Istituto Fernando Santi                                                 



   Convegni

 

 

 

 

 

 



La domiciliarità come obiettivo - Anziani ed assistenti familiari in Roma e nel Lazio - Convegno.
20 Novembre 2006 - Sala della Biblioteca CNEL Roma.

Con il Patrocinio della Presidenza della Regione Lazio e dell'Assessorato alle Politiche Sociali del Comune di Roma, il 20 novembre 2006 si è tenuto un convegno organizzato da Istituto Fernando Santi e Arciconfraternita del SS. Sacramento e di S. Trifone, su "La domiciliarità come obiettivo - anziani ed assistenti familiari in Roma e nel Lazio" presso la Sala della Biblioteca CNEL - Via Davide Lubin, 2 ROMA.

L'introduzione di Rino Giuliani (vicepresidente dell'Istituto Fernando Santi)

"Istituzioni e organizzazioni non lucrative tra diritti esigibili degli anziani e ricerca d'inclusione sociale delle donne immigrate"

1.0
Abbiamo ritenuto opportuno promuovere questo incontro per ascoltare da diversi attori sociali valutazioni e proposte sulla assistenza agli anziani svolta da assistenti familiari.
Nostro fine quello di promuovere al riguardo una maggiore attenzione dei decisori politici, di quelli delle amministrazioni locali in specie.
Vogliamo anche riflettere sul nostro mondo, quello dell'associazionismo non lucrativo che in questi anni ha svolto nel merito ruoli attivi.
Il ricorso a donne immigrate per la cura al domicilio di anziani parzialmente o totalmente non autosufficienti è in permanente crescita
Se ne occupano direttamente i familiari che sanno di dover contare soltanto su se stessi in quanto il sistema di welfare tutela poco, la legislazione sociale vigente garantisce a parole le prestazioni, gli interessati le acquistano sul mercato.
Tutti sanno che i livelli essenziali di assistenza sociale vanno garantiti a tutti e che spetta ai soggetti pubblici (Comuni, Regioni, Stato, e ASL) garantirli.
Se gli stessi non ce la fanno a produrli direttamente li possono acquistare da altri soggetti purchè accreditati . Tali soggetti devono però operare inseriti nella rete e nella programmazione del servizio pubblico.
La realtà è che comunque la stragrande maggioranza degli over 65 compromessi con la salute, non gradisce di essere collocato in una struttura asilare ma vuole stare dove sta; in famiglia, e tuttavia non ha alcun tipo di assistenza domiciliare
Poche però sono le risorse che la famiglia può trovare al suo interno.
La trasformazione della sua composizione e l'avvenuto ingresso delle donne nel mercato del lavoro, ne hanno inibito la tradizionale funzione di ammortizzatore sociale, svolta prima, rendendola fragile.
Gli anziani, intanto, seguitano a crescere di numero.
Un terzo del totale delle famiglie italiane ha un over 65, segnalava nel 1998 l'Indagine Multiscopo sulle famiglie realizzata dall'Istat .
950.000 erano le famiglie interessate ad avere maggiori servizi di cura e di assistenza per anziani e bambini , calcolate dall'indagine Iref Acli del 2002.
insufficienti o inadeguati rispetto alle necessità (per orari, per ubicazione ecc.)vi venivano percepiti i servizi pubblici
E' per questo e per altro che ha preso piede un "mercato sociale" strutturato fuori dal sistema di welfare in cui le prestazioni, contrattate con donne straniere, sono, prevalentemente, quelle assistenziali.
Accade così che alla fine degli anni '90, nel Lazio,' le colf straniere dichiarate all'Inps erano tre su quattro.
Due ricerche, quella della Fondazione Brodolini del 2002 e quella del Cnel del 2004 sul tema, ci dicono che nelle famiglie alcune fra le donne immigrate svolgevano lavoro domestico ma molte altre il lavoro di cura .
Non eravamo in presenza di una famiglia benestante alla ricerca della"filippina" ma di famiglie che dovevano trovare assistenza per un familiare anziano.
In quelle intese "fai da te" inizia ad avere qualche cittadinanza il contratto nazionale il quale, tuttavia, non distingue ancora la colf dalla cosiddetta "badante"
E' quello il contratto del 2001, ormai scaduto.
Con il suo rinnovo, contenuti professionali , profilo e parametri economici delle assistenti familiari dovrebbero venir collocati in modo specifico.
Fino a non molto, sottolineava una ricerca della Regione Liguria, le badanti" imparano il lavoro di cura attraverso la propria esperienza, adottando diverse strategie di autoapprendimento della lingua italiana, delle cure sanitarie, dei problemi psicologici e fisici degli anziani".
Da qualche anno ci si viene accorgendo che l'esistenza di centinaia di migliaia di assistenti familiari rende il fenomeno un dato strutturale e che esiste ormai una sia pure insufficiente stabilizzazione di tale lavoro anche se ciò dipende da fattori interni al rapporto instaurato più che da aggiustamenti strutturali del mercato che seguita a produrre precarietà dei rapporti di lavoro e precarietà sociale.
1.1
Per noi che non siamo né statalisti ne liberisti e nutriamo fiducia nelle risorse della società civile che si organizzano nel settore che è terzo tra stato e mercato diciamo tuttavia che a questo punto, è l'ora delle scelte pubbliche le quali però non possono essere contingenti o sporadiche.
Le soluzioni tecniche possono essere diverse ed è bene che se ne discuta, ma Regione Lazio e comuni (in primo luogo Roma) devono avere consapevolezza che il livello dei problemi che il lavoro delle assistenti familiari loro pone è quello.
Le sperimentazioni che abbiamo contribuito a portare a buon esito, sono stati importanti battistrada per far cambiare le cose, ma oggi c'è bisogno di un cambio di velocità, di una strategia organica che veda congiuntamente impegnati più livelli istituzionali deputati ad intervenire sulla materia.
Di questa sussidiarietà istituzionale , della cooperazione fra istituzioni pur esplicitamente richiamata dalla l.328 c'è grande bisogno, la si afferma nei comunicati stampa ma non si riscontra nei fatti.
Oggi c'è una occasione. Quella delle attività che per la legge regionale sulla non autosufficienza, richiesta dalle OOSS e voluta dall'Assessore Mandarelli, (con un fondo di non meno di 12 milioni di euro ), devono essere programmate dalla Regione Lazio.
Assessorato alla salute ed assessorato ai servizi sociali dovrebbero predisporre congiuntamente il vero e proprio piano d'integrazione sociosanitaria con i suoi obiettivi da perseguire, a partire dal 2007. Pensiamo che negli sperabili confronti programmatici fra i due assessorati dovrebbe anche essere inserito il sostegno finalizzato alle famiglie con assistente familiare, alla qualificazione del lavoro di cura e per dare risposte ai bisogni sociali di chi svolge il lavoro di cura.
La Regione può inoltre valorizzare le sinergie con Provincia e Comune di Roma (dove si raccoglie buona parte dei flussi immigratori della Regione) per meglio abbordare i problemi relativi a servizi sociali, alloggio, al sostegno dell'inserimento dei figli minori delle assistenti familiari, all'inserimento lavorativo ed alla formazione professionale.
Famiglie e assistenti familiari, ognuno con le proprie debolezze, non possono più essere lasciate sole a fronteggiarsi.
