|
In questi mesi, come gruppo dirigente della
Cgil, abbiamo avuto già altre occasioni per ricordare la figura
di Fernando Santi.
Da qualche anno, infatti, siamo entrati in una fase nella quale
il centenario è diventato il metro di misura della memoria dell’organizzazione.
Abbiamo cominciato con i centenari delle prime istituzioni della
CGIL, le Camere del Lavoro, che sono stati anche un’occasione
per riflettere sul ruolo e la forza che le strutture confederali
provinciali hanno avuto nella storia del movimento sindacale italiano,
e segnatamente della CGIL. Strutture che, come sappiamo, rappresentano
una delle grandi originalità del percorso storico del sindacalismo
italiano.
E’ arrivato poi il momento dei centenari delle grandi federazioni
di categoria, in particolare abbiamo da poco ricordato a Bologna
la FEDERTERRA, e anche quella è stata un’occasione per ripensare
al rapporto tra il formarsi di nuclei di lavoratori sostanzialmente
omogenei e la costruzione di strumenti di difesa, come si diceva
allora, di resistenza e di lotta.
Naturalmente andando di centenario in centenario ci imbattiamo
anche nei centenari anagrafici, e in fondo, se ci si pensa, c’è una intera generazione, in parte scomparsa, che arriva a questa
distanza molto importante e molto simbolica.
Fernando Santi è uno di questi, insieme a Riccardo Lombardi, a
De Martino, a Foa e potrei ricordarne altri, che non a
caso metto assieme, che di quella storia rappresentano una parte
importante dei protagonisti, delle persone, spesso legate tra
di loro da rapporti complessi, ma sicuramente segnati tutti da
un’altissima statura morale.
Il filo conduttore, nelle operazioni della memoria, è il raffronto
tra le differenze e le similitudini di allora e di oggi, ed è
un esercizio che in fondo lega la memoria della vita delle persone
e delle generazioni. Quello che colpisce, quando si recuperano
queste storie, è, da un lato, l’esistenza di un nucleo di problemi
e di questioni che - malgrado il contesto profondamente diverso
- si mantengono pressoché uguali; e, dall’altro, la straordinaria
distanza nella storia di una camera del lavoro, di una categoria,
di un uomo come Fernando Santi, tra l’Italia, la città, il comune,
il territorio in cui si operava allora e la situazione in cui
si opera o in cui si vive oggi.
In fondo cento anni non sono moltissimi, sono sostanzialmente
tre o quattro generazioni che si avvicendano, eppure la distanza
tra l’Italia di quell’inizio secolo e l’Italia di oggi è per tanti
versi molto rilevante.
Di Fernando Santi conosciamo molto, e molto è stato qui detto
soprattutto da Piero Boni, che ha avuto l’occasione di conoscerlo
per molto tempo nella sua attività e politica e sindacale, e quindi
non voglio aggiungere molte cose, solo due o tre che mi hanno
molto colpito andando a rileggere per rievocare la sua figura,
e che credo debbano restare nella memoria dell’organizzazione,
nella memoria collettiva: la prima è il suo straordinario rigore.
Fortunatamente tutta la storia della CGIL è costellata
di straordinari esempi di rigore e di dedizione all’incarico,
al lavoro, alla missione e alla difesa delle proprie idee , cosa
questa che credo rappresenti in fondo la vera e propria spina
dorsale della nostra storia, che è fatta di lavoratori, di quadri,
di dirigenti che sostanzialmente sono stati sempre accomunati da questo tratto distintivo.
In Fernando Santi questo è particolarmente vero perché, viene
da una famiglia molto povera, sia da parte di madre sia da parte
di padre. E’ figlio di un ferroviere, ma ferroviere anche allora
voleva dire molte cose, infatti il papà di Fernando Santi faceva
il lavoro più umile che c’era allora nelle ferrovie.
In questa famiglia povera lui cresce e all’età di quattordici
quindici anni inizia ad esercitare la propria spinta, la propria
scelta politica e, dopo un po’, immediatamente anche sindacale.
Sono gli anni in cui si avvia la guerra e lui a quindici anni
comincia le sue battaglie.
