Istituto Fernando Santi                                                 



   Convegni

 

 

 

 

 

 



Rino Giuliani, Vicepresidente dell'Istituto Fernando Santi

Ricordare Fernando Santi, ricordarlo soprattutto alle nuove generazioni sottolineando l’attualità delle sue idee è una delle principali ragioni alla base della commemorazione che il nostro Istituto ha inteso oggi promuovere nel centenario della nascita di Santi.
In un periodo quale l’odierno caratterizzato da rimozioni storiche, da diffuse afasie e da revisionismi che portano l’acqua al mulino di chi li produce, l’esercizio della memoria può divenire una pratica salutare.
Un esercizio questo tuttavia, che, per essere efficace, va messo al riparo dalle tentazioni di flettere il passato per meglio sostenere convenienze del presente.
Il nostro presente è per molti tratti distintivi diverso dal lungo periodo nel quale si è svolta l’azione sindacale e politica di Fernando Santi.
I cicli economici che naturalmente il mercato non è da solo in grado di governare, ed i cui effetti negativi ed indesiderati colpiscono sempre, largamente, i lavoratori si ripetono tuttavia anche se in condizioni diverse.
Oggi mentre ricordiamo Santi il paese è percorso da una grave crisi strutturale del fondamentale sistema produttivo dell’auto.
La nuova economia, illusione di ricchezza conseguibile tramite nuove e diverse produzioni si è rivelata la strada dei profitti e delle rovinose cadute in borsa. Non nuovi posti di lavoro ma nuova disoccupazione e precariato.
Gli operai sono in lotta per il diritto al lavoro e per il futuro delle loro famiglie.
Non vedo differenze fra la privazione dei nostri genitori nell’Italia liberata, tra le macerie del sistema produttivo, la vicenda delle fabbriche occupate e dei licenziamenti dopo la crisi petrolifera dei primi anni ‘70 e la situazione attuale. Almeno dal punto di vista degli operai Fiat che risentono oggi in prima persona dell’uso della flessibilità della forza lavoro nella versione classica e tradizionale che il padronato conosce e pratica da tempo.
Coloro che interverranno successivamente, e senza i quali questa commemorazione sarebbe stata incompleta, diranno di Fernando Santi nel suo tempo, uomo, sindacalista, politico, sottolineando i principi fondanti della sua azione e gli aspetti salienti di una vita coerentemente spesa per i lavoratori, soprattutto per quelli più deboli.
Da parte nostra riteniamo di richiamare l’attenzione solo su alcuni aspetti del pensiero e dell’azione di Santi, su alcune scelte di fondo che ne hanno ispirato l’azione e che il tempo intercorso non ha privato di valore.
Mi riferisco all’obiettivo delle “riforme di struttura” che per oltre un secolo e mezzo è stato il punto di forza per l’analisi della realtà e che oggi nella abbondante produzione culturale della sinistra è un concetto abbandonato.
Osserva Napoleone Colajanni che attribuire concretezza al solo mercato e ritenere concetti astratti capitale e lavoro è una sottovalutazione del fatto che anche il mercato presuppone una struttura che è andata cambiando nel tempo e che al fine dello sviluppo delle attività produttive è importante porsi il problema della proprietà dei mezzi di produzione  “qualitativamente trasformata dall’estendersi del capitale finanziario”.
E’ compito esclusivo di una sinistra di governo correggere gli squilibri del capitalismo fatto coincidere con il mercato ponendo quindi in primo piano la redistribuzione del prodotto stavolta a dimensione planetaria, come suggeriva di fare, qualche tempo fa, Gloz, oppure è ancora il tempo di porci il problema di come si riprende lo sviluppo delle forze produttive?
“Il rafforzamento del capitale finanziario - soggiunge Colajanni - ha portato alla riduzione degli investimenti industriali dato che i profitti che si realizzano nella finanza sono particolarmente elevati non tanto grazie ai dividendi corrisposti dalla società quanto a seguito della cosiddetta capitalizzazione del mercato finanziario”.
La recente storia della sinistra politica in Italia si caratterizza per la consistente attenzione al mercato per un declinante impegno  nel sostenere le ragioni del ruolo dello Stato.
La conseguenza è che oggi tutti si dichiarano riformisti senza che si sia effettuata una rielaborazione culturale in grado di far distinguere i sostenitori del riformismo gradualista da coloro che liberisti, conservatori o populisti si autodefiniscono riformisti.
Michele Salvati, a sua volta, ha scritto recentemente della identità del partito dei democratici di sinistra e stigmatizzando il riformismo senza principi si spinge a suggerire di andare oltre le due linee politiche che si confrontano dopo il congresso di Pesaro, auspicando che prevalga una delle due linee, quella che egli definisce come liberalsocialismo.
E’ ovvio per lui aggiungere che “non è consigliabile la costruzione di una identità forte prendendola a prestito dal radicalismo dei movimenti e dal sindacato”.