Non ci può essere surrogazione delle responsabilità delle istituzioni pubbliche titolari delle funzioni assistenziali.
Programmare, progettare, realizzare un sistema a rete , monitorare e verificare, insomma attuare la l.328 in favore degli anziani è ruolo del "pubblico."
Tale ruolo è previsto si svolga con una condivisione forte delle agenzie no profit.
Tuttavia tali compiti non possono essere sostituiti con la meno impegnativa procedura d'affidamento di progetti vari a soggetti accreditati, una volta per sempre e che si ritrovano ai tavoli tematici dei piani di zona.
Occorre attivare controlli e verifiche che la l 328 saggiamente ha previsto accanto all'azione programmatica dei comuni associati e reciprocamente impegnati con l'accordo di programma
2.0
Quell'accordo con i municipi che in Roma è concretizzato nel Piano Regolatore Sociale che continuiamo ad apprezzare per l'ispirazione e per il metodo di lavoro, che è scaduto nel 2005 e di cui oggi a fine 2006 ci si attende il rinnovo unitamente ad un bilancio politico sugli obiettivi posti e sui risultati raggiunti.
Nel documento programmatico vi era una assunzione di responsabilità "sul terreno della riorganizzazione dei servizi sociali territoriali orientati alla programmazione/valutazione dei servizi/interventi, della promozione e gestione di osservatori, banche dati e dispositivi di controllo rispetto alle attività realizzate e ai servizi erogati, della composizione e riqualificazione della spesa sociale e del processo d'implementazione del welfare plurale delle responsabilità nel quadro del nuovo regime di accreditamento degli enti fornitori"
Sarebbe utile conoscere al riguardo l rapporto fra risultati attesi e risultati raggiunti limitatamente all'assistenza domiciliare
In giugno 2006 l'Agenzia per il controllo e la qualità dei servi pubblici locali del Comune di Roma ha pubblicato un suo documento tecnico per la valutazione qualitativa delle attività di assistenza domiciliare rendendone noto il quadro al 31.8. 2004 .
La distribuzione territoriale , che fa riferimento ai 19 Municipi in cui è suddiviso il Comune di Roma e presso ciascuno dei quali è istituito il Registro degli Enti gestori dei servizi alla persona, tra i quali l'utente ha la facoltà di esercitare il diritto di scelta evidenzia che sono 33 gli enti che forniscono assistenza nell'area dell'utenza SAISA, che la media utenti per ente operante è di 93,3, che la media utenti per municipio è di 162,1 che la media degli enti operanti per municipio è di 1,7.
Non sappiamo se il modello sia stato applicato e quali siano stati gli esiti in merito al controllo dell'erogazione del servizio (qualità erogata), alla soddisfazione sull'erogazione del servizio (qualità percepita) ed all'organizzazione del servizio dal punto di vista dell'utente(qualità generale).
Di certo se in tutti i distretti che rinnovano in queste ore i piani di zona si facesse altrettanto e se ne traessero le dovute conseguenze si alzerebbe il livello qualitativo dell'assìstenza domiciliare dei comuni singoli o associati.
Il fatto è che il complesso delle tutele pubbliche previste dalle normative vigenti seguita a coprire poco, anzi, lascia scoperta la quasi generalità delle persone anziane se è vero, come è vero, che in Italia non più dell'1% degli ultrasessantacinquenni usufruisce di assistenza domiciliare e solo il 2% entra in strutture residenziali.
In molte regioni, e nel Lazio tra queste, si insiste nel privilegiare le strutture di ricovero che sono inadeguate e costose, quando la maggioranza degli interessati rifiuta l'istituzionalizzazione.
2.1
E la rifiuta a ragione se stiamo ai dati di una indagine sulle RSA del Lazio ad opera dell'Agenzia di Sanità Pubblica del Lazio(ASP), resi noti il 18 marzo 2005, nella quale si evidenzia il fatto che il 6.9% del campione di anziani preso in esame, è portatore di almeno una lesione localizzata principalmente al tallone, al malleolo ed in prossimità dell'osso sacro.
Gli anziani a rischio, quelli cioè costretti a letto o su una sedia, incapaci di muoversi , incontinenti e malnutriti, rappresentano il 30% del totale degli ospiti delle strutture. Il cambio di postura è programmato solo per il 12% dei soggetti a rischio.
Considerando che le lesioni da decubito sono ormai un fatto sociale, che comportano dolore, possibili infezioni, oneri economici e sofferenze colpisce il fatto che con l'indagine, si sia riscontrata l'assenza di procedure e protocolli operativi per la loro cura e prevenzione .
Andrebbe avviata, come per qualsiasi altra struttura accreditata, una indagine neutrale sulle RSA , sul loro funzionamento interno sul trattamento dei cittadini utenti .
I regolamenti delle commissioni miste delle RSA cui partecipano associazioni di familiari e rappresentanti degli anziani dovrebbero essere riviste se si vuole sortire effetti migliorativi all'interno di queste strutture.
La Regione ha avviato un necessario piano di riordino della rete ospedaliera che presuppone la contemporanea parziale riconversione dei posti letto in strutture territoriali, ed un conseguente rafforzamento del distretto, che è la sede dove, comuni e asl, devono porre in essere le attività integrate sociosanitarie . Si tratta di un obiettivo atteso perché la messa in opera di una rete integrata di servizi è la condizione per fa crescere in modo non separato il lavoro di cura delle assistenti familiari.
Oggi, d'altro canto, dati alla mano l'ospedale assorbe troppe risorse, si carica di troppe funzioni improprie, sottrae risorse necessarie alla crescita dei servizi territoriali.
Il sistema di welfare in atto non garantisce i cittadini anziani per diverse ragioni: inadeguatezza dei finanziamenti, assenza del Fondo nazionale per la non autosufficienza.
Limiti vi sono poi in molte scelte regionali che vedono al margine l'attuazione dell'assistenza domiciliare integrata ed in crescita, sia pur relativa, e, fuori da criteri di programmazione, le rsa.
A sette anni circa dal DPR 229/99 ed a sei anni circa dalla legge 328/00, in un paese, quale il nostro, a così alto invecchiamento, i dati relativi all'assistenza domiciliare evidenziano un rapporto bassissimo fra numero dei fruitori e platea degli aventi diritto.
Tra opposizioni di principio,ed omissioni di fatto di numerosi enti locali territorializzazione dei servizi, integrazione sociosanitaria, messa a rete dei servizi , centralità del cittadino-utente non decollano.
La sussidiarietà istituzionale che dovrebbe farli avanzare è sostituita dalla conflittualità circa responsabilità e competenze; la sussidiarietà orizzontale con il terzo settore diviene sovente una delega sempre più estesa ed acriticamente rinnovata .
3.0
Occorre fermarsi un attimo per riflettere sul futuro del nostro sistema di welfare.
Vanno tratte le dovute conseguenze dalla consapevolezza della inadeguatezza del welfare, ad oggi operante, e vanno fatte scelte che tuttavia mantengano al welfare riformato tutti quei principi fondanti che in molti consideriamo irrinunziabili quali l'universalità , l'equità , il ruolo attivo dello stato, la funzione di un terzo settore con le carte in regola.