Dice nelle sue memorie: “Ricordo il fattore evocativo, oltre che
delle esperienze di mio padre, che mi raccontava la durezza del
suo lavoro, le scelte e la lotta per l'emancipazione” allora si
diceva così per i lavoratori “mi ricordo questi giornali, queste
parole che avevano dei suoni evocativi straordinari” lui né ricorda
uno “La squilla” e attorno
a questo comincia la sua azione tra i giovani del suo paese, della
sua città e quasi contemporaneamente comincia subito dopo il suo
impegno sindacale. A vent’anni era già, in parte, un uomo politico,
nel senso che era un uomo che si batteva per le sue idee e aveva
già una funzione sindacale.
La Parma di allora era realmente una Parma molto diversa da quella
di oggi, sostanzialmente caratterizzata
non tanto dal formarsi di nuclei di proletariato industriale,
come in altre parti, ma prevalentemente dalle grandi lotte dei
lavoratori e dei braccianti, della terra.
Era stata Parma la capitale di uno straordinario sciopero generale,
quello del 1908, quello voluto e difeso dai sindacalisti rivoluzionari,
e Parma era, in fondo, nella storia del sindacato di allora, la
città in cui visibilmente si fronteggiavano due orientamenti,
due scelte: da una parte, la culla del sindacalismo rivoluzionario
- che ebbe una storia non piccola nelle vicende del pre-fascismo
- e contemporaneamente, dall’altra parte, un orientamento di tipo
riformista. Ad un certo punto c’erano addirittura due camere del
lavoro, una al di qua del fiume, l’altra al di là, e ognuna rivendicava
per se stessa la propria legittimità. Il sindacalismo rivoluzionario
non fu solo un fatto di lotte agricole o di lotte di braccianti.
Mentre a Milano, infatti, prese i connotati di un vero e proprio
sindacalismo industriale, a Parma aveva queste caratteristiche
ed è intorno a queste che Santi vive le atmosfere, e risente naturalmente
di quella lotta che fu in ogni caso una lotta epica, perché, dopo
lo sciopero generale, ci furono la repressione, i moti, i morti.
Alceste De Ambris è costretto a fuggire in esilio perché viene
perseguitato e quando ritorna, dopo due anni, viene accolto come
una specie di trionfatore nella sua città, tale era il legame
anche di persone di orientamento così diverso da quello di Fernando
Santi, e Fernando Santi si batte contro il fascismo, si batte
ancora giovanissimo. Si iscrive al Partito Socialista Unificato,
il partito che poi fu essenzialmente di Turati e di Matteotti
e paga per questo; viene bastonato, come tanti dirigenti sindacali
e politici del tempo ed è costretto a lasciare Parma.
Da Parma quindi si trasferisce a Milano e vive, con la moglie
appena sposata, una vita poverissima della quale in qualche memoria
lui ricorda i tratti. Sono pagine straordinarie che dicono molto
non solo di lui; dicono molto anche dei sacrifici che molti dirigenti
pagarono per le proprie scelte di vita.
Santi e sua moglie trovarono casa in un retrobottega, di un negozio
di un antifascista e vissero lì le loro esperienze, i primi anni
di matrimonio, lui arrangiandosi come poteva, la moglie, che ebbe
presto un figlio, vivendo in quella condizione. Lui ricorda quando,
trasferendosi da questo retrobottega, riuscirono a passare in
una camera ammobiliata: quale sorriso in fondo la moglie e lui
poterono avere per questo salto di qualità della vita!
Durante gli anni del fascismo tira a campare, facendo sostanzialmente
l’attività di venditore, attività che accomunò molti sindacalisti,
che, non potendo esercitare naturalmente la loro funzione, riuscivano,
in questo modo, a sbarcare il lunario.
Pochi sanno che Fernando Santi partecipa ad una delle pagine più
fulgide della resistenza, quella della Libera Repubblica dell’Ossola
con Umberto Terracini. Lui porta questa sua esperienza, e ci sono
anche qui dei ricordi, delle memorie assolutamente straordinarie
anche del suo modo di intendere, ad esempio, l’organizzazione
della Repubblica dell’Ossola, le sue funzioni e il fatto che anche
in quella situazione lui non si dimenticava che c’era un problema
di difesa dell’autonomia, della difesa dei lavoratori.
