Istituto Fernando Santi                                                 



   Convegni

 

 

 

 

 

 



Fernando Santi, un esempio da ricordare
Guglielmo Epifani, Segretario Generale della CGIL


In questi mesi, come gruppo dirigente della Cgil, abbiamo avuto già altre occasioni per ricordare la figura di Fernando Santi.
Da qualche anno, infatti, siamo entrati in una fase nella quale il centenario è diventato il metro di misura della memoria dell’organizzazione. Abbiamo cominciato con i centenari delle prime istituzioni della CGIL, le Camere del Lavoro, che sono stati anche un’occasione per riflettere sul ruolo e la forza che le strutture confederali provinciali hanno avuto nella storia del movimento sindacale italiano, e segnatamente della CGIL. Strutture che, come sappiamo, rappresentano una delle grandi originalità del percorso storico del sindacalismo italiano.
E’ arrivato poi il momento dei centenari delle grandi federazioni di categoria, in particolare abbiamo da poco ricordato a Bologna la FEDERTERRA, e anche quella è stata un’occasione per ripensare al rapporto tra il formarsi di nuclei di lavoratori sostanzialmente omogenei e la costruzione di strumenti di difesa, come si diceva allora, di resistenza e di lotta.
Naturalmente andando di centenario in centenario ci imbattiamo anche nei centenari anagrafici, e in fondo, se ci si pensa, c’è una intera generazione, in parte scomparsa, che arriva a questa distanza molto importante e molto simbolica.
Fernando Santi è uno di questi, insieme a Riccardo Lombardi, a De Martino,  a Foa e potrei ricordarne altri, che non a caso metto assieme, che di quella storia rappresentano una parte importante dei protagonisti, delle persone, spesso legate tra di loro da rapporti complessi, ma sicuramente segnati tutti da un’altissima statura morale.
Il filo conduttore, nelle operazioni della memoria, è il raffronto tra le differenze e le similitudini di allora e di oggi, ed è un esercizio che in fondo lega la memoria della vita delle persone e delle generazioni. Quello che colpisce, quando si recuperano queste storie, è, da un lato, l’esistenza di un nucleo di problemi e di questioni che - malgrado il contesto profondamente diverso - si mantengono pressoché uguali; e, dall’altro, la straordinaria distanza nella storia di una camera del lavoro, di una categoria, di un uomo come Fernando Santi, tra l’Italia, la città, il comune, il territorio in cui si operava allora e la situazione in cui si opera o in cui si vive oggi.
In fondo cento anni non sono moltissimi, sono sostanzialmente tre o quattro generazioni che si avvicendano, eppure la distanza tra l’Italia di quell’inizio secolo e l’Italia di oggi è per tanti versi molto rilevante.
Di Fernando Santi conosciamo molto, e molto è stato qui detto soprattutto da Piero Boni, che ha avuto l’occasione di conoscerlo per molto tempo nella sua attività e politica e sindacale, e quindi non voglio aggiungere molte cose, solo due o tre che mi hanno molto colpito andando a rileggere per rievocare la sua figura, e che credo debbano restare nella memoria dell’organizzazione, nella memoria collettiva: la prima è il suo straordinario rigore.
Fortunatamente tutta la storia della CGIL è costellata  di straordinari esempi di rigore e di dedizione all’incarico, al lavoro, alla missione e alla difesa delle proprie idee , cosa questa che credo rappresenti in fondo la vera e propria spina dorsale della nostra storia, che è fatta di lavoratori, di quadri, di dirigenti che  sostanzialmente sono stati sempre accomunati da questo tratto distintivo.
In Fernando Santi questo è particolarmente vero perché, viene da una famiglia molto povera, sia da parte di madre sia da parte di padre. E’ figlio di un ferroviere, ma ferroviere anche allora voleva dire molte cose, infatti il papà di Fernando Santi faceva il lavoro più umile che c’era allora nelle ferrovie.
In questa famiglia povera lui cresce e all’età di quattordici quindici anni inizia ad esercitare la propria spinta, la propria scelta politica e, dopo un po’, immediatamente anche sindacale.
Sono gli anni in cui si avvia la guerra e lui a quindici anni comincia le sue battaglie.
Dice nelle sue memorie: “Ricordo il fattore evocativo, oltre che delle esperienze di mio padre, che mi raccontava la durezza del suo lavoro, le scelte e la lotta per l'emancipazione” allora si diceva così per i lavoratori “mi ricordo questi giornali, queste parole che avevano dei suoni evocativi straordinari” lui né ricorda uno “La squilla” e attorno a questo comincia la sua azione tra i giovani del suo paese, della sua città e quasi contemporaneamente comincia subito dopo il suo impegno sindacale. A vent’anni era già, in parte, un uomo politico, nel senso che era un uomo che si batteva per le sue idee e aveva già una funzione sindacale.
La Parma di allora era realmente una Parma molto diversa da quella di oggi, sostanzialmente  caratterizzata non tanto dal formarsi di nuclei di proletariato industriale, come in altre parti, ma prevalentemente dalle grandi lotte dei lavoratori e dei braccianti, della terra.