Al riguardo molte sono le analisi fatte e conosciute.
Il fatto che le famiglie per l'assistenza domiciliare, ma non solo, siano costrette ad un welfare "fai da te" può far piacere ai fautori dello stato minimo, a quelli che pensano sia migliore uno stato che non si interessa dei cittadini ed a quanti, concedendo qualche bonus, pensano di affidare alla famiglia compiti crescenti che la stessa non è in grado di sostenere e che comunque in uno stato moderno non deve assumere.
L'esistenza di pensionati, spesso poco abbienti, e di persone che vengono in Italia costrette dalle trasformazioni epocali dei propri paesi ha determinato, in particolare, un mercato tutto privato senza regole che ha anche aperto numerosi problemi che occorre risolvere: problemi riguardanti gli anziani e che riguardano la qualità delle prestazioni e problemi riferiti alle persone immigrate e che attengono alla loro inclusione sociale, ai diritti sociali alla loro vita familiare all'epoca della legge Bossi Fini. Il mercato che ne è derivato e che, in assenza delle predette condizioni non esisterebbe, non è infatti trasparente. E' un mercato fortemente caratterizzato da lavoro irregolare, non retribuito né regolato secondo quanto previsto dai contratti e dalle leggi. Lo conferma il numero delle regolarizzazioni effettuate con l'ultima sanatoria.
Nell'insieme la regolarizzazione del 2002 ha evidenziato che il lavoro a domicilio, negli ultimi anni è stato largamente in nero sia per la inadeguatezza delle quote sia perché i requisiti reddituali per far venire un lavoratore tramite chiamata nominativa sono troppo alti e comunque è ragionevole poter conoscere, prima dell'assunzione la persona che entra in casa propria.
Si tratta di lavoro nel quale spesso non c'è rapporto tra remunerazione, orario di lavoro contributi versati e diritti tutelati. I rischi di danno biologico appaiono sempre più frequenti in persone che talora restano totalmente o quasi totalmente segregate nel lavoro di cura a persone gravemente non autosufficienti.
Forse dovremmo incominciare ad affermare, definendone le condizioni nel contratto e traendone le necessarie conseguenze, che il lavoro delle assistenti familiari può essere "lavoro usurante".
Oggi laddove le famiglie si rivolgono a persona immigrata e lo facciano attraverso una assunzione regolare, il contratto che viene applicato è, in genere, quello delle lavoratrici domestiche.
La piattaforma per il rinnovo di quel contratto nazionale risalente al 2001 e quindi già scaduto, presenta alcune novità laddove articola su tre livelli il lavoro delle cosiddette badanti anziché su due come in quello ad oggi applicato.
Il livello più alto previsto è quello di coloro che siano stati "formati", che cioè abbiamo seguito un corso di formazione.
Si tratta certamente di un passo in avanti di una sostanziale novità che dovrebbe sospingere un numero maggiore di persone ad una qualificazione del proprio lavoro attraverso una formazione che auspicabilmente sia riconoscibile e che in tempi ragionevolmente brevi comporti il riconoscimento di un profilo con sue specifiche caratteristiche. Oggi si è solo in presenza di un segno e di uno stimolo.
3.1
L'assistente familiare è una figura professionale che in modo crescente sta avendo un suo posto ed un suo ruolo nelle case di anziani e disabili, un ruolo per il cui svolgimento occorre che la sua vicenda contrattuale venga separata da quella delle colf.
Le due figure vanno distinte intanto per il fatto che le attività delle assistenti familiari come più pertinentemente si incomincia a definire quelle lavoratrici che non pochi chiamano impropriamente badanti, sono rivolte solo in parte al lavoro domestico mentre la parte prevalente, la più importante e delicata è quella del prendersi cura della persona anziana, dell'instaurazione di una relazione vera, tra persone, con l'anziano, con i familiari dello stesso e con il contesto sociale.
Noi pensiamo che un percorso formativo (teorico e pratico),è valido se riesce ad offrire certezze alle famiglie ma anche se è in grado di rafforzare l'inserimento, le tutele e i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori immigrati.
Il livello di scolarizzazione delle donne immigrate che "seguono" un anziano spesso molto alto (oltre il 20% fra quelle che hanno seguito i nostri corsi ha una laurea o un diploma di scuola media superiore) è un elemento in più per chi partecipa ad una formazione per assistenti familiari, una formazione che va impostata precipuamente sulla domiciliarità e che tuttavia non può essere quella esclusiva dell'economia domestica né quella di mera sorveglianza, nelle corsie ospedaliere dal momento che il fine proprio della spedalizzazione è l'intervento sull'acuzie per il quale sono gli operatori sanitari, medici e non medici, in primo luogo ad essere chiamati ad intervenire con la loro professionalità e con competenze definite in una organizzazione del lavoro non esportabile.
Sempre dalla ricerca della Regione Liguria viene avanti il suggerimento di affiancare alla formazione "l'introduzione di tutor domiciliari ossia figure professionali che si affiancano all'assistente familiare".
Una sperimentazione sul tutor domiciliare è stata avviata con il coordinamento della Provincia di Reggio Emilia ma di ciò, io credo, potrà parlarne con maggiore competenza la d.ssa Piva .
Tale la sperimentazione in corso della figura del tutor, messa a disposizione dai servizi pubblici, è stata pensata per favorire l'inserimento e la convivenza del lavoratore nel contesto familiare, e soprattutto per collegare la persona e chi l'assiste con la rete dei servizi e delle prestazioni socio-sanitarie territoriali. Si valorizza così e si qualifica il lavoro dell'assistente familiare che viene messo in una relazione positiva con gli operatori sanitari che intervengono nelle condizioni di non autosufficienza, e nel contempo si aiuta la famiglia a rapportarsi con una realtà esterna ed a mettere a frutto una serie di sostegni indispensabili anche a chi viene aiutato da una assistente.