Poi c’è il Santi che noi conosciamo, a partire da quando arriva
a Roma, prima a dirigere la Categoria Nazionale, poi nel ’47 entra
nella segreteria della CGIL, anni in cui la CGIL si divideva.
Dobbiamo sempre considerare, quando ragioniamo di quel periodo,
la assoluta compenetrazione di ruoli e di passioni in cui era
facilissimo superare quel confine che pure allora esisteva tra
funzioni di rappresentanza sindacale e funzioni di rappresentanza
politica.
In quel periodo, quello che poi porterà alla scissione, il ruolo
più importante che Santi ha avuto, insieme con Di Vittorio, è quello di aver contribuito a tenere unita la CGIL, attraverso
quello statuto dei diritti delle minoranze, che anche Piero Boni
ricordava. E’ importante
segnalarlo, perché, ravviso in quella scelta originaria la capacità
di stare oggi in un’organizzazione in grado di tenere assieme
e preservare l’unità, pur contemporaneamente rispettando la dialettica
fra le varie posizioni programmatiche presenti.
In questo lui ha dato un contributo fondamentale, naturalmente
accanto a Giuseppe Di Vittorio, al quale Santi riconosce il grande
merito di aver segnato il passaggio da una concezione tipicamente
corporativa ad una concezione generale del sindacato italiano
e della CGIL, come lui diceva “un sindacato che non mira soltanto
a occuparsi della difesa materiale degli interessi ma si occupa
di economia, di valori, di politica redistributiva, di politica
di riforme”. Il Piano del lavoro è in fondo la conseguenza e anche
il punto più alto di questo passaggio.
In tutta onestà, sono convinto che il contributo più alto che
ha dato Fernando Santi, e generalmente la corrente socialista
alla CGIL, appartiene al lavoro che viene fatto tra il’56 e il’65.
In fondo dopo i fatti di Ungheria si misura con assoluta forza,
anche dentro la CGIL, il bisogno di un distacco da un modello,
e il bisogno di costruire una CGIL più attenta ai fermenti che
si andavano proponendo nella società e
nell’economia italiana e nei processi di industrializzazione.
I due anni chiave sono il ’55, con la sconfitta alla FIAT e la
riflessione sulla politica contrattuale e su quegli errori, e
nel’56 l’Ungheria.
In quella stagione Santi, e con lui i compagni della corrente
socialista, operano sostanzialmente la scelta che poi diventerà
la forza della CGIL e del sindacato italiano, nella seconda metà
degli anni ’60, e cioè il binomio tra autonomia e unità; autonomia
intesa innanzi tutto come autonomia non tanto dai partiti (quando
affrontiamo il tema della autonomia si pensa sempre, ancora oggi,
all’autonomia del sindacato dal partito o del movimento sindacale
dal sistema dei partiti) ma piuttosto come autonomia progettuale
e rivendicativa, il costruire un sindacato che poggiasse su un
solido sistema di rappresentanza dei lavoratori attraverso gli
strumenti del sindacato.
Questo è sostanzialmente il valore di quel richiamo, e di quella
costruzione dell’autonomia contemporaneamente
all’unità, perché è evidente che se la rappresentanza del lavoro
avviene attraverso la contrattazione, attraverso la costruzione
di strumenti contrattuali, l’unità non può essere più soltanto
un accidente, l’unità diventa un requisito, un dover essere nella
costruzione di quel sindacato; poi si può riuscire o meno a restare
uniti, ma in un sindacato che vuole contrattare, esprimere un
progetto autonomo, l’unità è una condizione importante.
Il lavoro in quella direzione mi sembra il contributo più grande
che Santi ha lasciato alla CGIL, insieme alla grande attenzione
verso il mondo dei cattolici e segnatamente del cattolicesimo
sociale.
Se si rilegge oggi il discorso che lui tenne a Vallombrosa al
convegno delle ACLI, impressiona la lucidità con la quale individua
nei valori del pensiero cattolico valori e riferimenti importanti
anche per la CGIL. Individua già il tratto distintivo che può tenere unite una visione laica e una visione religiosa dei valori:
il rispetto della persona.