Era stata Parma la capitale di uno straordinario sciopero generale, quello del 1908, quello voluto e difeso dai sindacalisti rivoluzionari, e Parma era, in fondo, nella storia del sindacato di allora, la città in cui visibilmente si fronteggiavano due orientamenti, due scelte: da una parte, la culla del sindacalismo rivoluzionario - che ebbe una storia non piccola nelle vicende del pre-fascismo - e contemporaneamente, dall’altra parte, un orientamento di tipo riformista. Ad un certo punto c’erano addirittura due camere del lavoro, una al di qua del fiume, l’altra al di là, e ognuna rivendicava per se stessa la propria legittimità. Il sindacalismo rivoluzionario non fu solo un fatto di lotte agricole o di lotte di braccianti. Mentre a Milano, infatti, prese i connotati di un vero e proprio sindacalismo industriale, a Parma aveva queste caratteristiche ed è intorno a queste che Santi vive le atmosfere, e risente naturalmente di quella lotta che fu in ogni caso una lotta epica, perché, dopo lo sciopero generale, ci furono la repressione, i moti, i morti. Alceste De Ambris è costretto a fuggire in esilio perché viene perseguitato e quando ritorna, dopo due anni, viene accolto come una specie di trionfatore nella sua città, tale era il legame anche di persone di orientamento così diverso da quello di Fernando Santi, e Fernando Santi si batte contro il fascismo, si batte ancora giovanissimo. Si iscrive al Partito Socialista Unificato, il partito che poi fu essenzialmente di Turati e di Matteotti e paga per questo; viene bastonato, come tanti dirigenti sindacali e politici del tempo ed è costretto a lasciare Parma.
Da Parma quindi si trasferisce a Milano e vive, con la moglie appena sposata, una vita poverissima della quale in qualche memoria lui ricorda i tratti. Sono pagine straordinarie che dicono molto non solo di lui; dicono molto anche dei sacrifici che molti dirigenti pagarono per le proprie scelte di vita.
Santi e sua moglie trovarono casa in un retrobottega, di un negozio di un antifascista e vissero lì le loro esperienze, i primi anni di matrimonio, lui arrangiandosi come poteva, la moglie, che ebbe presto un figlio, vivendo in quella condizione. Lui ricorda quando, trasferendosi da questo retrobottega, riuscirono a passare in una camera ammobiliata: quale sorriso in fondo la moglie e lui poterono avere per questo salto di qualità della vita!
Durante gli anni del fascismo tira a campare, facendo sostanzialmente l’attività di venditore, attività che accomunò molti sindacalisti, che, non potendo esercitare naturalmente la loro funzione, riuscivano, in questo modo, a sbarcare il lunario.
Pochi sanno che Fernando Santi partecipa ad una delle pagine più fulgide della resistenza, quella della Libera Repubblica dell’Ossola con Umberto Terracini. Lui porta questa sua esperienza, e ci sono anche qui dei ricordi, delle memorie assolutamente straordinarie anche del suo modo di intendere, ad esempio, l’organizzazione della Repubblica dell’Ossola, le sue funzioni e il fatto che anche in quella situazione lui non si dimenticava che c’era un problema di difesa dell’autonomia, della difesa dei lavoratori.
Poi c’è il Santi che noi conosciamo, a partire da quando arriva a Roma, prima a dirigere la Categoria Nazionale, poi nel ’47 entra nella segreteria della CGIL, anni in cui la CGIL si divideva.
Dobbiamo sempre considerare, quando ragioniamo di quel periodo, la assoluta compenetrazione di ruoli e di passioni in cui era facilissimo superare quel confine che pure allora esisteva tra funzioni di rappresentanza sindacale e funzioni di rappresentanza politica.
In quel periodo, quello che poi porterà alla scissione, il ruolo più importante che Santi ha avuto, insieme con Di Vittorio, è quello di aver contribuito a tenere unita la CGIL, attraverso quello statuto dei diritti delle minoranze, che anche Piero Boni ricordava.  E’ importante segnalarlo, perché, ravviso in quella scelta originaria la capacità di stare oggi in un’organizzazione in grado di tenere assieme e preservare l’unità, pur contemporaneamente rispettando la dialettica fra le varie posizioni programmatiche presenti.
In questo lui ha dato un contributo fondamentale, naturalmente accanto a Giuseppe Di Vittorio, al quale Santi riconosce il grande merito di aver segnato il passaggio da una concezione tipicamente corporativa ad una concezione generale del sindacato italiano e della CGIL, come lui diceva “un sindacato che non mira soltanto a occuparsi della difesa materiale degli interessi ma si occupa di economia, di valori, di politica redistributiva, di politica di riforme”. Il Piano del lavoro è in fondo la conseguenza e anche il punto più alto di questo passaggio.
In tutta onestà, sono convinto che il contributo più alto che ha dato Fernando Santi, e generalmente la corrente socialista alla CGIL, appartiene al lavoro che viene fatto tra il’56 e il’65. In fondo dopo i fatti di Ungheria si misura con assoluta forza, anche dentro la CGIL, il bisogno di un distacco da un modello, e il bisogno di costruire una CGIL più attenta ai fermenti che si andavano proponendo nella società e  nell’economia italiana e nei processi di industrializzazione.
I due anni chiave sono il ’55, con la sconfitta alla FIAT e la riflessione sulla politica contrattuale e su quegli errori, e nel’56 l’Ungheria.
In quella stagione Santi, e con lui i compagni della corrente socialista, operano sostanzialmente la scelta che poi diventerà la forza della CGIL e del sindacato italiano, nella seconda metà degli anni ’60, e cioè il binomio tra autonomia e unità; autonomia intesa innanzi tutto come autonomia non tanto dai partiti (quando affrontiamo il tema della autonomia si pensa sempre, ancora oggi, all’autonomia del sindacato dal partito o del movimento sindacale dal sistema dei partiti) ma piuttosto come autonomia progettuale e rivendicativa, il costruire un sindacato che poggiasse su un solido sistema di rappresentanza dei lavoratori attraverso gli strumenti del sindacato.
