il sindacato,
la CGIL in occasione del 13° congresso nazionale, al capitolo
V° del Programma fondamentale: "Per una società più
giusta e solidale". Come si può ben vedere si trattava di una risposta alla crisi del
welfare lavoristico messo in discussione per la riscontrata
inadeguatezza del sistema pensionistico, si trattava di
una sostanziale proposta di rilancio del welfare universalistico
per la cui fruizione è, o dovrebbe essere, premessa l'essere
cittadino o il risiedere nel nostro paese.
Fra i diritti che un tale sistema
deve garantire vi è certamente quello alla salute. Esso, con la messa in opera della recente riforma
nazionale dell'assistenza, potrà essere meglio soddisfatto;
ne trarranno maggior vantaggio anche gli immigrati e le
loro famiglie.
Penso al sistema a rete di servizi
non più da erogare settorialmente, penso anche al ruolo
diretto dell'associazionismo qualificato no-profit; ho a
mente la responsabilità che compete agli Enti Locali.
Ovviamente le risorse finanziarie
che perverranno alle Regioni dovranno previa intesa con
i comuni, essere allocate razionalmente e programmaticamente.
Un modello quale quello della legge
di riforma dell'assistenza presuppone servizi alla persona
qualificati che tuttavia devono essere modulati tenendo
conto di alcuni fattori, del ruolo delle donne nel lavoro
e nella società in primo luogo.
Occorre che il modello lavorativo
e quello di welfare diventino, in un certo qual modo, speculari
e che si influenzino positivamente. In una società in cui cresce il ruolo delle donne
lo stato sociale deve, infatti, conformarsi anche agli aspetti
di genere, come da più parti sollecitato, anche in sede
di governo e, come anche autorevolmente richiesto, qualche
tempo or sono, dalla conferenza intergovernativa di Pechino
promossa dalle Nazioni Unite.
Pensiamo inoltre che si debba tenere
conto degli effetti dei processi di globalizzazione in atto
sui sistemi di protezione sociale ivi compresi quelli che
si rivolgono in modo significativo ai migranti. Michel Mussa,
il capo economista del Fondo Monetario Internazionale ha
un bel dire che oggi, a differenza del passato, la globalizzazione
avviene "attraverso una scelta volontaria, attraverso
una partecipazione economica pacifica di numerosissimi paesi
indipendenti sempre più orientati verso sistemi democratici
che poggiano sull'economia di mercato". Al contrario,
i rischi che si corrono sono piuttosto quelli del condizionamento
forte delle singole istanze governative e la loro surrogazione
di fatto, al momento di decidere, con il paradosso che quello
che è bene per una grande azienda multinazionale finisce
con l'identificarsi con il bene pubblico in un determinato
paese.
Ciò può avvenire in tema di occupazione
o salute collettiva, di scelte ambientali o diritti di cittadinanza.
Non importa quale sia l'aspetto
coinvolto da tali scelte. La mobilità delle persone, libera
o per costrizione, da un'area ad un'altra del mondo risulta
spesso determinata dalle cause or ora accennate. In una
situazione così delicata il fenomeno dell'immigrazione viene
visto da alcune non esigue aree della popolazione non per
quello che è, per i problemi che pone ma anche per gli effetti
positivi di medio e di lungo periodo all'interno di una
società, come quella italiana, demograficamente connotata
da una tasso negativo di natalità e che ha, ovviamente,
al suo interno, problemi diversi che vanno affrontati con
la consapevolezza di una comunità sicura di sé e della sua
identità culturale.
1.0
Dopo la bocciatura del referendum
contro la legge 40/98 è stata avanzata una proposta di legge
con soluzioni tecnicamente orientate contro la mobilità
delle persone. Si tratta di tredici articoli che sarebbero
ispirati a "ragioni religiose" politiche sociali
e culturali.
Questa
proposta del Polo, a mio giudizio, più che includere tende
ad escludere con la conseguenza che, se approvata, gli stessi
diritti di cittadinanza sarebbero posseduti a diverso gradiente
a seconda se italiani, se provenienti dall'Unione Europea
o da altri paesi.
