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Mi sembra opportuno formulare alcune considerazioni,
necessariamente schematiche, sul carattere e i contenuti del riformismo
di Fernando Santi.
Recentemente è stato affermato che il sostantivo riformista è
una parola “malata”. L’affermazione a mio avviso è assai discutibile.
Proprio la vicenda di Santi sta invece a indicarci che il riformismo
è problema e indirizzo permanente e storico nel dibattito della
sinistra e di quello socialista. Si tratta infatti di saper indicare
e perseguire quel riformismo, o meglio quella politica riformista
che nelle condizioni date meglio corrisponde a finalità di giustizia
e di progresso civile e sociale.
Sotto questo profilo è utile ed opportuno riflettere sulla esperienza
di Fernando Santi. Egli così definiva i riformisti e il riformismo:
I riformisti: “Sono uomini umani civili, sono uomini onesti
di fede, ma badate bene uomini tutt’altro che accomodanti, duri
nelle lotte, intransigenti
nei principi”
.
“Credo nella sicura conquista di ogni giorno, credo nella necessità
di trasferire nel costume, negli ordinamenti, nelle leggi le conquiste
operaie perché siano salvaguardate e divengano patrimonio civile
di tutta la società”.
Piuttosto che su definizioni generali, sempre un po’ astratte
e discutibili, cercherò di sottolineare in alcuni episodi e scelte
concrete, come Santi abbia perseguito e inteso il suo riformismo.
Uno degli esempi più rilevanti è costituito dal suo impegno per
la realizzazione dello Statuto dei lavoratori.
Nel 1970 Santi era scomparso da poco tempo, ma in precedenza aveva
contribuito con Di Vittorio a elaborare le linee dello Statuto,
fin dal Congresso di Napoli della Cgil nel 1952 ed aveva sempre
seguito e sostenuto questo obiettivo. Nella soluzione della crisi
di Governo dell’autunno del ’68, con De Martino, Santi sostenne
la candidatura a Ministro del lavoro di Giacomo Brodolini e gli
assicurò tutto il suo appoggio.
Credo che nessuno possa contestare che lo Statuto sia nella nostra
storia uno degli esempi più significativi e validi di una vera
politica riformista.
Santi non poté vedere purtroppo l’approvazione dello Statuto ma
il suo contributo resta importante.
Altro esempio di notevole rilievo resta il suo apporto, come sindacalista
e come esponente politico, alla affermazione di una incisiva ed
effettiva politica di programmazione economica. Riuscì ad evitare
l’isolamento della Cgil, polemizzando quando era necessario coi
sindacati comunisti, fino a convincerli all’astensione unitaria
(socialisti e comunisti) in Parlamento. A muovere dal Piano del
lavoro ed alle posizioni in materia di Di Vittorio, coerenza e
interesse generale dei lavoratori e del Paese, ed autonomia del
sindacato, comportavano una posizione non pregiudizialmente ostile.
Ai fini di una politica di centro-sinistra effettivamente riformatrice,
Santi non era certamente meno severo ed attento anche nei confronti
del suo stesso partito.
Con Lombardi e Giolitti nel giugno del ’63 fu infatti fra i protagonisti
della decisione difficile di non accettare il programma del primo
Governo di centro-sinistra. Episodio poi passato alla cronaca
politica con la definizione di “notte di San Gregorio”. Così il
riformista Santi, pur favorevole in linea di principio all’unificazione
socialista fra Psi e socialdemocratici negli anni ’66-’67 fu contrario
alle modalità con le quali quest’operazione politica andava realizzandosi.
Al Congresso che concludeva questa operazione politica egli espose
col consueto vigore le motivazioni della sua opposizione. Fra
esse anche l’esigenza (testuale) “che essere socialisti significhi
ancor oggi essere galantuomini”.
Preoccupazione che le successive vicende socialiste hanno purtroppo
confermata come ben motivata.
Va ricordato infatti ancora una volta il suo esempio di rigore
morale e di modestia. All’estate nei periodi di vacanza invano
si sarebbe cercato Fernando Santi negli alberghi a cinque stelle
delle Dolomiti o a navigare nel Mediterraneo nelle barche degli
amici.
Egli si sarebbe trovato, ospite di una modesta pensione, nella
provincia della sua Parma, nel paese di Compiano, già capitale
durante la Resistenza della libera Repubblica della Val del Taro,
intento a giocare a carte con gli ex partigiani. Grati di questi
suoi soggiorni i cittadini di Compiano hanno dedicato a Santi
una stele ricordo. Ci voleva infatti il coraggio degli ex partigiani
per giocare con Fernando, capace di diventare furibondo anche
per il più piccolo errore. Solo con Pertini non osava trascendere
perché in fondo erano entrambi fatti della stessa pasta riformista.