Questo è sostanzialmente il valore di quel richiamo, e di quella costruzione dell’autonomia  contemporaneamente all’unità, perché è evidente che se la rappresentanza del lavoro avviene attraverso la contrattazione, attraverso la costruzione di strumenti contrattuali, l’unità non può essere più soltanto un accidente, l’unità diventa un requisito, un dover essere nella costruzione di quel sindacato; poi si può riuscire o meno a restare uniti, ma in un sindacato che vuole contrattare, esprimere un progetto autonomo, l’unità è una condizione importante.
Il lavoro in quella direzione mi sembra il contributo più grande che Santi ha lasciato alla CGIL, insieme alla grande attenzione verso il mondo dei cattolici e segnatamente del cattolicesimo sociale.
Se si rilegge oggi il discorso che lui tenne a Vallombrosa al convegno delle ACLI, impressiona la lucidità con la quale individua nei valori del pensiero cattolico valori e riferimenti importanti anche per la CGIL. Individua già il tratto distintivo che può tenere unite una visione laica e una visione religiosa dei valori: il rispetto della persona.
Al fondo, quando noi oggi, nella nostra idea di sindacato dei diritti, difendiamo sostanzialmente l’idea che i diritti appartengono alla persona, partiamo da una premessa di valori condivisi da più culture, da più ispirazioni, da più punti di vista che è anche il terreno sul quale si costruisce un’unità fatta anche di storia, di apporti, di sensibilità e di scelte diverse
Insomma difendiamo un’idea che è nata anche da quella intuizione. Non a caso ci sarà  poi una stagione molto feconda di rapporti con la presenza cattolica, sia nel sindacato, sia nella società, tra i lavoratori, e diventa una delle condizioni attraverso cui poi le lotte di fine ’68 segnano una grande stagione di unità.
Poi c’è il Santi politico. Su questo aspetto è stato, anche qui, detto molto, e anche su questo versante gli ultimi anni sono quelli che daranno a Santi le inquietudini e anche le amarezze più forti.
Tra tutte la scissione del ’63 perché con la scissione si separano due persone come Foa e Fernando Santi, cioè due persone amiche.
Quando Vittorio Foa ricorda in un libro dei suoi rapporti con il gruppo dirigente della CGIL, Foa dice: “io stimavo moltissimo Di Vittorio ma non ero amico di Di Vittorio, il mio vero amico era Fernando Santi, con lui condividevamo passioni, interessi”.
Di Santi, Foa dà un ricordo straordinario fino ad arrivare a ricordare quando, a scissione consumata, anche in CGIL con la corrente socialista che si divide tra le due scelte politiche, Vittorio Foa va da Santi e gli dice: “tu per la tua statura e il tuo ruolo potresti continuare a rappresentare il punto di riferimento per tutti i socialisti, ovunque collocati”; sia per chi restava nella vecchia casa che per  chi andava nella nuova formazione politica. Santi naturalmente rifiuta e dopo due anni, al congresso di Bologna, lascia l’organizzazione.
Dicevo inquietudine perché, a questo passaggio, a questa divisione, seguiranno gli anni e le scelte difficili sul primo centrosinistra, poi qualche disavventura. Anche allora, una candidatura non iterata nel proprio collegio, il restare fuori dalla rappresentanza parlamentare, il chiudersi in se stesso con un carico di amarezza al quale lui guardava sempre con ironia.
C’è una frase che mi ha molto colpito a proposito di questi suoi problemi, dei suoi avversari che naturalmente c’erano allora come oggi, lui dice: “mi è capitato un destino curioso, perché mi ero ripromesso di fare come l’indiano, stare sulla riva del fiume e aspettare che passassero i cadaveri dei miei nemici e poi un giorno mi son guardato dentro e mi sono accorto che il cadavere che passava sul fiume in realtà era il mio”; c’è molta ironia, ma c’è naturalmente anche molta tristezza.
Questo era e questo è stato Fernando Santi, queste sono le lezioni che lui lascia.
Nel ’63 partecipò ad una riunione degli amici del mondo per parlare di Mercato Economico Comune, allora si chiamava così l’Unione Europea, riunione che lui inizia in questo modo (e qui c’è davvero la sua idea del sindacato e dell’autonomia): “io qui vi parlo da sindacalista e come sindacalista” intendendo cioè dire che in un dibattito che aveva quei profili e magari avrà avuto la partecipazione di molte persone di diverse esperienze, lui rivendicava di poterne parlare esattamente nella funzione di rappresentanza che aveva.
Per ultimo voglio dire che, se penso al suo rigore, ai contributi che lui ha dato, in fondo il profilo più bello lo ha fatto Sandro Pertini, quando, ricordandolo in Parlamento ha detto due parole secondo me fulminanti per allora e per dopo: “Fernando Santi nato povero, morì povero”.
E così è stato.
Fernando Santi appartiene a quella storia di dirigenti che hanno speso la loro vita unicamente nella difesa degli interessi dei lavoratori, per le loro idee, che hanno combattuto con passione e che hanno pensato unicamente a questo.
Anche per questo io penso che noi gli dobbiamo non solo il dovere della memoria, non solo quello della gratitudine ma anche, come vale per molti altri, l’indicazione a costituire per tutti un esempio per il futuro.

