Ricordare
Fernando Santi, ricordarlo soprattutto alle nuove generazioni sottolineando
l’attualità delle sue idee è una delle principali ragioni alla base
della commemorazione che il nostro Istituto ha inteso oggi promuovere
nel centenario della nascita di Santi.
In un periodo quale l’odierno caratterizzato
da rimozioni storiche, da diffuse afasie e da revisionismi che portano
l’acqua al mulino di chi li produce, l’esercizio della memoria può divenire una pratica salutare.
Un esercizio questo tuttavia, che, per essere efficace, va messo
al riparo dalle tentazioni di flettere il passato per meglio sostenere
convenienze del presente.
Il nostro presente è per molti tratti distintivi diverso dal lungo
periodo nel quale si è svolta l’azione sindacale e politica di Fernando
Santi.
I cicli economici che naturalmente il mercato
non è da solo in grado di governare, ed i cui effetti negativi ed
indesiderati colpiscono sempre, largamente, i lavoratori si ripetono
tuttavia anche se in condizioni diverse.
Oggi mentre ricordiamo Santi il paese è percorso da una grave crisi
strutturale del fondamentale sistema produttivo dell’auto.
La nuova economia, illusione di ricchezza conseguibile tramite nuove
e diverse produzioni si è rivelata la strada dei profitti e delle
rovinose cadute in borsa. Non nuovi posti di lavoro ma nuova disoccupazione
e precariato.
Gli operai sono in lotta per il diritto al lavoro e per il futuro
delle loro famiglie.
Non vedo differenze fra la privazione dei nostri genitori nell’Italia
liberata, tra le macerie del sistema produttivo, la vicenda delle
fabbriche occupate e dei licenziamenti dopo la crisi petrolifera
dei primi anni ‘70 e la situazione attuale. Almeno dal punto di
vista degli operai Fiat che risentono oggi in prima persona dell’uso
della flessibilità della forza lavoro nella versione classica e
tradizionale che il padronato conosce e pratica da tempo.
Coloro che interverranno successivamente, e senza i quali questa
commemorazione sarebbe stata incompleta, diranno di Fernando Santi
nel suo tempo, uomo, sindacalista, politico, sottolineando i principi
fondanti della sua azione e gli aspetti salienti di una vita coerentemente
spesa per i lavoratori, soprattutto per quelli più deboli.
Da parte nostra riteniamo di richiamare l’attenzione solo su alcuni
aspetti del pensiero e dell’azione di Santi, su alcune scelte di
fondo che ne hanno ispirato l’azione e che il tempo intercorso non
ha privato di valore.
Mi riferisco all’obiettivo delle “riforme di struttura” che per
oltre un secolo e mezzo è stato il punto di forza per l’analisi
della realtà e che oggi nella abbondante produzione culturale della
sinistra è un concetto abbandonato.
Osserva Napoleone Colajanni che attribuire concretezza al solo mercato
e ritenere concetti astratti capitale e lavoro è una sottovalutazione
del fatto che anche il mercato presuppone una struttura che è andata
cambiando nel tempo e che al fine dello sviluppo delle attività
produttive è importante porsi il problema della proprietà dei mezzi
di produzione “qualitativamente
trasformata dall’estendersi del capitale finanziario”.
E’ compito esclusivo di una sinistra di governo correggere gli squilibri
del capitalismo fatto coincidere con il mercato ponendo quindi in
primo piano la redistribuzione del prodotto stavolta a dimensione
planetaria, come suggeriva di fare, qualche tempo fa, Gloz, oppure
è ancora il tempo di porci il problema di come si riprende lo sviluppo
delle forze produttive?
“Il rafforzamento del capitale finanziario - soggiunge Colajanni
- ha portato alla riduzione degli investimenti industriali dato
che i profitti che si realizzano nella finanza sono particolarmente
elevati non tanto grazie ai dividendi corrisposti dalla società
quanto a seguito della cosiddetta capitalizzazione del mercato finanziario”.
