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Il riferimento di questa comunicazione ha un valore di testimonianza,
di un vissuto. In questi anni ho prestato ascolto
a molte persone straniere, sia nel contesto legato al penale
minorile, l'IPM "Meucci" di Firenze, sia all'esterno,
nel contesto sociale della realtà romana, essendo impegnata
in qualità di psicoterapeuta transculturale in un'associazione
di volontariato denominata U.I.S. (Unione Italiana di Solidarietà)
e in una associazione internazionale contro il razzismo
SOS Italia.
La
mia esperienza di psicologa mi introduce spesso nell'interiorità
degli altri in particolare degli emigranti, spesso, si tratta
di storie di vita avventurose, personalità sradicate.
Si tratta di minori maghrebini costretti ad espatriare
da uno stato assente, dalla messa in crisi dei valori patriarcali,
che abbandonano il loro ambiente famigliare ed affettivo
per un sogno: vivere in un occidente spesso mitizzato dagli
stessi mass media e dai connazionali come fonte di benessere
materiale sociale e culturale.
Sbarcano in Italia, spesso sprovvisti di un permesso di
soggiorno o con un visto turistico di novanta giorni.
Poi molti decidono di fermarsi, e la loro permanenza diventa
irregolare per finire in clandestinità. Spesso la
miseria materiale in cui vivono, condizioni di lavoro, alloggio,
sfruttamento in varie forme, li spinge a forme di rischio:
devianza, spaccio, abuso di sostanze stupefacenti, furti,
prostituzione ed entrare nel circuito della devianza.
Un circolo vizioso che aggrava le condizioni di disagio
e di solitudine.
Il
lavoro psicologico che ho effettuato è stato quasi sempre
supportato dall'aiuto di un mediatore culturale. Probabilmente
questo è l'unico modo per conoscere la solitudine dell'immigrato,
e non solo l'effetto che la solitudine stessa genera, miseria,
nevrosi e paura di esternare la propria sofferenza.
Per condividere con altri, il proprio mondo culturale, è
importante, soprattutto nel contesto di accesso al servizio
psicologico, contrastare il consolidamento di una condizione
di svantaggio. La perdita della lingua, infatti, provoca
potenzialmente: la perdita dell'autostima. La sensazione
di una perdita di intelligenza, una regressione, un senso
di esclusione e di inadeguatezza.
Le
tappe del vissuto che emergono nelle storie di vita si possono
tradurre in sue momenti: "Le radici" e "Il
viaggio". I problemi relativi alle condizioni
economiche e di lavoro nel paese di origine dove le condizioni
di sopravvivenza sono difficili e costituiscono solitamente
le condizioni dell'emigrazione. Immagini di povertà
e di miseria, si susseguono nella memoria dei narranti,
la fuga verso la sopravvivenza o un altro modo di vivere
da conquistare ad ogni costo è praticamente l'unica alternativa,
ed il grado di libertà di scelta presente nella decisione
di partire è praticamente nulla, contenuti, questi che si
riscontrano soprattutto nelle storie di vita dei minori
albanesi.
L'altro contenuto di base è rappresentato dall'impatto con
la nuova realtà ospitante, intorno alla quale ruotano problemi
relativi al lavoro, al problema abitativo e soprattutto
l'impatto duro del carcere.
Anche il primo impatto visivo con il nuovo spazio appare
affascinante, ma ben presto le difficoltà del lavoro, l'emigrazione,
la mancanza di una abitazione proiettano nella memoria di
molti immigrati l'immagine di un "oggi mostruoso",
freddo, privo di speranza, sprovvisto di una struttura organica
un tempo lacunare che separa ed unisce il passato dal futuro,
il tempo dell'emigrato, non coincide, infatti, con quello
dell'ambiente che lo circonda, ma è strettamente influenzato
dall'articolazione interna del vissuto tempo spaziale.
Lo spazio del corpo viene modificato da un cambiamento dell'abbigliamento
e dell'alimentazione, da un cambiamento nella distanza relazionale,
da diversi modi di manifestare gli affetti, da diverse percezioni
di benessere e rischio, da diverse concezioni e cura di
sé, da diverse concezioni della malattia.
Alcuni
immigrati marocchini si trovano ad affrontare ormai rotto
i vecchi legami con il paese di origine, nuovi rapporti,
di dare un significato diverso alla propria vita in condizioni
molto difficili, isolati e completamente estranei al mondo
circostante e in alcuni casi sono vittime di organizzazioni
criminali: vengono reclutati per spaccio di droga o per
effettuare furti e rapine.
Sono
minori che saltano completamente la fase dell'infanzia e
dell'adolescenza, un vuoto questo che produce un disagio
mentale che dà incertezza, confusione, disorganizzazione,
labilità psichica.
Da
questa breve analisi che descrive in generale le caratteristiche
qualitative della attuale utenza dei servizi minorili emerge
che la specificità dell'operatività psicologica è sempre
più specializzata e differenziata a seconda del contesto
dove opera. In ogni caso lo psicologo deve assicurare
la valutazione di personalità, la diagnosi differenziale,
la gestione della crisi, gli interventi psicoterapeutici,
sia pure in un setting che spesso non è proprio ortodosso
sia come ambiente fisico, spesso vengono destinati alla
consulenza gli spazi più angusti e meno protetti, e in considerazione
del fatto che spesso ci sono dei limiti imposti dall'istituzione
restrittiva. Un ruolo questo, dello psicologo, che
richiede una funzione ed una professionalità clinica che
non è stata mai riconosciuta dal Ministero di Grazia e Giustizia.
Un ruolo accessorio, subalterno soggetto a condizionamenti,
questo è quello che emerge da una analisi dell'associazione
degli psicologi operanti nella giustizia minorile, mi riferisco
soprattutto ai cinquanta psicologi operanti nei servizi
minorili delle diverse regioni, a convenzione in base ad
un accordo individuale rinnovato annualmente, psicologi,
questi, che operano nell'Amministrazione della Giustizia
da almeno un ventennio.
Nei confronti di questa popolazione
minorile straniera che è ristretta in carcere, sofferente
e gravemente compromessa sul piano psicosanitario è necessario
garantire una comprensione attenta a valori e culture diverse.
L'incontro con il minore deve potersi svolgere in condizioni
più favorevoli, per garantirgli maggiore tutela e accoglienza.
Tutto questo si può effettuare solo all'interno di un servizio
territoriale a rete, più attrezzato e, svincolato dai condizionamenti
propri del contesto carcerario, concetti questi ultimi che
ispirano la filosofia sottostante del Decreto 230 che garantisce
una omogeneità di trattamento tra detenuto e il cittadino
libero e la continuità della tutela psicosanitaria, allineandosi
alla normativa degli altri paesi europei che prevedono l'appartenenza
al sistema sanitario esterno all'amministrazione penitenziaria.
Purtroppo, questo decreto legislativo è osteggiato nella
sua attuazione e comunque, non specifica l'inclusione del
settore Minorile e le modalità di attuazione, di certo si
sa che la sperimentazione riguarderà alcune regioni e durerà
fino al 2002.
Pertanto è indispensabile prevedere la creazione di un Servizio
Psicologico autonomo che intervenga con specifiche professionalità
nel contesto della giustizia minorile, evitando il rischio
di una medicalizzazione del disagio psichico.
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