La
citazione non appaia impertinente atteso che con una diversa
maggioranza rispetto all'attuale si potrebbe varare una
legge discriminatoria naturalmente una volta che il parlamento
volesse condividere l'affermazione del segretario della
Lega Nord della regione Lombardia il quale recentemente
intervistato ha detto: "nei prossimi mesi, dopo l'accordo
con il Polo . . . vinceremo le elezioni politiche e la cancellazione
dell'attuale legge sarà al primo punto del programma.
Ho
voluto citare questi fatti per ricordare che la questione
"salute degli immigrati" è problema da affrontare
insieme ad atri problemi e che i punti da presidiare sono
numerosi e di interesse comune e riguardano tutti, cittadini,
per il sol fatto che sono dentro le mura della città. D'altro canto sappiamo bene che il nostro paese è membro fondatore dell'Unione Europea e come tale abbiamo
diritti ma anche doveri "comunitari".
Dovere
è certamente il facilitare l'integrazione, e dovere è anche
il ricercare nei rapporti bilaterali ed in sede multilaterale
soluzioni idonee a determinare condizioni trasparenti e
certe di circolazione delle persone in entrata ed in uscita.
Ciò
soprattutto dopo gli impegni assunti con il trattato di
Amsterdam.
Se
è giusto distinguere l'immigrazione regolare da quella irregolare
dobbiamo però evitare lo sbaglio di confondere quest'ultima
con la delinquenza: i flussi irregolari sono certamente
la risultante di associazioni internazionali a delinquere
ma sono anche la conseguenza della tardiva presa di coscienza
dei paesi europei di operare in modo raccordato alle frontiere
dello spazio europeo e della scarsissima applicazione sia
delle politiche repressive che degli accordi atti a favorire
flussi programmati.
Quanto
poi all'obbiettivo dell'integrazione, esso può essere perseguito
in modi fra loro diversi. Spesso è discutibile il modo con
cui lo si persegue.
1.1
La definizione di una strategia
di integrazione degli immigrati impone la risposta ad un
primo fondamentale quesito: se sia preferibile limitarsi
ad estendere agli immigrati le misure di regolamentazione
alla vita collettiva in vigore per gli italiani o se invece
non occorra elaborare misure specifiche solo per gli stranieri.
L'esperienza condotta in molti paesi europei suggerisce
di costruire un equilibrio tra la tensione all'universalismo
dei diritti ed il riconoscimento delle differenze, individuando
percorsi di inclusione dei cittadini stranieri sulla base
dell'affermazione di diritti e di doveri di tutte le parti
in causa (stranieri, nazionali, enti, associazioni) e nel
rispetto delle specificità culturali e religiose.
Noi
pensiamo che un processo di non discriminazione e di inclusione
delle differenze deve essere alla base di un'azione a tutti
i livelli, che tenga insieme principi universali e particolarismi.
La progressiva acquisizione dei diritti di cittadinanza
ci appare come la strada maestra verso l'integrazione e
la partecipazione.
2.0
Nella situazione attuale guardando
alle cure sanitarie erogate, in che misura possiamo dire
che il diritto alla salute è garantito per coloro che immigrati
sono presenti o lavorano in Italia? Si può serenamente dire
che certa tutela "essenziale" di carattere emergenziale,
propria della prima accoglienza abbia assunto un ruolo più
limitato vuoi perché l'integrazione ha fatto passi in avanti
vuoi perché lo stato-apparato fa condividere le risorse
dedicate alla salute a tutti quelli che hanno bisogno di
salute? Qualche tempo fa, in una situazione diversa Geraci
della Caritas sottolineava: "salute degli immigrati,
una salute di carta, una salute fragile, di diritti legati
alla carta del permesso di soggiorno, che spesso non c'è,
o alle pratiche burocratiche spesso illeggibili anche per
noi autoctoni".
Sono
ancora completamente d'attualità oggi quelle parole? La
mia opinione è che l'utenza multietnica e multiculturale
ha fatto passi in avanti significativi nella salute, ma
non in modo soddisfacente.
Possiamo
dire anzi che in molti casi la malattia emargina ancora
di più coloro che non sono garantiti vuoi per motivi legati
ai vincoli di legge vuoi per difficoltà economiche.
Leggi
e leggine "sugli" immigrati hanno regolato in
questi anni il difficile rapporto tra gli uomini e le istituzioni. Le possibilità concrete degli immigrati rispetto
al SSN sono state valutate in funzione di alcune caratteristiche
fondamentali: la residenza, il paese di provenienza e la
condizione di rifugiato politico.
