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La mia sarà solo una semplice,
breve testimonianza; la testimonianza di chi, all’inizio degli anni 50, molto giovane,
ebbe la ventura e la fortuna di incontrare Fernando Santi, nell’esercizio
del ruolo di dirigente sindacale che egli ricopriva a quei tempi:
dirigente sindacale di caratura nazionale e internazionale.
Nel clima di quegli anni, segnato ancora dai disastri inumani
e dalle lacerazioni della guerra, cui il fascismo aveva gettato
il nostro paese, noi giovani impegnati nella lotta politica e
sindacale, ci sentivamo totalmente immersi in una atmosfera di
slancio ideale, di totale e intransigente partecipazione alla
grande battaglia per il riscatto morale, civile, culturale, sociale
e umano del nostro paese per assicurare all’Italia una prospettiva
certa di rinascita, di rinnovamento profondo.
Al livello sindacale, noi giovani allora ci sentivamo diretti
e guidati da uomini di straordinario affascinante carisma.
In questa battaglia, in questa prospettiva uomini come Giuseppe
Di Vittorio e Fernando Santi rappresentavano il simbolo dell’Unità
e la garanzia di un esito trascinante e vittorioso della lotta
comune.
Anche dopo la rottura dell’unità sindacale del 1947, dovuta come
sapete a pressioni di ordine politico, l’insegnamento di Di Vittorio
e Santi era un insegnamento di unità, di rifiuto di ogni atteggiamento
di chiusura, di recuperare, ad un livello più alto, dello sforzo
unitario per l’avanzamento sociale, culturale e umano della classe
operaia, dei lavoratori in genere, delle plebi arretrate del Mezzogiorno.
In questa temperie, in questo clima idealmente appassionato e
infuocato avvenne nella mia regione d’Abruzzo, e precisamente
nella plaga del Fucino e della Marsica, il primo incontro da parte
nostra con Santi.
Eravamo allora impegnati nella grande lotta popolare, contadina
e bracciantile per la riforma agraria del Fucino e per la Rinascita
della Marsica.
L’economia e la società fucensi e marsicane erano dominate da
una presenza ingombrante e oppressiva, la presenza del Principe
Torlonia che, con la proprietà della terra ereditata fin dal 1875
con il prosciugamento del vecchio lago Fucino; con la proprietà
monopolistica dell’industria di trasformazione dei prodotti fondamentali
della terra (una terra particolarmente ferace e ricchissima proprio
perché derivante dal prosciugamento del lago); con la proprietà
dell’istituto finanziario (la banca del Fucino, attraverso la
quale si legavano i contadini con un vincolo oppressivo per il
pagamento dei canoni di affitto e per le spese di conduzione).
Questo triangolo: terra-industria-banca (che veniva allora raffigurato
come una piovra asfissiante), controllava, condizionava e, in
un certo senso, bloccava ogni prospettiva di autonomia e libero
sviluppo dell’economia fucense e della società marsicana più in
generale.
Basti ripensare a “Fontamara” e ad altri testi di Ignazio Silone
per avere il senso della condizione umana delle plebi fucensi
di quel tempo; dei braccianti, dei piccoli affittuari, artigiani,
modesti professionisti della corona di paesi del Fucino, da Avezzano
a Celano, a Luco dei Marsi, a Trasacco, a Pescina, a S. Benedetto
dei Marsi, Ortucchio, Lecce dei Marsi e così via.
In questa realtà sociale, dopo le prime lotte del primo scorcio
del ‘900 (prima e subito dopo la prima guerra mondiale) che il
fascismo bloccò durante il ventennio, garantendo al Torlonia il
dominio definitivo dopo la liberazione dell’Italia, e con la istituzione
della Repubblica e l’approvazione della sua Costituzione antifascista,
riprendevano i grandi movimenti per la terra, il lavoro e per
la Rinascita.
Si trattava di dirigere questi movimenti oltre che con spirito
unitario, con il rifiuto di ogni massimalismo, facendo tesoro
dell’esperienza delle lotte dell’inizio del secolo sempre segnate
da sfoghi rabbiosi che lasciavano le cose del tutto immutate.
Qui l’aiuto dei dirigenti che ho citato e il loro insegnamento
furono decisivi. Imparammo da loro, oltre che il senso del rapporto
con il mondo del lavoro e la sensibilità umana nei confronti dei
diseredati, anche la tecnica dell’organizzazione e della lotta,
la necessità di mantenere sempre il collegamento con l’insieme
della società, di puntare sempre, in questo rapporto, all’isolamento
del nemico, dell’oppressore.
E così, quando da alcuni anni si era consumata la scissione e
la rottura sindacale, nella Marsica riuscimmo a dare vita ad un
Comitato per la Rinascita che dirigeva il movimento complessivo
per la terra che comprendeva tutte le forze politiche democratiche,
tutti i sindacati, l’insieme dell’associazionismo democratico
maschile e femminile, gli studenti e il mondo della scuola, l’intellettualità
e i professionisti di ogni orientamento ideale, politico e culturale.
Tutto questo fu anche il frutto, in buona parte, della presenza
e dell’impegno con cui Santi partecipava alle nostre riunioni,
dava indicazioni di lavoro, partecipava ad assemblee di braccianti
e contadini, visitava le squadre di braccianti che operavano lo
“sciopero a rovescio”. Il cosiddetto sciopero a rovescio, che
consisteva nel lavoro per la sistemazione delle strade e dei fossi
del comprensorio del Fucino, che Torlonia trascurava creando grandi
difficoltà per i coltivatori piccoli affittuari. Canali intasati,
strade sconnesse e disastrate, e così via, rendevano ancora più
difficoltoso e talora drammatico il lavoro dei campi. Allora lo
sciopero a rovescio dei braccianti organizzati con squadre a gruppi
di 9 (perché oltre i 9 c’era un’aggravante in caso di denuncia),
con la partecipazione degli affittuari che portavano la breccia,
le pietre e il materiale necessario per la sistemazione delle
strade.
Dai paesi della corona fucense inoltre partivano le carovane della
solidarietà, per portare alimenti, cibo, generi di conforto per
i braccianti in lotta.
In queste condizioni il contributo di Santi fu anche
determinante per costringere Torlonia a versare una cifra cospicua
che fu utilizzata per pagare ai braccianti e agli affittuari il
lavoro con lo sciopero a rovescio.
Potrei soffermarmi a lungo sui vari aspetti di questa grande battaglia
meridionalistica di rinascita. Ma ho voluto solo rilevare e sottolineare
l’apporto di Fernando Santi, e ricordare che l’aiuto, l’esempio
suoi, la sua straordinaria sensibilità, la sua eccezionale capacità
di interpretare e guidare i grandi movimenti di massa, aiutarono
noi giovani a comprendere, ci aiutarono a crescere come uomini
e come dirigenti.
Di
questo io sono stato e sono tuttora e sempre
riconoscente e grato a Fernando Santi.
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