La recente storia della sinistra politica in Italia si caratterizza
per la consistente attenzione al mercato per un declinante impegno nel sostenere le ragioni del ruolo dello Stato.
La conseguenza è che oggi tutti si dichiarano riformisti senza che
si sia effettuata una rielaborazione culturale in grado di far distinguere
i sostenitori del riformismo gradualista da coloro che liberisti,
conservatori o populisti si autodefiniscono riformisti.
Michele Salvati, a sua volta, ha scritto recentemente della identità del partito dei democratici di sinistra e stigmatizzando il riformismo
senza principi si spinge a suggerire di andare oltre le due linee
politiche che si confrontano dopo il congresso di Pesaro, auspicando
che prevalga una delle due linee, quella che egli definisce come
liberalsocialismo.
E’ ovvio per lui aggiungere che “non è consigliabile la costruzione
di una identità forte prendendola a prestito dal radicalismo dei
movimenti e dal sindacato”.
Su questa ultima osservazione ci sarebbe molto da replicare a partire
dall’inesatto allineamento fra i movimenti dei giovani e l’autonomo
esplicarsi dell’iniziativa del sindacato, o meglio della CGIL cui
evidentemente fa riferimento.
Il riformismo gradualista è il contrario della accettazione dell’esistente
e tanto meno è consolidamento delle disuguaglianze sociali o passiva
accettazione delle regole imposte da altri.
Il limite dei sistemi statuali nazionali nel risolvere i problemi legati alla mancanza di equità o di giustizia sociale erano già
presenti in Santi quando, consapevole della dimensione economica
nuova della comunità europea, indicava nel sindacato europeo lo strumento all’altezza della complessità e gravosità dello scontro.
Oggi si sente sulla scena mondiale la mancanza del protagonismo
della Unione Europea, quell’avvocato credibile ed ascoltato di una
governance mondiale che Fabius, Mauroy e Rocard hanno richiesto
nel loro Manifesto all’indomani della sconfitta elettorale.
Quando Santi poneva il discorso dell’unità dell’Europa il mondo
era diviso in blocchi contrapposti e la CGIL compiva, in nome di
milioni di militanti, coraggiosamente la rottura con la FSM
all’insegna di una idea di società e di appartenenza totale ai valori democratici..
Oggi, poi, con una sinistra di governo è arrivato il
tempo di sostenere nell'era della globalizzazione, così come configurata, con più forza un ruolo
primario dell’Europa in materia di aiuti allo sviluppo, di difesa,
di tutela dell’ambiente, di promozione dei diritti sociali, di definizione
dei beni comuni e dei servizi pubblici.
Il riformismo gradualista ha bisogno di un’unica rappresentanza
europea nelle istituzioni finanziarie internazionali, ha bisogno
di una progressiva europeizzazione delle politiche sull’immigrazione
e sugli aiuti allo sviluppo, ha bisogno di nuove istanze internazionali
per assicurare un equilibrio planetario.
Per mantenere la solidarietà, la distribuzione delle risorse deve
essere praticata ormai su scala mondiale sia dalle istituzioni sia
dai nuovi meccanismi internazionali.
Per salvaguardare la capacità d’intervento dello Stato dobbiamo
definire in campo internazionale i beni pubblici e conferire a poteri
pubblici internazionali i mezzi per tutelarli
Per tutelare il lavoro contro le eccessive ingerenze del capitale è necessario integrare meglio nel lavoro gli immigrati ed i lavoratori
non qualificati.
C’è un oggettivo ritardo elaborativo rispetto al modo come affrontare
la globalizzazione mentre le sole azioni comuni significative dei
paesi europei che si ricordino sono quelle della decisione della
moneta unica e dell’allargamento dell’Unione ad est.
Nei nostri sistemi complessi il posto di quello che una volta si
chiamava il compromesso keinesiano può oggi essere preso da un triplice
compromesso tra il capitale ed il lavoro, il mercato e lo Stato,
la competizione e la solidarietà.