Su questa ultima osservazione ci sarebbe molto da replicare a partire dall’inesatto allineamento fra i movimenti dei giovani e l’autonomo esplicarsi dell’iniziativa del sindacato, o meglio della CGIL cui evidentemente fa riferimento.
Il riformismo gradualista è il contrario della accettazione dell’esistente e tanto meno è consolidamento delle disuguaglianze sociali o passiva accettazione delle regole imposte da altri.
Il limite dei sistemi statuali nazionali nel risolvere i problemi  legati alla mancanza di equità o di giustizia sociale erano già presenti in Santi quando, consapevole della dimensione economica nuova della comunità europea, indicava nel sindacato europeo  lo strumento all’altezza della complessità e gravosità dello scontro.
Oggi si sente sulla scena mondiale la mancanza del protagonismo della Unione Europea,  quell’avvocato credibile ed ascoltato di una governance mondiale che Fabius, Mauroy e Rocard hanno richiesto nel loro Manifesto all’indomani della sconfitta elettorale.
Quando Santi poneva il discorso dell’unità dell’Europa il mondo era diviso in blocchi contrapposti e la CGIL compiva, in nome di milioni di militanti, coraggiosamente la rottura con la FSM  all’insegna di una idea di società e di appartenenza totale  ai valori democratici..
Oggi, poi, con una sinistra di governo è arrivato il  tempo di sostenere nell'era della globalizzazione,  così come configurata, con più forza un ruolo primario dell’Europa in materia di aiuti allo sviluppo, di difesa, di tutela dell’ambiente, di promozione dei diritti sociali, di definizione dei beni comuni e dei servizi pubblici.
Il riformismo gradualista ha bisogno di un’unica rappresentanza europea nelle istituzioni finanziarie internazionali, ha bisogno di una progressiva europeizzazione delle politiche sull’immigrazione e sugli aiuti allo sviluppo, ha bisogno di nuove istanze internazionali per assicurare un equilibrio planetario.
Per mantenere la solidarietà, la distribuzione delle risorse deve essere praticata ormai su scala mondiale sia dalle istituzioni sia dai nuovi meccanismi internazionali.
Per salvaguardare la capacità d’intervento dello Stato dobbiamo definire in campo internazionale i beni pubblici e conferire a poteri pubblici internazionali i mezzi per tutelarli
Per tutelare il lavoro contro le eccessive ingerenze del capitale è necessario integrare meglio nel lavoro gli immigrati ed i lavoratori non qualificati.
C’è un oggettivo ritardo elaborativo rispetto al modo come affrontare la globalizzazione mentre le sole azioni comuni significative dei paesi europei che si ricordino sono quelle della decisione della moneta unica e dell’allargamento dell’Unione ad est.
Nei nostri sistemi complessi il posto di quello che una volta si chiamava il compromesso keinesiano può oggi essere preso da un triplice compromesso tra il capitale ed il lavoro, il mercato e lo Stato, la competizione e la solidarietà.
La ricerca continua di tale compromesso può essere il contenuto di una forma di governo sulla quale in Europa si possono trovare intese di progresso. Con la globalizzazione, quella delle grandi società, è sempre il primo termine di questi tre binomi che si rafforza a scapito dell’altro.
Il problema che una sinistra di governo ha di fronte è rappresentato dal fatto che in larga misura e da tempo i singoli governi nazionali si sono messi nelle mani di un sistema globale finanziario e commerciale gestito da persone non elette, il cui scopo è l’ampliamento e la concentrazione del potere e della ricchezza delle aziende multinazionali e delle istituzioni finanziarie per le quali il pianeta è innanzitutto un mercato da sfruttare ed una fonte di capitali.
Quando Fernando Santi poneva l’obiettivo di un riformismo gradualista come mezzo per sconfiggere l’avversario di sempre, i conservatori, e per favorire un sistema di governo nel quale l’interesse generale fosse sempre presente, aveva di fronte nel partito e nel sindacato altri, suoi compagni, che pensavano di abbattere il capitalismo con un programma massimo di rivendicazioni.
Il massimalismo aveva allora un suo profilo riconosciuto e definibile  in correnti politiche e sindacali.
Il confronto d’idee, ed in alcuni casi lo scontro d’idee, produsse lacerazioni e l’indebolimento dell’azione complessiva dei soggetti sociali collettivi, che si richiamavano ad una comune matrice.
Oggi questa tematica – il confronto tra massimalisti e riformisti – va riflettuta alla luce della peculiarità delle posizioni che si colgono nella sinistra politica, nell’area dei sindacati confederali e in quell’altro articolato mondo a più voci che trova un terreno unificante nella parola d’ordine “un altro mondo è possibile”.
Cristallizzare un giudizio definitorio escludente, manifestare un’indisponibilità a capire le ragioni di una protesta che cerca di divenire proposta, professare una sorta di autosufficienza sarebbe un errore.