Il fatto anche che esistono lavoratrici assistenti familiari, deve servire a rimodulare a loro volta i servizi pubblici per dare anche loro le risposte in termini di diritti sociali esigibili.
4.0
Le politiche sociali territoriali nella città di Roma e nel Lazio devono farsi carico della specificità "assistente familiare " in relazione alla cura che la stessa deve poter dare ai propri bambini, nel trovare casa ad affitti bassi (compatibili con il suo basso reddito) nel mantenere il posto di lavoro in caso di gravidanza, nel potersi assentare dal lavoro per curare i figli.
Si pensi ancora ai figli di "badanti" restati nei paesi di provenienza ed al difficile ruolo di madre o padre a distanza che pure va svolto anche quando i nuclei familiari sono definitivamente saltati o lasciati apparentemente in piedi.
Una recente indagine del Censis ci dice che nella città di Roma il 20% dell'assistenza domiciliare viene svolta da cosiddette badanti. Il fenomeno è destinato a crescere. Il che induce a diverse riflessioni.
La spontanea crescita di un mercato sorto in Italia sulla inadeguatezza delle pubbliche scelte , nello scarto vistoso fra esigenze dei cittadini e risposte delle strutture pubbliche se lasciato espandere secondo sue dinamiche autonome accrescerà l'area di un welfare residuale nel quale da un lato i familiari dell'anziano proveranno, come potranno, a cavarsela da soli, e dall'altro le immigrate, asimmetricamente collocate rispetto a così peculiari datori di lavoro, cercheranno come potranno di accordarsi al meglio.
Il risultato, c'è da giurarci, non sarà trasparente. Lo conferma la conoscenza di quanto già oggi accade.
Certo potrebbe aiutare a fa emergere meglio il fenomeno una decisione del parlamento italiano che permettesse la deducibilità delle retribuzioni corrisposte alle assistenti familiari e delle relative contribuzioni obbligatorie dal reddito del datore di lavoro.
Nostri dati empirici sulla contribuzione per le assistenti familiari nella città di Roma evidenziano il fatto che i contributi vengono pagati nei primi mesi d'assunzione e poi vengono sospesi oppure vengono dichiarati in relazione ad un numero di ore lavorate molto al di sotto di quelle effettive.
La domanda è: chi si occupa in modo organico di combattere tale fenomeno ed in che modo intende muoversi?
Su tali argomenti la d.ssa Fucilitti,che interverrà successivamente, per il ruolo che svolge nell'Inps è la più adatta a dare risposte.
L'intervento attivo dello stato nell'erogazione di prestazioni agli anziani al domicilio, resta essenziale nel quadro di una relazione positiva con quel terzo settore che la legge ha voluto protagonista nella creazione e nella attivazione dei servizi sociali che sono richiesti dalla nostra comunità .
E chiaro tuttavia che i cittadini si aspettano che le strutture pubbliche realizzino l'assistenza domiciliare e che lo facciano in primo luogo con risorse professionali proprie o ricorrendo a quelle private, purchè, quest'ultime, diano la sicurezza di prestazioni qualificate prodotte da enti a posto costantemente con i requisiti d'accreditamento
Ma allora: cosa deve fare il sistema pubblico per orientare le famiglie e collegare l'assistenza domiciliare delle assistenti familiari nella rete dei servizi e quindi nel rapporto aperto con i servizi municipali.
4.1
Accreditamento professionale e controllo sono due prime condizioni per integrare il lavoro delle assistenti familiari assegnando loro un ruolo in un sistema di servizi a rete nel quale la loro operatività si colloca sul versante della domiciliarità.
A loro volta le assistenti familiari hanno necessità di essere sostenute, accompagnate dai servizi nella loro vicenda lavorativa e nella loro condizione di nuovi cittadini
Nel primo caso crediamo sia saggio conoscere quello che sta avvenendo in altre regioni valutando le pratiche positive e avendo la modestia di apprendere dal confronto.
Sappiamo per esperienza quanto sia delicato il tema del collocamento e come le trasformazioni delle tradizionali strutture abbia evidenziato luci ed ombre.
Trasparenza e certezze sono necessarie anche per il collocamento delle assistenti familiari che oggi accedono al lavoro nei modi più disparati.
Servizi provinciali all'impiego, sedi di orientamento al lavoro, che mettano in comunicazione i luoghi formali e informali (Uffici immigrati sindacali, parrocchie, associazioni, luoghi di aggregazione di immigrati, ecc.) possono trovare un razionale equilibrio operativo se qualcuno s'incarica di far funzionare il tutto come un buon sistema a rete e se linee guida regolano le procedure favorendo omogeneità di comportamenti per domanda e offerta di lavoro
Al riguardo, la d.ssa Piva sicuramente avrà modo di darci un interessante ed articolato quadro.
4.2
In Italia sono state fatte e sono in atto numerose sperimentazioni. Tra queste quella del Comune di Roma attraverso il progetto "Insieme si può" ed al suo interno con la DD n.748 dell'8 marzo 2005 con la quale si è dato il via alla "istituzione sperimentale e provvisoria del Registro cittadino di accertamento degli assistenti familiari per anziani".
Nella città esso è stato un primo importante passo vero l'emersione e la stabilizzazione del mondo delle "badanti"
Per tutti noi che sappiamo come di certo nei prossimi anni e per molti anni ci sarà ancora bisogno di assistenti familiari qualificati il problema non è la moltiplicazione dell'esperienza da parte di chi lo voglia sulla base di requisiti condivisi, dentro un mercato separato dal sistema dei servizi e dove tutto accade e può accadere ma una rete posta in essere e costantemente governata dai pubblici titolari delle funzioni sociali e dove vi siano strutture pubbliche, strutture no profit che con proprio personale erogano servizi domiciliari (anche create dalle assistenti familiari), e assistenti familiari qualificate iscritte ad albi cui anche il sistema pubblico può attingere realizzando rapporti di lavoro.