La ricerca continua di tale compromesso può essere il contenuto
di una forma di governo sulla quale in Europa si possono trovare
intese di progresso. Con la globalizzazione, quella delle grandi
società, è sempre il primo termine di questi tre binomi che si rafforza
a scapito dell’altro.
Il problema che una sinistra di governo ha di fronte è rappresentato
dal fatto che in larga misura e da tempo i singoli governi nazionali
si sono messi nelle mani di un sistema globale finanziario e commerciale
gestito da persone non elette, il cui scopo è l’ampliamento e la
concentrazione del potere e della ricchezza delle aziende multinazionali
e delle istituzioni finanziarie per le quali il pianeta è innanzitutto
un mercato da sfruttare ed una fonte di capitali.
Quando Fernando Santi poneva l’obiettivo di un riformismo gradualista
come mezzo per sconfiggere l’avversario di sempre, i conservatori,
e per favorire un sistema di governo nel quale l’interesse generale
fosse sempre presente, aveva di fronte nel partito e nel sindacato
altri, suoi compagni, che pensavano di abbattere il capitalismo
con un programma massimo di rivendicazioni.
Il massimalismo aveva allora un suo profilo riconosciuto e definibile in correnti politiche e sindacali.
Il confronto d’idee, ed in alcuni casi lo scontro d’idee, produsse
lacerazioni e l’indebolimento dell’azione complessiva dei soggetti
sociali collettivi, che si richiamavano ad una comune matrice.
Oggi questa tematica – il confronto tra massimalisti e riformisti
– va riflettuta alla luce della peculiarità delle posizioni che
si colgono nella sinistra politica, nell’area dei sindacati confederali
e in quell’altro articolato mondo a più voci che trova un terreno
unificante nella parola d’ordine “un altro mondo è possibile”.
Cristallizzare un giudizio definitorio escludente, manifestare un’indisponibilità a capire le ragioni di una protesta che cerca di divenire proposta,
professare una sorta di autosufficienza sarebbe un errore.
In molte delle rivendicazioni avanzate dai movimenti dei giovani
ci si può legittimamente riconoscere riscoprendo in tempi e condizioni
diverse rivendicazioni già nel passato avanzate dai socialisti e
dal cattolicesimo democratico.
Come dimenticare le sfide che la povertà pone in ogni tempo agli
uomini?
Povertà è fame, povertà è non avere un lavoro, povertà è paura del
futuro, incertezza, mancanza di proiezione verso il domani; povertà
è mancanza di libertà, libertà fisica e mentale, libertà nel senso
più ampio del termine.
Ci si ricorda di cosa Santi ha scritto sul modo in cui erano trattati
gli italiani emigrati in America?
Lo dovremmo ricordare quando ci è dato di ascoltare persone con
le quali dovremmo condividere una comune appartenenza, l’italianità,
tanto cara al Presidente Ciampi ed a noi tutti, e sentiamo cosa
dicono rivolti agli immigrati alcuni ministri della Repubblica e
sindaci leghisti.
La povertà ha molte facce, cambia aspetto a seconda dei luoghi,
degli assetti culturali ed a seconda delle epoche storiche.
La lezione di Santi a fronte delle povertà è che dalla conoscenza
di questo stato può scattare e scatta poi una sorta di “richiamo
all’azione” sia per i poveri stessi che per coloro che poveri non
sono.
Cosa altro è se non questo ciò che è alla base del socialismo padano,
il richiamo all’azione come risposta alla deprivazione che colpisce
la persona in tutte le sue funzioni essenziali d’essere umano, che
gli toglie la voce, che
gli toglie la possibilità di comunicare, di spiegare, di farsi capire.
In un certo senso, per usare espressioni del lessico più recente,
nuove e vecchie povertà richiamano alla esigenza del cambiamento
degli assetti, una variazione degli equilibri dalla quale possa
derivare maggiore protezione sociale per i più deboli, maggiore
accesso al cibo, educazione, salute decorosa, soluzioni abitative.
Sentiamo crescere da parte di molti la richiesta di avere maggior
voce.