Di un riformismo partecipato, cosciente, espressione di cultura
e maturità della classe lavoratrice. Solo con un riformismo di
questo tipo le riforme sono possibili e rimangono sicure. Per
queste sue motivazioni profonde sia nella Cgil come nel Partito,
Santi lottò contro, e si oppose ad ogni scissione. Nella Cgil
alla scissione del luglio ’48 della corrente cristiana e nel 1949
dei social democratici e repubblicani come alle prospettive del
sindacato socialista del 1956 e ’66. Nel partito alla scissione
socialdemocratica di Saragat del 1947, a quella della cosiddetta
sinistra nel 1964 in occasione del primo governo di centro-sinistra
ad opera di Vecchietti-Foa-Valori ed altri, ed infine a quella
di Ferri, Tanassi e Preti nel 1968 dopo l’unificazione socialista.
Il suo riformismo doveva nascere e crescere fra i lavoratori in
una libera ed autonoma elaborazione e in una dialettica che non
escludeva i confronti più vivaci e approfonditi, doveva essere
moderno ed innovatore e senza complessi di inferiorità culturale
verso alcuno, attento e curioso verso i movimenti in atto nella
società. Santi seppe comprendere e valutare i movimenti studenteschi
del ’68 così anche oggi, senza forzare troppo il suo pensiero
ed il suo esempio, con la cautela necessaria che queste ipotesi
comportanto, si può, a mio avviso, ritenere con fondamento che
egli sarebbe dalla parte dei giovani del “newglobal” e con gli esponenti dei cosiddetti “girotondi”.
Un riformismo quindi che non può certo essere accusato come sovente
avviene anche in certi ambienti della sinistra, di essere “conservatore”
quando respinge con decisione e coerenza ogni attacco ai diritti
dei cittadini e dei lavoratori, come nel caso della difesa dell’art.
18 dello Statuto dei lavoratori. Così come non si può essere definiti
conservatori o ciechi di fronte alle evoluzioni in atto, se si
respingono gli attacchi di chi vuole ridurre le conquiste del welfare-state, pur con tutte le contraddizioni
e i ritardi di questo nostro sistema. Così come non è una posizione
superata, la difesa dei diritti conquistati, così per l’acquisizione
di nuovi diritti, Santi ribadisce che occorre sempre stare coi
piedi per terra, non tentare rovinose fughe in avanti, misurare
con realismo lo stato effettivo dei rapporti di forze e procedere
con gradualismo, gradualismo che egli stesso definisce rivoluzionario.
Riformismo gradualista fattore di effettivo e sostanziale progresso
dei lavoratori e della società nel suo insieme. Fermo in queste
sue convinzioni e in questi suoi principi è toccato a Santi lo
strano destino di essere considerato negli anni iniziali del dopoguerra
fino a metà degli anni ’60 un uomo di destra specie all’interno
del Partito, e non certo nella Cgil e nei successivi periodi del
centro-sinistra e dei tentativi di unificazione un uomo troppo
a sinistra come è accaduto anche per Riccardo Lombardi. A chi
gli muoveva questa osservazione egli replicava caustico e sferzante,
l’ironia e la battuta non gli facevano certo difetto: “voi
siete andati da sinistra sempre più a destra. Io sono sempre rimasto sulle mie posizioni”.
Il riformismo di Santi è stato definito da alcuni compagni e da
alcuni storici “riformismo padano”. Forse il primo a formulare
questa espressione è stato Vittorio Foa. Non ritengo che sia una
definizione giusta e tanto meno una valutazione storica adeguata.
Oggi io ritengo che non si debba più parlare di riformismo padano,
espressione che di questi tempi può suonare equivoca se non addirittura
dispregiativa, in quanto, se è pur vero che storicamente importanti
esperienze riformiste sono state compiute in Emilia, in Romagna,
in Lombardia e in altre regioni settentrionali, il pensiero, l’azione
e l’impegno riformista non possono essere geograficamente localizzate
e limitate. Esse appartengono
alla storia socialista del nostro movimento operaio e a tutta
la sinistra e non hanno frontiera.
Il riformismo di Santi si colloca pertanto fra i contributi più validi della nostra storia riformista quali quelli di F. Turati,
C. Treves. B. Buozzi, G. Matteotti. Un riformismo senza aggettivi,
valido ieri, attuale e impegnativo ancora oggi.
Pilastro portante di questa concezione riformista accanto al Partito è il sindacato. Un sindacato unitario, autonomo indipendente,
democratico, veramente casa di tutti i lavoratori di ogni orientamento
politico o credo religioso, un sindacato senza ospiti o padroni
di casa.
Dei circa quattro lustri che Santi ha passato in Cgil dal giugno
1947, I° Congresso di Firenze unitario al V° di Bologna nel 1965
nel quale volontariamente decise di non proseguire, molto ci sarebbe
anche oggi da raccogliere e da riflettere, a cominciare dalla
sua stessa decisione di lasciare, decisione che pur a distanza
di tanto tempo mi lascia ancora perplesso.