La formazione di necessità deve essere qualificata non sovrapporsi a quella di altre figure, in modo da integrarsi con le altre che si avvicendano presso l'anziano a domicilio.
Se l'assistente familiare è una figura che in molti casi copre, come copre, inadempienze pubbliche e se vogliamo che gli anziani siano maggiormente tutelati, l'attività formativa va programmata bene e realizzata dagli enti locali.
Chi pensa che la cosa si risolva secondo regole di mercato non tiene conto dello scarso appeal oltre che della inutilità di una formazione a sua volta "fai da te" che prescinda dal sistema dei servizi dai riconoscimenti e dal rafforzamento delle dinamiche d'inclusione sociale attraverso il lavoro
La famiglia non la si sostiene, crediamo, dandole insieme ad un bonus periodico la delega a fare quello che il "pubblico " pensa di non poter fare quanto garantendole il miglioramento della qualità delle prestazioni.
Quest'ultime migliorano se nella formazione non prevalgono gli aspetti tecnico organizzativi ma se, al contempo, si valorizza la capacità di relazione umana, il sostegno psicologico per la gestione del conflitto, l'elaborazione del lutto, la consapevolezza da parte dell'assistente familiare del proprio ruolo in relazione all'anziano, ai suoi familiari e al contesto sociale così da condividere i problemi e da collaborare nella ricerca del sostegno necessario alla amministrazione del quotidiano nella azione continua per il benessere della persona anziana.
Nel nostro tempo la cosiddetta badante non è più ciò che è stata nel passato, anche recente, la domestica: non un segno di distinzione sociale quanto lo stigma di una condizione familiare debole a fronte di un sistema pubblico incapace di dare risposte ai cittadini in termini di assistenza domiciliare.
Il fenomeno delle assistenti familiari è in effetti una delle risposte scelte dalle famiglie per mantenere l'anziano nel nucleo familiare a fronte di un welfare insufficiente.
4.3
Il fenomeno tende a rafforzarsi piuttosto che a contrarsi.
Di certo nelle grandi aree urbane come Roma.
Il dato romano ci dice che a parte l'edilizia ed il commercio sono i servizi che in assoluto ed in percentuale assorbono, maggiormente la mano d'opera. Tale mano d'opera è, soprattutto straniera e femminile, nei servizi di cura.
Chi domanda cure non incontra una offerta fatta da imprese ma direttamente trova mano d'opera straniera.
La domanda di lavoro è, a sua volta, frammentata, poco o nulla organizzata e con limitate capacità di influenzare le dinamiche dell'offerta.
Le imprese private, d'altro canto se oggi fossero ben presenti nel mercato lo sarebbero comunque a costi più elevati .
E' per questo che le famiglie preferiscono farsi i loro contratti atipici diretti.
Nel migliore dei casi si applica il contratto a modo proprio, nel peggiore non c'è alcun contratto e la persona non in regola subisce in silenzio scoprendo dopo, ad esempio, che il periodo di prova non era di mesi otto ma di giorni otto.
Sono le caratteristiche del mercato del lavoro romano quelle che sospingono gli immigrati verso i settori a bassa qualificazione, connotati da un alto grado di precarietà con poche chances di emancipazione professionale che impediscono di valorizzare il proprio titolo di studio e le proprie competenze professionali
A Roma l'immigrazione femminile che pure ha una istruzione medioalta, trova sbarrati gli altri più importanti sbocchi occupazionali (edilizia, commercio e industria) ed approda ai servizi, a quelli domestici ed a quelli di cura.
Si tratta di uno spreco di qualificazione, altrimenti a disposizione della comunità cittadina, ma che è tuttavia possibile recuperare, parzialmente, qualificando il lavoro da loro svolto nelle nostre case.
Anche la volontà di costituirsi in microimpresa di lavoro di cura o in qualche modo in forme associate d'offerta del lavoro di cura delle assistenti familiari si scontra con la scarsità di precedenti, con l'assenza di strumenti di sostegno, con la necessità di vedere in parte modificate le dinamiche dello specifico mercato del lavoro .
5.0
La stabilizzazione di questo tipo di lavoro con gli effetti positivi per tutti, la sua durata, la sua qualificazione passano attraverso il superamento dell'attuale fase vissuta da questo comparto lavorativo oggi troppo indifeso e con tutele troppo scarse rispetto a quelle mediamente acquisite dal più generale mercato del lavoro nella città e nella regione.
Ciò puo' avvenire attraverso la effettiva contrattualizzazione della condizione dl lavoratrici subordinate,(prima parte dei contratti e patte economica) la piena fruizione dei diritti contrattuali, la crescita professionale attraverso la formazione e l'aggiornamento, l'iscrizione ad albi professionali. la verifica del proprio operato nel momento in cui il suo lavoro s'incontra con quello contiguo di altri operatori pubblici o accreditati privati che vanno a svolgere attività integrate sociali e sanitarie, di cura al domicilio.
Le famiglie possono fare di più ma fino ad un certo punto; esse non sono in grado da sole di risolvere questioni cruciali di tale impegno e complessità
Il lavoro di cura delle assistenti familiari va collegato con la rete dei servizi che sono impegnati nella domiciliarità e nella lotta alla non autosufficienza. E' importante affermare questo concetto, all'apparenza ovvio, perché non tutte le regioni e gli enti locali che si stanno occupando della materia operano condividendo tale ipotesi di lavoro.
Si tende, in alcuni casi, ad affrontare il fenomeno delle cosiddette "badanti" in modo separato, non collegato e complementare alla organizzazione dei servizi e alle prestazioni sociali e sanitarie richieste da situazioni di non autosufficienza parziale o totale, pensando così di risolvere in modo più spiccio la fornitura di un servizio che richiede, invece, il concorso di più discipline e professioni per poter avere caratteristiche qualitative accettabili.
