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“Non ho nessun testasmento politico
sindacale da affidarvi. Anche perché non intendo essere commemorato”.
Queste parole,
pronunciate con forza da Fernando Santi al VI Congresso della
CGIL (Bologna 31 marzo - 5 aprile 1965) sono l’esempio di una
vita di impegno e di coerenza, il tratto di un “carattere forte”,
schivo da ogni formalismo e da ogni retorica sono un modo per
ricordare un personaggio così complesso.
Una storia personale non si sostituisce alla Storia, che obbedisce
a canoni essenziali di obbiettività e di generalità ma una microstoria,
fatta di piccole cose personali, è fondamentale per capire i particolari
e le ragioni dei comportamenti delle persone che hanno un ruolo
all’interno dei corsi e ricorsi della storia.
Con questo convincimento siamo andati a rileggere discorsi, interventi
e scritti per riscoprire un uomo e per apprezzare ancora di più
i modi del suo operare, per trovare la costante coerenza dell’uomo
con la sua funzione e l’attività pubblica: una scelta di vita.
Può sembrare una frase fatta, dove uno mette tutto, ma per Fernando
Santi è e rimane un dato importante.
Non è facile, forse non è sempre possibile. Molti devono lottare
duramente per mantenere questo tipo di coerenza in una società
cambiata dove il pragmatismo, a volte, ridimensiona o fa mettere
da parte valori, idealità.
Santi la sua scelta di vita l’aveva presa dal vivo di un mondo
e di una cultura contadina. Era rimasto un contadino, nei modi
sbrigativi, nel linguaggio scarno, nelle forme di lotta decise,
resistenti, graduali ma senza compromessi.
La saggezza contadina aveva fatto di lui un “simbolo della terra”:
“la soddisfazione più grande”, diceva, “sarebbe quella di poter
avere la certezza che ha un bracciante, cioè di poter dire è uno
di noi, di lui ci possiamo fidare”.
Le lotte contadine, le lotte per la terra erano state nella sua
vita di dirigente i passi più importanti della più vasta politica
per la democrazia. E’ ricorrente nella storia del socialismo italiano
questo ruolo significativo che hanno avuto i braccianti e i contadini.
Per molto tempo la “terra” ha rappresentato il campo della lotta
e dello scontro per i diritti al lavoro, al salario, all’assistenza.
Lo scontro era diretto contro “il padrone”, “il fedautario”, “l’agrario”.
Il latifondo rappresentava un simbolo di un certo potere conservatore,
da combattere, da intaccare, da sconfiggere.
Contro il latifondo si sono mosse le forze contadine, decise,
consapevoli. Nel Sud, ma non solo nel Sud, il fenomeno è stato
importante e ha prodotto profonde trasformazioni economiche, sociali
e culturali.
Fernando Santi era e resta il punto di riferimento di quella grande
lotta e, come si dice con una frase ad effetto, “era lui lo zoccolo
duro contro la politica del centrismo” che lasciava sul campo
morti e riempiva le carceri di “istigatori” e “disobbedienti”.
Ora i rapporti sono mutati. E’ giusto ed è frutto anche di quelle
battaglie, ma la cultura contadina vive dentro la realtà effettiva
e si esprime in modi e forme diverse. E’ una formazione permanente
che rimane uno degli elementi della nostra civiltà.
Fernando Santi era un uomo modesto e guardava lontano. Riforme,
riformismo, riformisti… Io sono un riformista… ”. Santi precisa
il suo concetto per evitare, preso dal suo furore rigorista, interpretazioni
riduttive. Ci torna spesso in altri interventi, è convinto che
bisogna trasformare la società con gradualità e quindi attraverso
le riforme, tenendo di mira sempre i valori permanenti di democrazia
e libertà. E anche in questa sua concezione, il riferimento è
“a quegli uomini del riformismo emiliano e italiano.. uomini tutt’altro
che accomodanti, duri nella lotta, intransigenti nei principi”.
Oggi che il riformismo è la linea prevalente e consolidata, è
giusto riscoprire, non semplicemente per il gusto e motivo del
ricordo, una concezione del riformismo che viene da lontano e
si è affermata: il riformismo democratico socialista, che è vincente
certamente in Italia, in Europa e in tante altre parti del mondo.
Un altro accenno all’attualità di Fernando Santi: “non sorprendetevi
se mi dichiaro europeista, fautore di una Europa democratica…
- diceva - sono europeista perché la lotta dei lavoratori varca
frontiere e sale a livello europeo”.
Questa testimonianza di Santi è una ragione in più e rafforza
l’impegno per costruire questa nuova dimensione che deve sempre
più ispirarsi a valori di libertà e di democrazia, mettendo al
centro l’uomo per raggiungere l’uguaglianza dei diritti e delle
opportunità.
Questo convegno, queste brevi parole conclusive non hanno la pretesa
di una trattazione storica ma, dando via libera al sentimento,
sono un invito a ricordare l’uomo Santi, a valorizzare la microstoria,
a rafforzare convincimenti che trovano rispondenza e coerenza
nel grande patrimonio di idee e di uomini del nostro socialismo.
Fernando Santi rimane “nella galleria” di quegli uomini che hanno
fatto storia. Discende da questo quadro di riferimento l’obbligo,
per un dovere di coerenza, ad operare come Istituto Fernando Santi
tenendo sempre presenti gli obbiettivi generali e il rigore dei
comportameneti.
Il lavoro fatto in questi trent’anni, con le luci e le ombre,
ha avuto il merito di tenere i contatti con i nostri emigrati
in ogni parte del mondo, ha sviluppato alcune buone iniziative,
ha fatto informazione e formazione. Si tratta ora di andare ad
una ridefinizione e a un adeguamento dell’Istituto, puntando sulla
qualità del lavoro da fare.
E’ ormai tempo di dar corso ad un assetto certamente europeo,
per la internalizzazione dei problemi, per il processo di integrazione,
per le mobilità in atto e per la formazione permanente.
Il nuovo assetto dovrà orientare nella giusta direzione l’interesse
e l’attenzione al fenomeno della immigrazione, guardando ai comunitari
e agli extracomunitari con una visione ormai multirazziale e multiculturale.
Questi obbiettivi, frutto delle trasformazioni e della crescita,
non devono far trascurare il lavoro che si può fare nelle regioni:
l’Istituo deve poter diventare punto di raccordo di nuovi rapporti,
Stato – Regioni – Europa.
I cento anni dalla nascita e i trantatrè anni dalla morte di Fernando
Santi, assumono per l’Istituto che porta questo nome prestigioso,
un rinnovato impegno a continuare e migliorare il suo lavoro.
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