In molte delle rivendicazioni avanzate dai movimenti dei giovani ci si può legittimamente riconoscere riscoprendo in tempi e condizioni diverse rivendicazioni già nel passato avanzate dai socialisti e dal cattolicesimo democratico.
Come dimenticare le sfide che la povertà pone in ogni tempo agli uomini?
Povertà è fame, povertà è non avere un lavoro, povertà è paura del futuro, incertezza, mancanza di proiezione verso il domani; povertà è mancanza di libertà, libertà fisica e mentale, libertà nel senso più ampio del termine.
Ci si ricorda di cosa Santi ha scritto sul modo in cui erano trattati gli italiani emigrati in America?
Lo dovremmo ricordare quando ci è dato di ascoltare persone con le quali dovremmo condividere una comune appartenenza, l’italianità, tanto cara al Presidente Ciampi ed a noi tutti, e sentiamo cosa dicono rivolti agli immigrati alcuni ministri della Repubblica e sindaci leghisti.
La povertà ha molte facce, cambia aspetto a seconda dei luoghi, degli assetti culturali ed a seconda delle epoche storiche.
La lezione di Santi a fronte delle povertà è che dalla conoscenza di questo stato può scattare e scatta poi una sorta di “richiamo all’azione” sia per i poveri stessi che per coloro che poveri non sono.
Cosa altro è se non questo ciò che è alla base del socialismo padano, il richiamo all’azione come risposta alla deprivazione che colpisce la persona in tutte le sue funzioni essenziali d’essere umano, che  gli toglie la voce,  che gli toglie la possibilità di comunicare, di spiegare, di farsi capire.
In un certo senso, per usare espressioni del lessico più recente, nuove e vecchie povertà richiamano alla esigenza del cambiamento degli assetti, una variazione degli equilibri dalla quale possa derivare maggiore protezione sociale per i più deboli, maggiore accesso al cibo, educazione, salute decorosa, soluzioni abitative.
Sentiamo crescere da parte di molti la richiesta di avere maggior voce.
E’ la stessa richiesta che abbiamo avanzata alla fine degli anni ’60, quando il movimento sindacale diveniva protagonista di quelle grandi contrattazioni che Santi riteneva essenziali, ma anche grande protagonista sociale, come ebbe modo di affermare il congresso di Bari della CGIL.
E proprio come in quegli anni, mestamente, tra suggerimenti autorevoli a darsi da fare con il lavoro nero e scelte del management Fiat che non vuol mai pagare il dazio, ci si avvia a trascorrere un altro Natale, non meno duro di quello che i lavoratori ed il sindacato trascorsero, alla fine degli anni ’60, sotto il Ministero dell’industria con le fabbriche chiuse ed occupate, insieme a Giacomo Brodolini, il ministro del lavoro “da una parte sola, dalla parte dei lavoratori” e dello statuto dei lavoratori, che abbiamo difeso nei mesi scorsi con il consenso generale dei lavoratori.
Oggi è anche a seguito della crisi dell’auto che dobbiamo  ripropone la sfida per l’eradicazione della povertà che avanza e dobbiamo farlo attraverso programmi che puntino ad una crescita economica non effimera.
L’esclusione sociale che si sta producendo e che riguarderà anche le nuove generazioni nasce sicuramente dalla combinazione di diversi fattori quali, ad esempio, la perdita di posti di lavoro, la crisi dell’industria tradizionale, la crescita demografica, l’uso della tecnologia, la competizione internazionale.
L’inserimento sociale, elemento caratterizzante di una politica egualitaria ha bisogno certamente di quello che ha dato il welfare classico attraverso la responsabilizzazione pubblica ed il ricorso alla fiscalità.
Per tenere insieme tutte le risposte che “fanno rete di protezione” il vecchio welfare è tuttavia inadeguato.
La lezione di Santi è anche quella di puntare sul valore della persona,.
Santi, che a Vallombrosa al convegno delle Acli pone il tema dei valori cristiani e della loro influenza positiva anche nell’azione di chi non è credente, ci dà un elemento in più per sostenere che è la stessa società, nella quale la persona esclusa deve essere accolta, la grande risorsa essenziale e riproducibile.
La volontà di dialogo e d’impegno, la fedeltà al valore della dignità umana, la logica del pluralismo e dell’incontro solidale, pongono come attuale per chi crede ai valori del socialismo  quel principio d’eguaglianza tra tutti che è anche un tratto comune con i cattolici.
Come Istituto guardiamo con molto interesse e condividiamo molte delle battaglie sociali promosse da associazioni cattoliche quale quella per i ricongiungimenti familiari per gli immigrati in Europa, quale quella per l’annullamento del debito estero per i paesi sfruttati, od altre che sarebbe troppo dispendioso citare.