Collegare la figura dell'assistente familiare alla rete dei servizi rivolti alla non autosufficienza e a favore della domiciliarità significa organizzare e armonizzare il lavoro composto da interventi di assistenza di tipo intensivo ad alta specializzazione e di tipo estensivo dedicati alla cura continuativa.
La definizione di linee- guida per l'accreditamento ed il successivo accreditamento sono i necessari tramite se si vuole avviare un monitoraggio delle condizioni per l'ingresso delle assistenti familiari in un contesto governato dal sistema pubblico.
Linee guida nazionali e regionali dovrebbero essere già predisposte per un fenomeno, il mercato delle badanti, ormai in piena crescita.
In una fase più avanzata si potrebbe prendere in considerazione il fatto che l''Unità di Valutazione Geriatrica che valuta il grado di non autosufficienza e che formula il piano di assistenza individuale possa avvalersi dell'assistente familiare accanto alle altre figure (riabilitatori, infermieri, ecc), in modo da garantire anche quella attività di cura dell'anziano così utile per la continuità e la completezza del percorso assistenziale.
5.1
Oggi la tentazione invece è di lasciare intatto il mercato privato.
Molte donne immigrate che si curano degli anziani al domicilio ricevono una formazione per un ruolo vecchio ma non viene fuori l'idea che un nuovo specifico profilo professionale sta maturando, l'assistente familiare, con tutte le conseguenze di contenuto curriculare ed in termini contrattuali
Abbiamo letto in estate dell'impegno al riguardo preso dall'on Bindi per la definizione di un profilo nazionale.
C'è dunque , da parte nostra molta attesa per le cose che potrà dire al riguardo il sottosegretario Maria Chiara Acciarini che si occupa della materia e che ha voluto essere con noi oggi.
Pensiamo che le organizzazioni sindacali dei lavoratori hanno molti strumenti per cogliere dalle esperienze e dalla discussione importante che si è fatta nelle diverse regioni elementi utili per i confronti in sede nazionale come anche per garantire i diritti contrattuali delle assistenti familiari prima che si debba ricorrere alle sedi giurisdizionali.
Ad una discussione quale quella odierna le organizzazioni sindacali dei pensionati da tempo interessati, partecipi e consapevoli, sono in grado di dare un forte contributo e di fornire la giusta sponda per una alleanza fra gli anziani e chi con dedizione, sensibilità e coinvolgimento , svolgendo comunque un lavoro, di quegli anziani si prende cura , giorno per giorno, notte per notte
Si parla oggi di circa mezzo milione di cosiddette badanti.
Sono persone, cittadine che vivono insieme a noi i problemi della nostra società
Esse devono essere messe nelle condizioni di discutere sulla evoluzione in corso della loro condizione lavorativa, di confrontarsi, di contare.
La costituzione da parte loro di coordinamenti specifici, ai diversi livelli, sarebbe un importante elemento di socializzazione per far sentire la propria voce e quindi per essere in grado di contare su decisioni cui sono direttamnete interessate uscendo dall'isolamento diffuso e dall'autoreferenzialità degli incontri quasi esclusivi fra connazionali.
Conclusioni
Avviandomi alla conclusione vorrei osservare che un progetto d'inclusione sociale presuppone un quadro normativo nazionale e regionale che lo sostenga.
Siamo in attesa che ciò avvenga nazionalmente ed intanto , guardando alla nostra regione, in specie dopo la modifica del titolo V° della Costituzione,
vorremmo che una normativa organica rimediasse alla inadeguatezza delle quattro leggi regionali oggi in vigore (n° 38/1976, n° 48/1986, n° 17/1990 e n° 8/1992). Vediamo in questi giorni che la maggioranza del governo regionale ha presentato due iniziative di legge sullo stesso tema; forse se ne poteva presentare una sola.
In materia di assistenza sociale e anche di diritti delle persone si può far molto e da subito separando la condizione giuridica dal diritto ad accedere ad alcuni servizi essenziali, specialmente per le fasce più deboli, le donne immigrate lavoratrici( ma pensiamo alla specificità del lavoro delle "badanti", non poche irregolari), alla stregua di quanto già prevede la L. 286/98 in materia di assistenza sanitaria di base garantita a tutti, cittadini o stranieri.
La regione Lazio, come sopra evidenziato, dovrebbe poi valorizzare e qualificare la essenziale funzione di cura che gli assistenti familiari già ricoprono nell'ambito del welfare, rispetto alle famiglie, gli anziani, i bambini, i malati anche per ragioni legate alla sostenibilità del sistema di welfare.
La Regione può contribuire in modo effettivo alle politiche nazionali, in risposta alle richieste delle famiglie - adottando quelle misure complementari (formazione, alloggio, servizi socio-sanitari e di orientamento) indispensabili ad una corretta integrazione: in modo da salvaguardare le esigenze delle famiglie e quelle delle lavoratrici.
Si definiscano degli standard, regionali di accoglienza ed integrazione, che possano servire anche come benchmarks di riferimento degli standard nazionali e si sviluppino politiche attive del lavoro di vera tutela e garanzia per tutti nel momento dell'avviamento al lavoro e del cambiamento di lavoro, Ciò potrà contribuire peraltro in maniera sensibile anche all'emersione del lavoro nero.
Il lavoro iniziato con il Progetto "Insieme si può" voluto dal Comune di Roma ha avuto il merito di porre all'attenzione della città il problema della qualificazione, del sostegno economico della cura degli anziani e della inclusione sociale delle assistenti familiari ma ha anche evidenziato problemi nuovi ed esigenze ulteriori alla cui soluzione speriamo di contribuire con il confronto odierno.
Lo dovevamo alle tante donne dalle quali per quasi due anni tanto abbiamo appreso e che ci hanno aiutato a migliorare.
Le ringrazio tutte come ringrazio voi per l'attenzione dedicata.