Hanno
prevalso numericamente i decreti, le circolari ministeriali
rispetto alle leggi, emanati sotto l'urgenza dei tempi o
condizionati alla scadenza del soggiorno o all'obbligo di
residenza anagrafica, spesso risolto di fatto con la collaborazione
di qualche associazione.
Tuttavia
l'esercizio del diritto alla salute può essere considerato
un fattore importante per quella integrazione ragionevole
cui fa riferimento il "1° Rapporto sulla integrazione
degli immigrati", diritto che, peraltro, può essere
considerato alla base della L. 40/98.
Una
integrazione che da un lato la legge ed il Testo Unico hanno
voluto come sostanziale equiparazione degli stranieri ai
cittadini in tema di diritti sociali, quando però siano
entrati regolarmente in Italia, mentre una soglia più ridotta
di diritti fondamentali è stata prevista per gli irregolari
solo in parte considerati come persone cui estendere i diritti
di cittadinanza.
Dopo
la L.40/98 anche la tutela della salute degli irregolari
è diventata però più concreta nel senso che l'accesso alla
sanità è stato esteso e razionalizzato.
2.1
Sappiamo in realtà poi che in Italia
il diritto alla salute per le persone straniere immigrate
è condizionato principalmente da:
-
la difficoltà di accesso al SSN
sia per coloro che si trovano in condizioni di irregolarità
sia per coloro che hanno diritto all'iscrizione al servizio.
Ciò deriva dalla scarsa conoscenza dei percorsi burocratici
per accedere ai servizi sanitari, alle difficoltà linguistiche,
ai differenti modelli esplicativi ed interpretativi per
spiegare la malattia, dall'uso dei sistemi di cura e concetti
di salute differenti dai nostri.
-
le condizioni di marginalità sociale;
il che significa cattiva alimentazione, condizioni abitative
inadeguate, condizioni di lavoro precario, disagio psicologico
(stress da adattamento, nostalgia, desiderio di congiungimento
con i famigliari, etc.). La realtà epidemiologica di questi
anni sia in Italia che in altri paesi europei ci indica
quello che è stato definito un effetto di migrante sano.
I più giovani e i più sani in grado
di affrontare i rischi e gli sforzi di viaggi pericolosi,
si ammalano successivamente di patologie che acquisiscono
nel paese ospite spesso per le precarie condizioni sociali
in cui si trovano a vivere.
Chi viene in Italia trova tuttavia
un diritto definito fondamentale dalla Costituzione italiana
(e riconosciuto "inviolabile" con sentenza numero
319/89), quello che ha per oggetto più che la salute la
tutela della stessa e che può essere inteso come un corollario
del diritto alla vita.
La salute è diritto individuale
ed interesse collettivo, bene dunque che ha precisa rilevanza
pubblica.
Compito dello Stato è quindi di
garantire una tutela della salute che si qualifichi contemporaneamente
come "diritto dell'individuo ed interesse della collettività".
Nella logica di queste considerazioni
ed in linea con il processo di internazionalizzazione dei
diritti e delle libertà fondamentali l'Italia, dal 1995,
ha emesso una normativa per garantire l'assistenza sanitaria
agli stranieri indipendentemente dalla loro posizione amministrativa.
Noi vogliamo che si trovi il modo
di attuare l'articolo 32 della Costituzione nella sua pienezza
e che sia garantito ad ogni individuo il diritto alla salute.
Significativi passi in avanti, in tale direzione sono certamente
stati fatti.
2.2
Come è noto la stessa legge 40/98
si ritrova oggi raccordata ad altre precedenti disposizioni,
con essa compatibili, nel testo unico sull'immigrazione
laddove agli articoli 34 35 36 (Titolo V, Capitolo I) i
cittadini stranieri soggiornanti sul territorio nazionale
vengono individuati in tre distinte categorie:
- gli
stranieri iscritti alle SSN
- gli
stranieri non iscritti alle SSN
- gli
stranieri che entrano in Italia per motivi di cura.
I cittadini stranieri iscritti
alle SSN godono gli stessi diritti dei cittadini italiani
anche in relazione alle norme che regolano la partecipazione
alla spesa sanitaria. Le esenzioni dal ticket si hanno per
reddito, per invalidità, per graduatoria, per patologia,
etc.
