Istituto Fernando Santi                                                 



   Convegni

 

 

 

 

 

 



Interventi preordinati
Piero Boni, Presidente onorario della Fondazione "Giacomo Brodolini"


Mi sembra opportuno formulare alcune considerazioni, necessariamente schematiche, sul carattere e i contenuti del riformismo di Fernando Santi.
Recentemente è stato affermato che il sostantivo riformista è una parola “malata”. L’affermazione a mio avviso è assai discutibile. Proprio la vicenda di Santi sta invece a indicarci che il riformismo è problema e indirizzo permanente e storico nel dibattito della sinistra e di quello socialista. Si tratta infatti di saper indicare e perseguire quel riformismo, o meglio quella politica riformista che nelle condizioni date meglio corrisponde a finalità di giustizia e di progresso civile e sociale.
Sotto questo profilo è utile ed opportuno riflettere sulla esperienza di Fernando Santi. Egli così definiva i riformisti e il riformismo:
I riformisti: “Sono uomini umani civili, sono uomini onesti di fede, ma badate bene uomini tutt’altro che accomodanti, duri nelle lotte,  intransigenti nei principi” .
“Credo nella sicura conquista di ogni giorno, credo nella necessità di trasferire nel costume, negli ordinamenti, nelle leggi le conquiste operaie perché siano salvaguardate e divengano patrimonio civile di tutta la società”
.
Piuttosto che su definizioni generali, sempre un po’ astratte e discutibili, cercherò di sottolineare in alcuni episodi e scelte concrete, come Santi abbia perseguito e inteso il suo riformismo.
Uno degli esempi più rilevanti è costituito dal suo impegno per la realizzazione dello Statuto dei lavoratori.
Nel 1970 Santi era scomparso da poco tempo, ma in precedenza aveva contribuito con Di Vittorio a elaborare le linee dello Statuto, fin dal Congresso di Napoli della Cgil nel 1952 ed aveva sempre seguito e sostenuto questo obiettivo. Nella soluzione della crisi di Governo dell’autunno del ’68, con De Martino, Santi sostenne la candidatura a Ministro del lavoro di Giacomo Brodolini e gli assicurò tutto il suo appoggio.
Credo che nessuno possa contestare che lo Statuto sia nella nostra storia uno degli esempi più significativi e validi di una vera politica riformista.
Santi non poté vedere purtroppo l’approvazione dello Statuto ma il suo contributo resta importante.
Altro esempio di notevole rilievo resta il suo apporto, come sindacalista e come esponente politico, alla affermazione di una incisiva ed effettiva politica di programmazione economica. Riuscì ad evitare l’isolamento della Cgil, polemizzando quando era necessario coi sindacati comunisti, fino a convincerli all’astensione unitaria (socialisti e comunisti) in Parlamento. A muovere dal Piano del lavoro ed alle posizioni in materia di Di Vittorio, coerenza e interesse generale dei lavoratori e del Paese, ed autonomia del sindacato, comportavano una posizione non pregiudizialmente ostile.
Ai fini di una politica di centro-sinistra effettivamente riformatrice, Santi non era certamente meno severo ed attento anche nei confronti del suo stesso partito.
Con Lombardi e Giolitti nel giugno del ’63 fu infatti fra i protagonisti della decisione difficile di non accettare il programma del primo Governo di centro-sinistra. Episodio poi passato alla cronaca politica con la definizione di “notte di San Gregorio”. Così il riformista Santi, pur favorevole in linea di principio all’unificazione socialista fra Psi e socialdemocratici negli anni ’66-’67 fu contrario alle modalità con le quali quest’operazione politica andava realizzandosi. Al Congresso che concludeva questa operazione politica egli espose col consueto vigore le motivazioni della sua opposizione. Fra esse anche l’esigenza (testuale) “che essere socialisti significhi ancor oggi essere galantuomini”.
Preoccupazione che le successive vicende socialiste hanno purtroppo confermata come ben motivata.
Va ricordato infatti ancora una volta il suo esempio di rigore morale e di modestia. All’estate nei periodi di vacanza invano si sarebbe cercato Fernando Santi negli alberghi a cinque stelle delle Dolomiti o a navigare nel Mediterraneo nelle barche degli amici.
Egli si sarebbe trovato, ospite di una modesta pensione, nella provincia della sua Parma, nel paese di Compiano, già capitale durante la Resistenza della libera Repubblica della Val del Taro, intento a giocare a carte con gli ex partigiani. Grati di questi suoi soggiorni i cittadini di Compiano hanno dedicato a Santi una stele ricordo. Ci voleva infatti il coraggio degli ex partigiani per giocare con Fernando, capace di diventare furibondo anche per il più piccolo errore. Solo con Pertini non osava trascendere perché in fondo erano entrambi fatti della stessa pasta riformista.