 N o t i z i e
  UTILIZZARE LE ASSOCIAZIONI NAZIONALI NELL’ELABORAZIONE DELLE LEGGI E PER DIFFONDERE CULTURA E TRADIZIONI ITALIANE: APPELLO DELL’AITEF AL GOVERNO ITALIANO.   19/12/2008

Anche la voce del Segretario nazionale dell’Aitef, Filippo Caria, si unisce al coro di proteste contro i tagli che il Senato ha apportato ai capitoli di bilancio in favore degli Italiani nel mondo. Introducendo i lavori dell’incontro di studio organizzato dell’Aitef d’intesa con l’Aiccre su "Istituzioni, Le politiche migratorie, Le riforme" Caria ha proposto alle Associazioni Nazionali ed alla CNE di organizzare un incontro per esaminare le iniziativa da assumere in ordine alla mozione e alle proposte di legge di modifica dei Comites e del Consiglio Generale degli Italiani nel Mondo presentate dal sen. Claudio Micheloni.

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  CONFERENZA GIOVANI ITALIANI NEL MONDO: GLI INTERVENTI DELLE ISTITUZIONI.   19/12/2008

L’importanza della Conferenza è stata riconosciuta dai massimi vertici dello Stato, il Presidente della Repubblica e i Presidenti di Camera e Senato, che hanno accolto a Montecitorio delegati e invitati in una seduta straordinaria di grande valore simbolico e sostanziale.