Tutti gli stranieri temporaneamente
presenti in Italia non in regola hanno diritto all'assistenza
sanitaria essenziale a seguito di direttive date con l'ordinanza
del 16 agosto 1997 che ha fatto seguito al decreto legge
numero 376/96.
Non si tratta più, tuttavia, come
nel passato, di cure garantite per malattia, per motivi
d'urgenza ma cure essenziali. Ciò vuol dire che è corretto
ritenervi comprese le cure relative alle patologie elettive
che pur non pericolose nell'immediato e nel breve termine,
potrebbero invece determinare nel tempo complicanze, cronicizzazioni
o aggravamenti, con maggior danno alla salute o rischi per
la vita.
Una richiesta di ricovero che evidenzi
tale possibile rischio consente al soggetto interessato
di presentarsi direttamente al reparto per l'immissione
in lista di attesa. Per i soggetti indigenti, che si tratti
di ricovero urgente o di ricovero programmato, il ricovero
stesso viene effettuato mentre la struttura sanitaria evidenzia
gli aspetti di spesa ai ministeri competenti. Per gli stranieri non iscritti al servizio sanitario
nazionale (di recente più noti con la sigla STP) numerosi
sono gli esami totalmente gratuiti connessi vuoi con le
malattie infettive vuoi alla procreazione sana e responsabile
vuoi alla prevenzione IVG. Stessa cosa si deve dire della
tutela della gravidanza, della prevenzione dei tumori della
sfera genitale, della tutela dei minori, con riferimento
alla tossicodipendenza, all'epatite cronica ed allo screening
dell'HIV. Il tutto così come previsto delle distinte normative
di riferimento predisposte tra il '91 ed il '97.
2.3
Resta un dislivello evidente fra
i regolari che sono equiparati ai cittadini rispetto al
Servizio Sanitario Nazionale e gli irregolari.
Una
differenza che certamente è valorizzazione degli immigrati
in regola ma che dovrebbe sospingere le istituzioni ad una
attivazione più intensa, ad una accelerazione degli interventi
atti a ridurre l'area degli irregolari, in uno sforzo maggiore
per favorire l'inclusione sociale e ridurre percorso e tempi
d'attesa per la fruizione dei diritti di cittadinanza.
A
nostro giudizio gli irregolari vanno comunque ed in ogni
modo tutelati nel diritto alla salute ma ogni sforzo va
fatto perché, persone entrate come clandestini escano dalla
nuova clandestinità sociale, dalla zona "grigia"
del lavoro nero che rafforza l'irregolarità e l'instabilità
anche fisica e psichica.
Certamente
si tratta di compiti che sono dello stato centrale e delle
autonomie costituzionali (Regioni e Comuni) e che devono
essere posti in essere evitando lo "scaricabarile"
poco decoroso fra Regioni ed Esecutivo nazionale.
Una
particolare responsabilità in tema di lotta al lavoro nero
degli immigrati riguarda le OO.SS. dei lavoratori, storicamente
impegnate su tale fronte delicato.
L'esperienza
dura della prima accoglienza, i morti sulle carrette di
mare affondate davanti alle coste meridionali del paese,
le concentrazioni di persone quale quella che si produsse
alla Pantanella, la relativa esperienza ma anche l'inadeguatezza
delle istituzioni all'epoca hanno avuto un sostituto obbligato
nella solidarietà organizzata, nell'impegno volontario,
in prima persona che possiamo riassumere citando don Di
Liegro, la cui famiglia ha conosciuto direttamente gli effetti
dell'emigrazione.
Il
volontariato di allora da solo non poteva né, ammesso che
lo avesse voluto, voleva risolvere il problema della salute
degli immigrati.
Allora,
come oggi, il diritto alla salute per sua natura non può
neanche essere oggetto di privatizzazioni né è pensabile
che gli investimenti in sanità possano essere fatti in funzione
del livello di profitto. I servizi vanno programmati nazionalmente e localmente,
monitorati e verificati.
La
struttura pubblica deve erogare direttamente le prestazioni
ma può anche acquistarle da strutture private accreditate
insieme alle quali garantire prestazioni di qualità.
Tra
quelle esterne accreditate particolare ruolo spetta a quelle
no-profit. Tutti i soggetti erogatori devono far contare
di più, dopo la L. 502, la domanda e quindi devono dare
servizi che soddisfino l'utente autoctono o immigrato che
sia.