Di un riformismo partecipato, cosciente, espressione di cultura e maturità della classe lavoratrice. Solo con un riformismo di questo tipo le riforme sono possibili e rimangono sicure. Per queste sue motivazioni profonde sia nella Cgil come nel Partito, Santi lottò contro, e si oppose ad ogni scissione. Nella Cgil alla scissione del luglio ’48 della corrente cristiana e nel 1949 dei social democratici e repubblicani come alle prospettive del sindacato socialista del 1956 e ’66. Nel partito alla scissione socialdemocratica di Saragat del 1947, a quella della cosiddetta sinistra nel 1964 in occasione del primo governo di centro-sinistra ad opera di Vecchietti-Foa-Valori ed altri, ed infine a quella di Ferri, Tanassi e Preti nel 1968 dopo l’unificazione socialista.
Il suo riformismo doveva nascere e crescere fra i lavoratori in una libera ed autonoma elaborazione e in una dialettica che non escludeva i confronti più vivaci e approfonditi, doveva essere moderno ed innovatore e senza complessi di inferiorità culturale verso alcuno, attento e curioso verso i movimenti in atto nella società. Santi seppe comprendere e valutare i movimenti studenteschi del ’68 così anche oggi, senza forzare troppo il suo pensiero ed il suo esempio, con la cautela necessaria che queste ipotesi comportanto, si può, a mio avviso, ritenere con fondamento che egli sarebbe dalla parte dei giovani del “newglobal” e con gli esponenti dei cosiddetti “girotondi”.
Un riformismo quindi che non può certo essere accusato come sovente avviene anche in certi ambienti della sinistra, di essere “conservatore” quando respinge con decisione e coerenza ogni attacco ai diritti dei cittadini e dei lavoratori, come nel caso della difesa dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori. Così come non si può essere definiti conservatori o ciechi di fronte alle evoluzioni in atto, se si respingono gli attacchi di chi vuole ridurre le conquiste del welfare-state, pur con tutte le contraddizioni e i ritardi di questo nostro sistema. Così come non è una posizione superata, la difesa dei diritti conquistati, così per l’acquisizione di nuovi diritti, Santi ribadisce che occorre sempre stare coi piedi per terra, non tentare rovinose fughe in avanti, misurare con realismo lo stato effettivo dei rapporti di forze e procedere con gradualismo, gradualismo che egli stesso definisce rivoluzionario.
Riformismo gradualista fattore di effettivo e sostanziale progresso dei lavoratori e della società nel suo insieme. Fermo in queste sue convinzioni e in questi suoi principi è toccato a Santi lo strano destino di essere considerato negli anni iniziali del dopoguerra fino a metà degli anni ’60 un uomo di destra specie all’interno del Partito, e non certo nella Cgil e nei successivi periodi del centro-sinistra e dei tentativi di unificazione un uomo troppo a sinistra come è accaduto anche per Riccardo Lombardi. A chi gli muoveva questa osservazione egli replicava caustico e sferzante, l’ironia e la battuta non gli facevano certo difetto: “voi siete andati da sinistra sempre più a destra.  Io sono sempre rimasto sulle mie posizioni”.
Il riformismo di Santi è stato definito da alcuni compagni e da alcuni storici “riformismo padano”. Forse il primo a formulare questa espressione è stato Vittorio Foa. Non ritengo che sia una definizione giusta e tanto meno una valutazione storica adeguata. Oggi io ritengo che non si debba più parlare di riformismo padano, espressione che di questi tempi può suonare equivoca se non addirittura dispregiativa, in quanto, se è pur vero che storicamente importanti esperienze riformiste sono state compiute in Emilia, in Romagna, in Lombardia e in altre regioni settentrionali, il pensiero, l’azione e l’impegno riformista non possono essere geograficamente localizzate e  limitate. Esse appartengono alla storia socialista del nostro movimento operaio e a tutta la sinistra e non hanno frontiera.
Il riformismo di Santi si colloca pertanto fra i contributi più validi della nostra storia riformista quali quelli di F. Turati, C. Treves. B. Buozzi, G. Matteotti. Un riformismo senza aggettivi, valido ieri, attuale e impegnativo ancora oggi.
Pilastro portante di questa concezione riformista accanto al Partito è il sindacato. Un sindacato unitario, autonomo indipendente, democratico, veramente casa di tutti i lavoratori di ogni orientamento politico o credo religioso, un sindacato senza ospiti o padroni di casa.
Dei circa quattro lustri che Santi ha passato in Cgil dal giugno 1947, I° Congresso di Firenze unitario al V° di Bologna nel 1965 nel quale volontariamente decise di non proseguire, molto ci sarebbe anche oggi da raccogliere e da riflettere, a cominciare dalla sua stessa decisione di lasciare, decisione che pur a distanza di tanto tempo mi lascia ancora perplesso.