La lezione di Santi, avvicinarsi alle persone concrete nella pratica quotidiana, valorizzare le differenze, determinare regolazione economica e regolazione sociale, autonomia e coesione sociale, ci  stimola a stabilire confronti e rapporti con la realtà delle associazioni cattoliche che mirano alla solidarietà ed alla eguaglianza, che si battono per un mondo migliore ma intendono distinguersi rispetto a chi, per sostenere le proprie azioni, ritiene che si possa far ricorso alla violenza.
Santi oltre ad essere stato un dirigente della CGIL e, per molto tempo, punto di sintesi dei socialisti al suo interno, è stato a lungo dirigente socialista nel PSI, un partito nato e radicato tra i lavoratori, un partito le cui radici plurali e le cui origini hanno come base la volontà di  un’affermazione emancipatrice dei lavoratori italiani.
Dai valori umanisti a quelli dell’illuminismo, dall’eredità della rivoluzione inglese, americana e francese, a quella originale del movimento sindacale, a quella del movimento cooperativo, dagli influssi del socialismo utopico, libertario e scientifico, dalla convergenza tra il repubblicanesimo liberale ed il movimento socialista e lavorista, tra riformismo e radicalismo, questa è la storia che si è dipanata fino ai nostri giorni.
Spetta ad altri il gravoso compito di rinnovare una vicenda che è parte integrante della storia del paese.
Andando oltre le eredità politiche e nella considerazione che scelte importanti non possono essere ridotte a ricette interscambiabili, ci piace pensare che la rinascita di una costruzione del futuro passi attraverso la riaffermazione di una idea di trasformazione della società, che della libertà, della eguaglianza e della fraternità sia parte integrante.
Un’idea che si ponga il problema di far ricorso sempre all’uomo, al cittadino ed alla sua responsabilità, e che tenga sempre conto della necessità per ciascuno di avere un lavoro.
Senza lavoro non c’è vera democrazia.
La persona non può essere ridotta alla produzione ed al consumo, come vorrebbe, ad esempio,  la legge Bossi
- Fini, la politica alla gestione ed il senso della vita all’individualismo.
Tante volte abbiamo sentito parlare di sfide per la sinistra, di sfide della sinistra.
Un Istituto come il nostro, uno dei tanti modi in cui si organizza la società civile, sente molto la responsabilità di portare un nome, Fernando Santi, che deve sempre e comunque essere usato con responsabilità e suscitare rispetto.
Pur lontani da forme di collateralismo, non siamo apolidi ed abbiamo la nostra naturale referenza ideale nel mondo del lavoro e nella CGIL in specie.
Immaginiamo la sostanza di una sfida vera, alla quale non ci si deve sottrarre, nella costruzione di un internazionalismo solidale reso necessario dal fatto che l’urgenza dell’eguaglianza e della libertà hanno uno scenario più vasto dal momento che la scandalosa realtà dell’ingiustizia, della miseria, della fame, dell’attentato contro i diritti umani e della mancanza di democrazia è rinvenibile, ormai, ovunque su scala mondiale.
Quando il 20% del pianeta sfrutta l’80% delle risorse, mentre l’80% restante si divide le briciole, va pensato un nuovo modello di sviluppo.
I modelli di solidarietà fino ad ora messi in pratica durante il secolo trascorso, come la solidarietà operaia o quella del welfare state, hanno raggiunto l’obiettivo di procurare beneficio a coloro ai quali si chiedevano sacrifici.
Oggi tutto è più difficile perché il nostro modello di sviluppo non è proponibile universalmente e spesso è insostenibile dal punto di vista ecologico.
Lo sviluppo del sud del mondo esige trasferimento di potere produttivo ed acquisitivo limitando e sottraendolo da quello che oggi possediamo.
E’ ragionevole pensare di potere valutare il tasso di conservatorismo di ognuno di noi dal modo di rispondere ad una sfida di tale natura.
Mettere insieme il maggior numero possibile di soggetti forti per un’azione solidale verso i più deboli potrebbe essere una interessante base per un programma comune delle forze di progresso in Europa.
Di fronte a quello che Stigltz chiama il G1, ovverosia la realtà ormai di una sola superpotenza, quella americana. l’Europa, grande soggetto politico auspicato da Fernando Santi, potrebbe svolgere quella funzione di regolazione degli squilibri e di condizionamento dei rischi di destabilizzazione,  che una superpotenza unica, nella sua solitudine può essere indotta a compiere.
Pur consapevoli dei limiti che singole associazioni quale la nostra hanno nel trasferire in azione propositi di cambiamento quali quelli ora sinteticamente delineati, ma consapevoli della grande forza che a tal fine può prodursi dalla concorrenza di tante persone e soggetti collettivi presenti nella società, guardando al futuro, ci conforta la consapevolezza della attualità dei valori per i quali Fernando Santi si è battuto durante il corso di tutta la sua vita.
Essi, con al centro l’uomo nella sua integrità, permangono ancora oggi come grande leva cui far ricorso nella incessante azione di emancipazione alla quale ognuno è chiamato laddove c’è bisogno ed ingiustizia.