 N o t i z i e
  "STORIEMIGRANTI" - Recital in tre atti al teatro Ambra Jovinelli.   07/11/2008

Con il patrocinio della Provincia di Roma, il Clan "Il Nomade" ed il Gruppo Scout Agesci Roma 8, presentano "StoriEmigranti" un recital in tre atti che andrà in scena a Roma il 13 e 14 gennaio al teatro Ambra Jovinelli di Roma, via Guglielmo Pepe 43/47.

Duecento milioni di immigrati nel mondo, quasi 4 milioni nel nostro paese. In Italia oggi, 1 nato ogni 10 è figlio di immigrati, e un matrimonio su 8 coinvolge almeno un cittadino straniero.
Questi semplici dati mostrano come il fenomeno "migrazioni" assuma oggi proporzioni mai raggiunte prima. A fronte di grandi cambiamenti che questo haportato, però, nel nostro paese spesso il dibattito sulle migrazioni è fermo ai luoghi comuni che circolavano vent’anni fa, quando gli immigrati erano ancora centinaia di migliaia.

  Continua ...
  IL BLUES ITALIANO IN PIAZZA A SAARBRUCKEN. ISTITUTO FERNANDO SANTI E ARCI DI IMPERIA TRA I PROMOTORI.   06/11/2008