Delle molte problematiche che si potrebbero approfondire, mi limito a solo due rapidi cenni, il primo relativo ad aspetti della politica unitaria, il secondo al rapporto sindacato-istituzioni.
Sulla politica unitaria ci ha lasciato un insegnamento permanente con l’indicazione che diede subito dopo la scissione del luglio 1948: “L’unità sindacale non si rimpiange, si riconquista”.
Da allora Egli si è sempre impegnato per questo obiettivo ben consapevole che l’unità è la condizione primaria per l’autorevolezza ed il prestigio del sindacato, e che un sindacato unitario proprio per la sua forza ed il suo prestigio è espressione di maturità dei lavoratori e come tale è anche più consapevole della responsabilità che ha verso tutti i lavoratori e verso il Paese.
Verso la riconquista dell’unità sindacale Santi ha operato perseguendo due indirizzi fondamentali e necessari sempre: il primo per l’acquisizione di una democrazia sindacale in grado di saper tutelare le minoranze in ogni momento ed in ogni occasione, da ciò le modifiche dello Statuto della Cgil prima e dopo la scissione e, secondo indirizzo, un impegno costante perché l’azione e la concezione della Cgil fossero sempre tali da prefigurare possibilmente il futuro sindacato unitario. Da ciò il suo impegno per la conquista della contrattazione aziendale e per un efficace sistema contrattuale, la posizione della Cgil nel ’56 sui fatti dell’Ungheria, l’azione per un’Europa dei lavoratori e l’uscita della Cgil dalla Federazione Sindacale Mondiale di influenza sovietica, l’attenzione e la convergenza con le Acli, la programmazione, ed in fine il rifiuto del sindacato socialista.
È un elenco incompleto e sommario che ben altrimenti andrebbe approfondito e discusso.
Quest’unità per cui Santi si era tanto impegnato, sembrata vicina o quasi raggiunta nei primi anni ’70 è stata poi mancata con la federazione Cgil-Cisl-Uil che si è limitata ad amministrare una pur sempre utile e necessaria unità d’azione.
Oggi credo si possa fondatamente affermare che allora l’unità sindacale fu mancata perché, il pur forte e unito sindacato, uscito dall’autunno caldo, non seppe resistere adeguatamente alle pressioni politiche segnatamente della DC e del PCI non favorevoli all’unità sindacale per ragioni diverse, e un PSI favorevole, ma non in grado di incidere sulla situazione in maniera decisiva.
A distanza di 30 anni lo scenario è profondamente mutato, come è ben presente a tutti. Negli anni ’90 è caduto il muro di Berlino, sono scomparsi dalla nostra scena politica il PCI, la DC e il PSI, il sindacato italiano, come è stato osservato recentemente da un osservatore attento della nostra situazione sociale, si ritrova oggi ad essere “orfano dei partiti”. Questa condizione e l’aggravarsi della situazione economica come evidenzia la crisi FIAT, la prospettiva tragica di un declino industriale, possono e devono costituire motivo di ripresa unitaria. Vanno superate e lasciate alle spalle le divisioni pur legittime di questi ultimi tempi. È auspicabile che la Cgil con rinnovato vigore sia all’altezza di questa grande responsabilità.
Ma le esperienze e le indicazioni di Santi restano degne di riflessione attuale non solo per la problematica unitaria ma anche per l’aspetto, cui prima accennavo e che ad essa è collegato, il rapporto sindacato-istituzioni. Nel 1955 l’editore Laterza ha raccolto in un volume saggi sul sindacalismo italiano scritti dai dirigenti sindacali di allora.
Nel suo contributo Santi si sofferma con notevole equilibrio e sensibilità giuridica insospettabile, per uno privo di appositi studi, sul problema relativo alla rappresentanza e alla rappresentatività sindacale.
Santi si dichiara favorevole all’applicazione dell’art. 39 della Costituzione ed ai principi di democrazia sindacale ivi sanciti.
Anche oggi, sulla via dell’auspicabile ripresa unitaria questa problematica è oggetto di dibattito e di confronto, dal ricorso al referendum, alla efficacia erga omnes del contratto collettivo, alla rappresentanza e alla rappresentatività sindacale, ai nuovi diritti. Le osservazioni di Santi sono di un acume e di una lucidità sorprendenti. C’è da rammaricarsi che siano poco note e di difficile reperimento. Forse la Cgil farebbe bene a curare un’apposita ristampa con relativo commento. Purtroppo, come è noto, la legge sindacale che sanzionava almeno una parte di questi principi non è stata approvata nella scorsa legislatura.
Oggi si misurano il danno e le conseguenze assai negative di questo mancato traguardo.
Proprio per quanto accaduto, anche su questo terreno la lezione di Santi ed il suo riformismo costituiscono un contributo utile e costruttivo.