E’ la stessa richiesta che abbiamo avanzata alla fine degli anni
’60, quando il movimento sindacale diveniva protagonista di quelle
grandi contrattazioni che Santi riteneva essenziali, ma anche grande
protagonista sociale, come ebbe modo di affermare il congresso di
Bari della CGIL.
E proprio come in quegli anni, mestamente, tra suggerimenti autorevoli
a darsi da fare con il lavoro nero e scelte del management Fiat
che non vuol mai pagare il dazio, ci si avvia a trascorrere un altro
Natale, non meno duro di quello che i lavoratori ed il sindacato
trascorsero, alla fine degli anni ’60, sotto il Ministero dell’industria
con le fabbriche chiuse ed occupate, insieme a Giacomo Brodolini,
il ministro del lavoro “da una parte sola, dalla parte dei lavoratori” e dello statuto dei lavoratori, che abbiamo difeso nei mesi scorsi
con il consenso generale dei lavoratori.
Oggi è anche a seguito della crisi dell’auto che dobbiamo
ripropone la sfida per l’eradicazione della povertà che avanza
e dobbiamo farlo attraverso programmi che puntino ad una crescita
economica non effimera.
L’esclusione sociale che si sta producendo e che riguarderà anche
le nuove generazioni nasce sicuramente dalla combinazione di diversi
fattori quali, ad esempio, la perdita di posti di lavoro, la crisi
dell’industria tradizionale, la crescita demografica, l’uso della
tecnologia, la competizione internazionale.
L’inserimento sociale, elemento caratterizzante di una politica
egualitaria ha bisogno certamente di quello che ha dato il welfare
classico attraverso la responsabilizzazione pubblica ed il ricorso
alla fiscalità.
Per tenere insieme tutte le risposte che “fanno rete di protezione”
il vecchio welfare è tuttavia inadeguato.
La lezione di Santi è anche quella di puntare sul valore della persona,.
Santi, che a Vallombrosa al convegno delle Acli pone il tema dei
valori cristiani e della loro influenza positiva anche nell’azione
di chi non è credente, ci dà un elemento in più per sostenere che
è la stessa società, nella quale la persona esclusa deve essere
accolta, la grande risorsa essenziale e riproducibile.
La volontà di dialogo e d’impegno, la fedeltà al valore della dignità
umana, la logica del pluralismo e dell’incontro solidale, pongono
come attuale per chi crede ai valori del socialismo quel principio d’eguaglianza tra tutti che
è anche un tratto comune con i cattolici.
Come Istituto guardiamo con molto interesse e condividiamo molte
delle battaglie sociali promosse da associazioni cattoliche quale
quella per i ricongiungimenti familiari per gli immigrati in Europa,
quale quella per l’annullamento del debito estero per i paesi sfruttati,
od altre che sarebbe troppo dispendioso citare.
La lezione di Santi, avvicinarsi alle persone concrete nella pratica
quotidiana, valorizzare le differenze, determinare regolazione economica
e regolazione sociale, autonomia e coesione sociale, ci
stimola a stabilire confronti e rapporti con la realtà delle
associazioni cattoliche che mirano alla solidarietà ed alla eguaglianza,
che si battono per un mondo migliore ma intendono distinguersi rispetto
a chi, per sostenere le proprie azioni, ritiene che si possa far
ricorso alla violenza.
Santi oltre ad essere stato un dirigente della CGIL e, per molto
tempo, punto di sintesi dei socialisti al suo interno, è stato a
lungo dirigente socialista nel PSI, un partito nato e radicato tra
i lavoratori, un partito le cui radici plurali e le cui origini
hanno come base la volontà di un’affermazione
emancipatrice dei lavoratori italiani.
Dai valori umanisti a quelli dell’illuminismo, dall’eredità della
rivoluzione inglese, americana e francese, a quella originale del
movimento sindacale, a quella del movimento cooperativo, dagli influssi
del socialismo utopico, libertario e scientifico, dalla convergenza
tra il repubblicanesimo liberale ed il movimento socialista e lavorista,
tra riformismo e radicalismo, questa è la storia che si è dipanata
fino ai nostri giorni.