3.0
Chi decide d'emigrare porta con
se una buona salute, unica certezza su cui fondare le proprie
speranze nel futuro che sarà duro, scandito spesso da lavoro
nero e da alloggi malsani.
Il
"patrimonio salute", osservano i medici, diminuisce
rapidamente una volta trascorso l'intervallo di benessere
e ci si deve accostare ai servizi sanitari.
I
fattori di rischio sono molteplici.
La
situazione di degrado produce malattie da disagio, quali
tubercolosi, micosi ecc., alcune delle quali accomunano
l'immigrato a chi vive in povertà.
Lo
ricorda bene A. Morrone nel suo saggio "La salute e
le malattie degli immigrati - Aree critiche e spazi d'ambiguità"
nel quale va oltre l'indagine sulle condizioni di degrado
sociale ed ambientale in cui spesso opera l'immigrato.
Egli
si sofferma infatti su ragioni vere di tipo più generale
che sono all'origine della rottura di una ben più delicata
e vasta armonia, quella dell'uomo con l'ecosistema.
Si
tratta di una critica da condividere ad una società che
volendo porre al centro l'uomo e organizzando in forma subordinata
il resto finisce per distruggere se stessa sacrificando
per primi i più poveri e quindi anche gli immigrati.
E'
questo un tema essenziale con il quale l'Istituto Santi
intende misurarsi promuovendo una iniziativa specifica cui
dedicare tutta l'attenzione e l'impegno necessari.
3.1
Ci sono però due aspetti molto
particolari da considerare volendo erogare una assistenza
sanitaria efficace:
- la forte connotazione culturale della malattia, della
cura, del rapporto con il proprio corpo e della manifestazione
agli altri della propria malattia;
- la condizione di illegalità di alcuni stranieri presenti
nel nostro territorio, ai quali assicurare uno dei diritti
fondamentali come quello della salute. Questo secondo
aspetto è risolto sulla base di quanto già previsto dalla
legge attualmente in vigore; interventi più articolati
dovranno invece essere posti in essere nell'applicazione
della legge per venire incontro alle esigenze evidenziate
con il primo aspetto, in quanto fondati sul presupposto
che, nell'ambito dei servizi sanitari pubblici si attuino,
modalità di prestazione che rispettino le esigenze di
persone appartenenti ad altre culture, ad esempio medici,
donne per alcune specializzazioni, mediatori culturali.
3.2
Vi è poi un aspetto peculiare,
quello relativo all'assistenza ai minori ed alle fasce marginali
dell'immigrazione.
I
minori sono i veri protagonisti del processo di integrazione.
Appartiene
loro la cultura dei genitori ma anche quella del paese di
accoglienza; essi vivono tutte le contraddizioni dell'incontro
tra culture, senza poterne godere i vantaggi. Come tutti
i minori sono quindi soggetti a rischio, altamente vulnerabili.
A
differenza degli altri tuttavia i minori spesso non hanno
intorno il sostegno di una famiglia e di una rete di rapporti
parentali che dà sicurezza e rafforza il senso di identità.
Un
importante aiuto a queste situazioni potrebbe provenire
dalla individuazione di strutture alloggiative che consentano
alla famiglia comunque costituita di vivere insieme o soluzioni
di affidamento diurno.
Vi
sono inoltre fasce di popolazione immigrata che per malattia
o per aver commesso reati o per ingiustizie subite non sono
in grado di far fronte ai loro particolari problemi. Anche
questi casi devono essere tenuti in considerazione dalle
politiche volte a combattere l'esclusione sociale, con un'attenzione
in più per ciò che avviene nella particolare condizione
della detenzione.
L'incertezza
nell'attuare le disposizioni di legge e l'incompletezza
delle disposizioni attuative aggravano la condizione di
una popolazione carceraria che per il 90% è costituita da
tossicodipendenti e immigrati.
E'
il sistema sanitario che va avviato, sono sanitarie e sociali
le risposte che occorre dare. Il carcere, aldilà della buona volontà degli operatori
del settore, ha svolto e svolge un ruolo improprio.
In
caso di HIV al suo interno non sono garantite le terapie
né la loro continuità atteso che detenuti HIV sintomatici
ed in fase avanzata sono ricoverati nei raggi normali, per
lo più non ci sono centri clinici e risulta impossibile
effettuare esami quale la TAC.