 N o t i z i e
  I DOCUMENTI FINALI DELLA CONFERENZA DEI GIOVANI ALL'ESTERO.   15/12/2008

Pubblichiamo i documenti finali delle Commissioni della Conferenza dei Giovani Italiani all'Estero:
- COMMISSIONE "MULTICULTURALISMO E IDENTITÀ ITALIANA": IL DOCUMENTO FINALE
- SINTESI DELLA DISCUSSIONE DELLA COMMISSIONE "MONDO DEL LAVORO E LAVORO NEL MONDO"
- COMMISSIONE "LINGUA E CULTURA": IL DOCUMENTO FINALE
- COMMISSIONE PARTECIPAZIONE E RAPPRESENTANZA: IL DOCUMENTO FINALE
- COMMISSIONE INFORMAZIONE E COMUNICAZIONE: IL DOCUMENTO FINALE

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  "LE ISTITUZIONI, LE POLITICHE MIGRATORIE, LE RIFORME": A ROMA DUE GIORNATE DI STUDIO PROMOSSE DALL'AITEF.   10/12/2008

"Le istituzioni, le politiche migratorie, le riforme" è il titolo della due giorni organizzata dall'Aitef in collaborazione con l'Aiccre in programma a Roma l'11 e il 12 dicembre prossimi.
I lavori inizieranno giovedì 11 alle 11.30 nella Sala Serafini della sede Aiccre a piazza Fontana di Trevi, ma entreranno nel vivo solo nel pomeriggio quando si insedieranno i gruppo di lavoro su tre tematiche: le riforme istituzionali; la partecipazione; i progetti.