I lavori hanno evidenziato la ricchezza di analisi e proposte dei giovani, pronti a continuare ad operare in rete, fra loro e con l’Italia, al fine di reciproco arricchimento culturale, linguistico, economico e sociale e del progressivo, positivo consolidamento del “sistema Italia” all’estero.

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  IMMIGRAZIONE: IL PARLAMENTO CAMBI GLI INACCETTABILI PROVVEDIMENTI DEL GOVERNO - UN APPELLO DELLE ASSOCIAZIONI.   15/12/2008

Con il pretesto di contrastare l'immigrazione clandestina i recenti provvedimenti del Governo e del Parlamento, colpiscono tutti gli immigrati, soprattutto coloro che  vivono e lavorano regolarmente nel nostro paese rispettando le leggi.
L'integrazione diventa un percorso ad ostacoli che esclude e inibisce i percorsi positivi di inserimento dei migranti nella società italiana.

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  IL BRASILE NEL CLUB DEI PAESI A BASSA FECONDITA'.   15/12/2008

Nel 2007, secondo l’indagine dell’IBGE (l’ente della statistica ufficiale brasiliana) sulle famiglie, la fecondità brasiliana risulta pari a 1,9[1], inferiore dunque al livello di sostituzione di due figli per donna: una contrazione rapidissima, dagli oltre cinque prevalenti appena una generazione addietro. Il Brasile aveva una popolazione poco superiore a quella italiana nel 1950 (53 milioni contro 47), ma conta oggi (2008) 190 milioni di abitanti, cioè più del triplo dell’Italia.

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  SITO CGIE: LINK DEI DOCUMENTI E DEGLI INTERVENTI DELLA CONFERENZA DEI GIOVANI ITALIANI ALL'ESTERO.   15/12/2008

Sul sito del CGIE è possibile reperire tutti i documenti della Conferenza. L'indirizzo della pagina con l'elenco dei documenti è:
http://www.cgie.it/ricerca_comites.asp
A partire dal documento scaturito dalla riunione di Stoccarda del 1 dicembre 2007 a cui hanno preso parte i rappresentanti dei giovani italiani in Germania e Austria.
Il secondo link si riferisce al documento scaturito dalla riunione del 15 dicembre a Santiago del Cile a cui hanno preso parte i rappresentanti dei giovani italiani in Cile.

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  EUROSTAT PUBBLICA IL RAPPORTO: ITALIA VERSO L'ANALFABETISMO INFORMATICO.   15/12/2008

Eurostat ha pubblicato un’indagine sul rapporto tra cittadini europei e Internet. A quanto pare il livello della cultura informatica in Italia è piuttosto basso…
MOSTRO TECNOLOGICO - Abbiamo parlato del dominio.it quando compiva vent’anni, di come la fruizione di internet sorpassi quella della tv, scriviamo queste righe su un giornale online e chi le sta leggendo può dirsi in grado di navigare il “World Wide Web”. Eppure, un’indagine Eurostat ci avverte che, rispetto a quasi tutti gli altri paesi europei, il nostro è arretrato. I dati che indagano sul rapporto tra cervelli umani e cervelli elettronici ci disegnano insomma poco “internet friendly”: “le potenzialità della Rete – si legge – vengono sottovalutate per scarsa diffusione della cultura informatica”.

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  INTERVISTA A RINO GIULIANI PRESIDENTE DELLA CNE SU CONFERENZA DEI GIOVANI, PARTECIPAZIONE E RAPPRESENTANZA.   15/12/2008

La Conferenza dei giovani italiani all'estero si è conclusa Quale è  il giudizio della CNE sulle risultanze di tale incontro?
La CNE da un giudizio positivo sul confronto di idee  che si è prodotto in tale incontro. I giovani delegati dai consolati ed i giovani invitati dal territorio italiano hanno trasmesso una forte energia  che ha attraversato la Sala della Conferenza.   Alla vista,  molti i  giovani preparati, sulla pista di lancio per divenire componenti delle elites  responsabili nei paesi in cui vivono, giovani che con forte senso autocritico hanno riconosciuto che per essere  veri delegati bisognava fare di più. Significativamente durante i lavori della commissione  per la stesura del documento ''partecipazione e rappresentanza'' infatti sono state denunciate forme di nepotismo e di mancanza di trasparenza e di oggettività dei criteri che hanno guidato alcuni Comites nella scelta dei partecipanti alla conferenza.

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