Tra il 31.10 e il 2.11 e con il patrocinio della città di Saarbrücken, si è svolto il 2° "Saarländisches blues festival". Fautori di questa 2° manifestazione, Gisela Bahr - responsabile culturale del "Bürgercentrum Breite63" - e Bernd Dahlmanns,  direttore artistico del Blues Festival, assistiti da Gioacchino Di Bernardo dell'IFS e Pino Piscitelli, responsabile "wanna blues" dell'ARCI di Imperia.
Dedicato alla scena blues italiana sotto il motto "Italo Speciale" il festival ha ospitato musicisti di Verbania, Milano e Imperia.

  Continua ...
  "AGGIORNAMENTI GIURIDICI SULL'IMMIGRAZIONE".   03/11/2008

Presidenza della Repubblica Decreto Legislativo 159/2008.
La G.U. n. 247 del 21-10-2008 pubblica il decreto legislativo correttivo delle norme di attuazione delle direttive comunitarie in materia di procedura di esame delle domande di asilo.

Le nuove norme introducono, tra l'altro, restrizioni alla libertà di circolazione dei richiedenti asilo, nell'effetto sospensivo del ricorso avverso le decisioni in prima istanza nei confronti dei richiedenti asilo per i quali l'istanza sia stata considerata manifestamente infondata, l'estensione del trattenimento obbligatorio ai richiedenti asilo che siano oggetto di un provvedimento di respingimento al momento del loro arrivo in Italia ed il dimezzamento dei termini di ricorso per i richiedenti asilo trattenuti.

  Continua ...
  DI PADRE IN FIGLIO: LE DIFFICOLTA' DI APPRENDIMENTO DELLA SECONDA GENERAZIONE.   31/10/2008

Nelle società europee sta crescendo l’importanza dei fenomeni di stabilizzazione e integrazione degli immigrati e delle loro famiglie, in particolare della seconda generazione. Accanto a paesi più maturi rispetto a queste esperienze, ve ne sono altri, come l’Italia, che, diventati solo recentemente mete dei flussi migratori, sono meno pronti ad affrontarle. Le esperienze dei primi possono perciò servire ai secondi affinché l’immigrazione rimanga una risorsa e non diventi un problema sociale.

  Continua ...
  7 NOVEMBRE 2008 - CONVEGNO FCLIS-FIEI SUL VOTO AGLI IMMIGRATI.   29/10/2008

Alla presenza della Senatrice Anna Finocchiaro e del Senatore Maurizio Gasparri, si è svolta mercoledì 22 ottobre nella sala conferenze stampa del Senato della Repubblica Italiana la conferenza stampa di presentazione del Convegno dal titolo: Integrazione: diritti, doveri. La partecipazione democratica dei migranti, strumento d’integrazione.
Organizzato dalla Federazione delle Colonie Libere Italiane in Svizzera (FCLIS), in collaborazione con la FIEI, il Convegno avrà luogo venerdì 7 novembre 2008 a Roma nella Sala Capitolare della Biblioteca del Senato.

  Continua ...