Coordinerà i lavori Michele Scandroglio, Segretario Generale Agg. Aiccre.

Venerdì 12, i lavori saranno ospitati a Palazzo Bologna, uno degli edifici del Senato, in Via di S. Chiara, 4.

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  SI APRE LA CONFERENZA MONDIALE DEI GIOVANI ITALIANI NEL MONDO.   04/12/2008

Serata di benvenuto del Comune di Roma per i delegati  domenica 7 dicembre alle ore 19,30 presso l'Hotel Radisson ES.
Indetta nel luglio scorso dal Ministro degli Affari Esteri, Franco Frattini, si svolgera’ a Roma presso la Fao dal 10 al 12 dicembre prossimo, la prima Conferenza dei giovani italiani nel mondo che sara’ presieduta dal Ministro Frattini o dal Sottosegretario con delega per gli Italiani all’estero, Alfredo Mantica. La seduta inaugurale della Conferenza sarà ospitata dalla Camera dei Deputati e sarà aperta dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.

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  "LINA MERLIN, FATA O STREGA ? ENTI LOCALI, PROSTITUZIONE, TRATTA, IL GIUSTO RAPPORTO TRA TUTELA DEI DIRITTI E SICUREZZA SOCIALE".   03/12/2008

Il prossimo 11 dicembre, dalle 9.00 fino alle 18.00, presso la sala Mechelli del Consiglio regionale del Lazio, in via della Pisana n.1301, si terrà un convegno seminario sul tema della tratta e della prostituzione dal titolo "Lina  Merlin, fata o strega? Enti locali, prostituzione, tratta, il giusto rapporto tra tutela dei diritti e sicurezza sociale ".
L'evento vedrà la partecipazione degli eletti della Regione, delle Province, del Comune di Roma e dei Municipi.
Sono stati invitati il Presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo, il Presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti, il Sindaco di Roma Gianni Alemanno e il Procuratore della Repubblica Luigi De Ficchy.

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  CONVEGNO DELLA CNE SUL PROTAGONISMO DELLE ASSOCIAZIONI ITALIANE ALL'ESTERO.   03/12/2008

Gli interventi di Consiglio (Acli), Coppotelli (Regione Lazio), Amoruso (Unaie), Ricci (Fiei), Prencipe (Cser), Di Mascio (Uim), Volpini (Acli), Simonetti (Consulta Basilicata), Chinedu (Consulta di Roma) Vedovelli (Università per Stranieri di Siena) e del senatore del Pd Micheloni.
"Allargare il campo d’azione dell’associazionismo italiano all’estero, perché possa confrontarsi con i cambiamenti avvenuti sul territorio, dovuti ai grandi processi economici, e con le esigenze delle ultime generazioni e delle nuove emigrazioni". Lo ha rilevato il vice presidente delle Acli Michele Consiglio durante il convegno della Cne "Le associazioni protagoniste all’estero", svoltosi venerdì scorso presso la sede della Regione Lazio.

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  CONVEGNO NAZIONALE CNE: "LE ASSOCIAZIONI COSTRUISCONO IL FUTURO" - RELAZIONE INTRODUTTIVA DEL PRESIDENTE DELLA CNE RINO GIULIANI.   02/12/2008

Ci avviciniamo alla fine dell'anno, occasione di bilanci e di propositi per il futuro.
A tutto campo in questi ultimi mesi si è imposta nel confronto all'interno del mondo dell'emigrazione  la scelta del governo di ridurre drasticamente il disavanzo del bilancio dello stato anche attraverso una contrazione  severa  dei capitoli  riferiti agli italiani all'estero. I toni della discussione sono stati forti, a volte estremi, dentro e fuori del Parlamento .
Ad oggi tuttavia non si vede  all'orizzonte non dico una inversione di tendenza ma un ripensamento da parte dell'esecutivo nazionale.

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