Per
brevità si ricorda solo che il decreto n. 230/99 che trasferisce
al SSN l'assistenza sanitaria ai detenuti tossicodipendenti
e la sua circolare applicativa dell'inizio dell'anno trasferiscono
funzioni senza alcuna spesa aggiuntiva.
Al
carico aggiuntivo enorme per SERT devono accompagnarsi risorse
finanziarie e personale.
Va
infine ricordato il problema della salute delle donne e
soprattutto di quelle che, anche in età giovanissima, vengono
avviate forzosamente, da paesi poveri o in guerra, spesso
anche inconsapevolmente, sulla strada, nel mercato della
prostituzione.
Per
queste persone valgono naturalmente le più generali norme
di protezione sociale di cui all'articolo 16 della legge
40. Tale articolo è infatti particolarmente importante e
riguarda la tutela di chiunque, prevalentemente donne, vittima
di traffico per sfruttamento sessuale, voglia sottrarsi
a questa condizione che qualcuno ha chiamato "moderna
schiavitù". La legge prevede in questi casi non solo protezione fisica ma anche
programmi di sostegno psicologico e di reintegrazione nella
società.
Infine,
ma in termini più generali, va posta al centro la questione
della salute riproduttiva delle popolazioni immigrate. E'
un problema che dagli amministratori locali agli operatori
deve essere affrontato con molta sensibilità, apertura e
rispetto sia quando si scelga di avere figli che si decida
di utilizzare metodiche anticoncezionali.
3.3
Se si passa dalle affermazioni
di principio, pur condivisibili, all'esame della realtà
si vede come a distanza di alcuni anni dalla legge Martelli
ci sia molto da fare per passare da una cultura dell'emergenza
sanitaria ad una vera e propria programmazione di strumenti
legislativi ed operativi.
Le
regolarizzazioni hanno risolto alcuni gravi problemi ma
molti ne restano aperti.
Ciò
che è evidente e comprensibile è che l'immigrato non mette
in atto strategie preventive ma si rivolge ai servizi sanitari
in caso di urgenza e di malattia conclamata. Esso, come
l'italiano indigente, trova più facile la strada semplificata
del pronto soccorso per la natura gratuita del servizio
e per la semplificazione dell'accesso.
L'italiano
conosce poco la strada dei servizi offerti dal SSN, l'immigrato
ancora meno. La
verità è che lo stato sin dalla legge 833/78 non ha risolto
soddisfacentemente il problema della anelasticità del servizio
sanitario, rigido in sé ed ancor più per gli immigrati,
un servizio che aggrava il suo deficit e complica la situazione
tecnico-gestionale per l'uso improprio che si fa dell'ospedale
e la mancanza di avvio dei servizi di distretto come previsti
dal Dlg 229/99.
Certo,
precedentemente, molti servizi territoriali, di fatto, e
poi con qualche certezza operativa in più, hanno molto operato
negli spazi previsti e consentiti dalla normativa.
Meno
si può dire di quelli più strettamente sanitari, quali quelli
della diagnostica per immagini, dell'analisi chimico-cliniche.
Anche le liste di attesa restano purtroppo lunghe per tutti.
4.0
Tuttavia possiamo dire che i punti
di criticità sono stati maggiori per la salute degli immigrati
laddove l'assistenza sanitaria mostrava già in sé specifiche
difficoltà.
Mi
riferisco ai grandi centri urbani dove peraltro più forti
sono le concentrazioni di popolazioni provenienti dai paesi
extraeuropei.
Una
politica mirata alla riqualificazione degli interventi a
tutela della salute sarà utile per tutti.
Con
la fine dell'anno termina il tempo del PSN triennale. Finisce l'anno santo occasione di interventi strutturali
in numerose strutture sanitarie del nostro paese. Va tirato
anche un bilancio del triennio 1998- 2000.
Forse
la Relazione annuale sullo stato di salute degli italiani
che ha ripreso da qualche anno ad uscire troverà il modo
di parlare anche della salute degli utenti del SSN di provenienza
extracomunitaria. Magari servirà a sfatare luoghi comuni e per far scoprire che è
il "vissuto italiano" - lavoro o abitazione o
contesto sociale - la vera, prevalente e più importante
causa, l'effettivo fattore iatrogeno. Sarà anche interessante vedere i risultati
del piano straordinario di interventi previsto dall'art.