Delle molte problematiche che si potrebbero approfondire, mi limito
a solo due rapidi cenni, il primo relativo ad aspetti della politica
unitaria, il secondo al rapporto sindacato-istituzioni.
Sulla politica unitaria ci ha lasciato un insegnamento permanente
con l’indicazione che diede subito dopo la scissione del luglio
1948: “L’unità sindacale
non si rimpiange, si riconquista”.
Da allora Egli si è sempre impegnato per questo obiettivo ben
consapevole che l’unità è la condizione primaria per l’autorevolezza
ed il prestigio del sindacato, e che un sindacato unitario proprio
per la sua forza ed il suo prestigio è espressione di maturità
dei lavoratori e come tale è anche più consapevole della responsabilità che ha verso tutti i lavoratori e verso il Paese.
Verso la riconquista dell’unità sindacale Santi ha operato perseguendo
due indirizzi fondamentali e necessari sempre: il primo per l’acquisizione
di una democrazia sindacale in grado di saper tutelare le minoranze
in ogni momento ed in ogni occasione, da ciò le modifiche dello
Statuto della Cgil prima e dopo la scissione e, secondo indirizzo,
un impegno costante perché l’azione e la concezione della Cgil
fossero sempre tali da prefigurare possibilmente il futuro sindacato
unitario. Da ciò il suo impegno per la conquista della contrattazione
aziendale e per un efficace sistema contrattuale, la posizione
della Cgil nel ’56 sui fatti dell’Ungheria, l’azione per un’Europa
dei lavoratori e l’uscita della Cgil dalla Federazione Sindacale
Mondiale di influenza sovietica, l’attenzione e la convergenza
con le Acli, la programmazione, ed in fine il rifiuto del sindacato
socialista.
È un elenco incompleto e sommario che ben altrimenti andrebbe
approfondito e discusso.
Quest’unità per cui Santi si era tanto impegnato, sembrata vicina
o quasi raggiunta nei primi anni ’70 è stata poi mancata con la
federazione Cgil-Cisl-Uil che si è limitata ad amministrare una
pur sempre utile e necessaria unità d’azione.
Oggi credo si possa fondatamente affermare che allora l’unità
sindacale fu mancata perché, il pur forte e unito sindacato, uscito
dall’autunno caldo, non seppe resistere adeguatamente alle pressioni
politiche segnatamente della DC e del PCI non favorevoli all’unità sindacale per ragioni diverse, e un PSI favorevole, ma non in
grado di incidere sulla situazione in maniera decisiva.
A distanza di 30 anni lo scenario è profondamente mutato, come
è ben presente a tutti. Negli anni ’90 è caduto il muro di Berlino,
sono scomparsi dalla nostra scena politica il PCI, la DC e il
PSI, il sindacato italiano, come è stato osservato recentemente
da un osservatore attento della nostra situazione sociale, si
ritrova oggi ad essere “orfano dei partiti”. Questa condizione
e l’aggravarsi della situazione economica come evidenzia la crisi
FIAT, la prospettiva tragica di un declino industriale, possono
e devono costituire motivo di ripresa unitaria. Vanno superate
e lasciate alle spalle le divisioni pur legittime di questi ultimi
tempi. È auspicabile che la Cgil con rinnovato vigore sia all’altezza
di questa grande responsabilità.
Ma le esperienze e le indicazioni di Santi restano degne di riflessione
attuale non solo per la problematica unitaria ma anche per l’aspetto,
cui prima accennavo e che ad essa è collegato, il rapporto sindacato-istituzioni.
Nel 1955 l’editore Laterza ha raccolto in un volume saggi sul
sindacalismo italiano scritti dai dirigenti sindacali di allora.
Nel suo contributo Santi si sofferma con notevole equilibrio e
sensibilità giuridica insospettabile, per uno privo di appositi
studi, sul problema relativo alla rappresentanza e alla rappresentatività sindacale.
Santi si dichiara favorevole all’applicazione dell’art. 39 della
Costituzione ed ai principi di democrazia sindacale ivi sanciti.
Anche oggi, sulla via dell’auspicabile ripresa unitaria questa
problematica è oggetto di dibattito e di confronto, dal ricorso
al referendum, alla efficacia erga omnes del contratto collettivo, alla
rappresentanza e alla rappresentatività sindacale, ai nuovi diritti.
Le osservazioni di Santi sono di un acume e di una lucidità sorprendenti.
C’è da rammaricarsi che siano poco note e di difficile reperimento.
Forse la Cgil farebbe bene a curare un’apposita ristampa con relativo
commento. Purtroppo, come è noto, la legge sindacale che sanzionava
almeno una parte di questi principi non è stata approvata nella
scorsa legislatura.
Oggi si misurano il danno e le conseguenze assai
negative di questo mancato traguardo.
Proprio per quanto accaduto, anche su questo terreno la lezione
di Santi ed il suo riformismo costituiscono un contributo utile
e costruttivo.
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