Spetta ad altri il gravoso compito di rinnovare una vicenda che è parte integrante della storia del paese.
Andando oltre le eredità politiche e nella considerazione che scelte
importanti non possono essere ridotte a ricette interscambiabili,
ci piace pensare che la rinascita di una costruzione del futuro
passi attraverso la riaffermazione di una idea di trasformazione
della società, che della libertà, della eguaglianza e della fraternità sia parte integrante.
Un’idea che si ponga il problema di far ricorso sempre all’uomo,
al cittadino ed alla sua responsabilità, e che tenga sempre conto
della necessità per ciascuno di avere un lavoro.
Senza lavoro non c’è vera democrazia.
La persona non può essere ridotta alla produzione ed al consumo,
come vorrebbe, ad esempio, la
legge Bossi
- Fini, la politica alla gestione ed il senso della vita all’individualismo.
Tante volte abbiamo sentito parlare di sfide per la sinistra, di
sfide della sinistra.
Un Istituto come il nostro, uno dei tanti modi in cui si organizza
la società civile, sente molto la responsabilità di portare un nome,
Fernando Santi, che deve sempre e comunque essere usato con responsabilità e suscitare rispetto.
Pur lontani da forme di collateralismo, non siamo apolidi ed abbiamo
la nostra naturale referenza ideale nel mondo del lavoro e nella
CGIL in specie.
Immaginiamo la sostanza di una sfida vera, alla quale non ci si
deve sottrarre, nella costruzione di un internazionalismo solidale
reso necessario dal fatto che l’urgenza dell’eguaglianza e della
libertà hanno uno scenario più vasto dal momento che la scandalosa
realtà dell’ingiustizia, della miseria, della fame, dell’attentato
contro i diritti umani e della mancanza di democrazia è rinvenibile,
ormai, ovunque su scala mondiale.
Quando il 20% del pianeta sfrutta l’80% delle risorse, mentre l’80%
restante si divide le briciole, va pensato un nuovo modello di sviluppo.
I modelli di solidarietà fino ad ora messi in pratica durante il
secolo trascorso, come la solidarietà operaia o quella del welfare
state, hanno raggiunto l’obiettivo di procurare beneficio a coloro
ai quali si chiedevano sacrifici.
Oggi tutto è più difficile perché il nostro modello di sviluppo
non è proponibile universalmente e spesso è insostenibile dal punto
di vista ecologico.
Lo sviluppo del sud del mondo esige trasferimento di potere produttivo
ed acquisitivo limitando e sottraendolo da quello che oggi possediamo.
E’ ragionevole pensare di potere valutare il tasso di conservatorismo
di ognuno di noi dal modo di rispondere ad una sfida di tale natura.
Mettere insieme il maggior numero possibile di soggetti forti per
un’azione solidale verso i più deboli potrebbe essere una interessante
base per un programma comune delle forze di progresso in Europa.
Di fronte a quello che Stigltz chiama il G1, ovverosia la realtà
ormai di una sola superpotenza, quella americana. l’Europa, grande
soggetto politico auspicato da Fernando Santi, potrebbe svolgere
quella funzione di regolazione degli squilibri e di condizionamento
dei rischi di destabilizzazione, che una superpotenza unica, nella sua solitudine
può essere indotta a compiere.
Pur consapevoli dei limiti che singole associazioni quale la nostra
hanno nel trasferire in azione propositi di cambiamento quali quelli
ora sinteticamente delineati, ma consapevoli della grande forza
che a tal fine può prodursi dalla concorrenza di tante persone e
soggetti collettivi presenti nella società, guardando al futuro,
ci conforta la consapevolezza della attualità dei valori per i quali
Fernando Santi si è battuto durante il corso di tutta la sua vita.
Essi, con al centro l’uomo nella sua integrità,
permangono ancora oggi come grande leva cui far ricorso nella incessante
azione di emancipazione alla quale ognuno è chiamato laddove c’è bisogno ed ingiustizia.
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