71 della l. 23.12.98 n.448 per i punti critici dei centri
urbani e del centro-sud in specie.
Ciò
dal punto di vista in specie dell'integrazione e del potenziamento
della rete dei servizi resi ai cittadini ed al ruolo svolto
dai comuni nella realizzazione di tale obiettivo.
Il
ministro della Sanità dovrebbe presentare un rendiconto
ragionato d'intesa con la Conferenza delle regioni sulla
attuazione del SSN 1998-2000. Un bilancio serio di ciò che
si è fatto o meno anche per gli immigrati.
Val
la pena ricordare quali erano gli obiettivi affidati alla
programmazione triennale.
In
primo luogo il Piano Sanitario 1998- 2000 dopo aver precisato
che gli immigrati sono per la maggior parte sani ma che
le condizioni di vita spesso disagiate minacciano la loro
salute, indicava come obiettivi da raggiungere nel triennio:
a) l'acceso all'assistenza sanitaria garantita a tutti gli
immigrati, secondo la normativa vigente, in tutto il territorio
nazionale. b) la estensione alla popolazione immigrata della
copertura vaccinale garantita alla popolazione italiana.
Le azioni previste erano:
-
sviluppo di strumenti sistematici di riconoscimento,
monitoraggio e valutazione dei bisogni di salute degli immigrati,
anche valorizzando le esperienze più qualificate del volontariato;
-
formazione degli operatori sanitari finalizzata
ad approcci interculturali nella tutela della salute;
-
organizzazione dell'offerta di assistenza
volta a favorire la tempestività del ricorso ai servizi
e la compatibilità con l'identità culturale degli immigrati.
Rispetto al primo punto possiamo
certamente citare singole esperienze di comuni e di ASL
ed il quadro di rilevazione effettuato periodicamente dalla
Caritas sulle persone che accedono ai propri servizi sanitari.
Ci
si aspetta dal Ministero della Sanità una rilevazione, monitoraggio
e valutazione attraverso il sistema informativo sanitario
collegato con le Aziende sanitarie ospedaliere e locali
in grado di elaborate dati deducibili dalle cartelle cliniche,
da RAD e schede Quasias.
4.1
Si tratta di un compito che non
può non essere svolto dal Servizio Sanitario Pubblico né
può essere delegato ad altri soggetti.
Resta
comunque il fatto che alla distanza è sicuramente meno costoso
avviare una iniziativa permanente di prevenzione che limitarsi
a registrare le risultanze di un approccio curativo o, qualche
volta di tipo riabilitativo, posto in essere dal soggetto
malato.
Rispetto
al secondo punto certamente si è investito da parte di molte
aziende sanitarie per avviare un approccio interculturale
nella tutela della salute degli immigrati, un approccio,
nel caso della città di Roma fortemente voluto e finanziato
alle ASL cittadine dall'Assessorato alle politiche per la
promozione della salute del Comune di Roma.
Il
problema è se oltre ai mediatori culturali ci sia o meno
bisogno di preparare in modo estensivo gli operatori sanitari
ad accogliere e farsi carico di una utenza relativamente
nuova e relativamente specifica.
In
caso affermativo, come riteniamo, basterebbe far applicare
in ogni ASL l'obbligo contrattuale di utilizzare lo 1% della
spesa per il personale in aggiornamento obbligatorio programmato
di tutti i dipendenti.
Non
si tratta infatti di moltiplicare servizi dedicati all'immigrazione
ma di considerare l'evoluzione positiva della normativa
sanitaria riferita agli immigrati e di anticipare l'allineamento
delle persone presenti in Italia dal punto di vista della
qualità e quantità della tutela.
Ogni
punto del Servizio sanitario pubblico deve poter fornire
in modo adeguato la propria offerta di servizi ad una domanda
caratterizzata da aspetti specifici.
Lo
deve fare fornendo prestazioni di qualità e sapendo che
dovrà competere con un privato accreditato in grado di acquisire
una utenza che poi si stabilizzerà e dalla quale potrà ricavare
gli stessi vantaggi di quella tradizionale italiana.
La
sempre maggiore utilizzazione dei servizi sanitari da parte
di utenti stranieri impone dunque di accrescere la pertinenza
culturale dei servizi sanitari attraverso lo sviluppo di
competenze di comunicazione interculturale.