Al fondo, quando noi oggi, nella nostra idea di sindacato dei
diritti, difendiamo sostanzialmente l’idea che i diritti appartengono
alla persona, partiamo da una premessa di valori condivisi da
più culture, da più ispirazioni, da più punti di vista che è anche
il terreno sul quale si costruisce un’unità fatta anche di storia,
di apporti, di sensibilità e di scelte diverse
Insomma difendiamo un’idea che è nata anche da quella intuizione.
Non a caso ci sarà poi una stagione molto feconda di rapporti
con la presenza cattolica, sia nel sindacato, sia nella società,
tra i lavoratori, e diventa una delle condizioni attraverso cui
poi le lotte di fine ’68 segnano una grande stagione di unità.
Poi c’è il Santi politico. Su questo aspetto è stato, anche qui,
detto molto, e anche su questo versante gli ultimi anni sono quelli
che daranno a Santi le inquietudini e anche le amarezze più forti.
Tra tutte la scissione del ’63 perché con la scissione si separano
due persone come Foa e Fernando Santi, cioè due persone amiche.
Quando Vittorio Foa ricorda in un libro dei suoi rapporti con
il gruppo dirigente della CGIL, Foa dice: “io stimavo moltissimo
Di Vittorio ma non ero amico di Di Vittorio, il mio vero amico
era Fernando Santi, con lui condividevamo passioni, interessi”.
Di Santi, Foa dà un ricordo straordinario fino ad arrivare a ricordare
quando, a scissione consumata, anche in CGIL con la corrente socialista
che si divide tra le due scelte politiche, Vittorio Foa va da
Santi e gli dice: “tu per la tua statura e il tuo ruolo potresti
continuare a rappresentare il punto di riferimento per tutti i
socialisti, ovunque collocati”; sia per chi restava nella vecchia
casa che per chi andava
nella nuova formazione politica. Santi naturalmente rifiuta e
dopo due anni, al congresso di Bologna, lascia l’organizzazione.
Dicevo inquietudine perché, a questo passaggio, a questa divisione,
seguiranno gli anni e le scelte difficili sul primo centrosinistra,
poi qualche disavventura. Anche allora, una candidatura non iterata
nel proprio collegio, il restare fuori dalla rappresentanza parlamentare,
il chiudersi in se stesso con un carico di amarezza al quale lui
guardava sempre con ironia.
C’è una frase che mi ha molto colpito a proposito di questi suoi
problemi, dei suoi avversari che naturalmente c’erano allora come
oggi, lui dice: “mi è capitato un destino curioso, perché mi ero
ripromesso di fare come l’indiano, stare sulla riva del fiume
e aspettare che passassero i cadaveri dei miei nemici e poi un
giorno mi son guardato dentro e mi sono accorto che il cadavere
che passava sul fiume in realtà era il mio”; c’è molta ironia,
ma c’è naturalmente anche molta tristezza.
Questo era e questo è stato Fernando Santi, queste sono le lezioni
che lui lascia.
Nel ’63 partecipò ad una riunione degli amici del mondo per parlare
di Mercato Economico Comune, allora si chiamava così l’Unione
Europea, riunione che lui inizia in questo modo (e qui c’è davvero
la sua idea del sindacato e dell’autonomia): “io qui vi parlo
da sindacalista e come sindacalista” intendendo cioè dire che
in un dibattito che aveva quei profili e magari avrà avuto la
partecipazione di molte persone di diverse esperienze, lui rivendicava
di poterne parlare esattamente nella funzione di rappresentanza
che aveva.
Per ultimo voglio dire che, se penso al suo rigore, ai contributi
che lui ha dato, in fondo il profilo più bello lo ha fatto Sandro
Pertini, quando, ricordandolo in Parlamento ha detto due parole
secondo me fulminanti per allora e per dopo: “Fernando Santi nato
povero, morì povero”.
E così è stato.
Fernando Santi appartiene a quella storia di dirigenti che hanno
speso la loro vita unicamente nella difesa degli interessi dei
lavoratori, per le loro idee, che hanno combattuto con passione
e che hanno pensato unicamente a questo.
Anche per questo io penso che noi gli dobbiamo non solo il dovere
della memoria, non solo quello della gratitudine ma anche, come
vale per molti altri, l’indicazione a costituire per tutti un
esempio per il futuro.
|