Occorre:
- sviluppare
una maggiore consapevolezza da parte degli operatori sanitari
delle ragioni alla radice dei flussi migratori nel nostro
paese, della legislazione specifica relativa ai diritti,
di sistemi etno-sanitari diversi dal nostro e di diverse
concezioni di corpo, salute, malattia, con particolare riguardo
all'identità culturali delle donne straniere, al rapporto
madre-bambino ed alla salute sessuale e riproduttiva;
-
migliorare le capacità di gestione
del rapporto interpersonale e dell'incontro clinico, di
efficienza e ottemperanza nella realizzazione degli obiettivi
dell'incontro/contatto con utenti straniere/i, con reciproca
soddisfazione, migliorare la capacità di empatia.
Occorre una immedesimazione e sensibilità
interculturale degli operatori anche allo scopo di migliorare
la capacità di pianificazione e organizzazione dei servizi
prendendo in considerazione le esigenze di una utenza culturalmente
diversa.
4.2
Terminando vorremmo formulare qualche
suggerimento ed avanzare qualche proposta.
Pensiamo
che occorra aprire un canale di comunicazione e dialogo
permanente tra ASL e le associazioni di stranieri al fine
di rendere possibile una maggiore permeabilità delle istituzioni
sanitarie alle esigenze dell'utenza.
Pensiamo
vada oggi valorizzato un protagonismo singolo e collettivo
degli immigrati sul tema del diritto alla salute.
Non
crediamo infatti che nella gerarchia dei bisogni (se gerarchia
si vuole costruire) il bisogno di salute sia quarto o terzo
rispetto al lavoro alla casa, ai ricongiungimenti con i
familiari, come con qualche amarezza mi ha detto un responsabile
di Ufficio STP di Roma. Anche su questo terreno bisogna
far contare le persone e far pesare la domanda.
Nello
spirito della L.40 andrebbero sviluppate azioni positive
che valorizzino la presenza degli immigrati all'interno
di strutture o organismi già esistenti anche finalizzati
a scopi diversi da quelli dell'immigrazione in senso stretto.
Ci
riferiamo, ad esempio, alla Conferenza cittadina della sanità
nelle diverse istanze di ASL, con l'inserimento d'immigrati,
sulla base di criteri di rappresentanza, accanto alla circoscrizione
ed al management di ASL e nei distretti sanitari.
Questo
rafforzerebbe l'immagine positiva dell'immigrazione renderebbe
visibili percorsi di integrazione già realizzati da molti
stranieri che vivono nel nostro paese.
Molti
si interrogano rispetto al fatto se si siano create le condizioni
di una maggior tempestività nell'accesso ai servizi e se
ciò sia avvenuto in modo compatibile con l'identità culturale
degli immigrati.
La
nostra opinione è che, anzichè interrogarci, forse sarebbe
meglio chiedere direttamente gli immigrati, e sentire da
loro circa la qualità delle prestazioni così come da loro
percepita.
La
nostra opinione è che nell'immediato futuro gli immigrati
debbano anche visibilmente essere associati alle diverse
forme, istituzionali e non, attraverso le quali si esercita
il controllo della domanda sull'offerta di servizi accreditati,
pubblici e privati. Anche loro protagonisti della tutela
della propria salute.
Intendiamo
su tale obiettivo avanzare proposte sulle quali verificare
consensi e costruire momenti di iniziativa comune con altre
associazioni interessate.
Nei
prossimi giorni avanzeremo infine una proposta "Prevenzione
per la Salute", perché siano destinate in modo finalizzato
risorse per alcune grandi iniziative che dovranno riguardare
gli immigrati e le loro famiglie.
Promozione
della salute e prevenzione delle malattie per tutti anche
nel 2001 sapendo che sulla salute delle persone, di tutte
le persone, influiscono fattori che vanno aldilà dei servizi
sanitari.
Oltre
l'orizzonte dello SSN si affrontano positivamente gli elementi
che intervengono sulla salute di una comunità.
La
salute è un diritto ma anche una risorsa.
Coinvolgere
e distribuire responsabilità fra tutti i soggetti interessati
e che hanno interesse per la salute e per i servizi sanitari
appare essenziale.
Ognuno,
in modo solidale, faccia la sua parte.
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