 N o t i z i e
  IL BRASILE NEL CLUB DEI PAESI A BASSA FECONDITA'.   15/12/2008

Nel 2007, secondo l’indagine dell’IBGE (l’ente della statistica ufficiale brasiliana) sulle famiglie, la fecondità brasiliana risulta pari a 1,9[1], inferiore dunque al livello di sostituzione di due figli per donna: una contrazione rapidissima, dagli oltre cinque prevalenti appena una generazione addietro. Il Brasile aveva una popolazione poco superiore a quella italiana nel 1950 (53 milioni contro 47), ma conta oggi (2008) 190 milioni di abitanti, cioè più del triplo dell’Italia.

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  SITO CGIE: LINK DEI DOCUMENTI E DEGLI INTERVENTI DELLA CONFERENZA DEI GIOVANI ITALIANI ALL'ESTERO.   15/12/2008

Sul sito del CGIE è possibile reperire tutti i documenti della Conferenza. L'indirizzo della pagina con l'elenco dei documenti è:
http://www.cgie.it/ricerca_comites.asp
A partire dal documento scaturito dalla riunione di Stoccarda del 1 dicembre 2007 a cui hanno preso parte i rappresentanti dei giovani italiani in Germania e Austria.
Il secondo link si riferisce al documento scaturito dalla riunione del 15 dicembre a Santiago del Cile a cui hanno preso parte i rappresentanti dei giovani italiani in Cile.

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  EUROSTAT PUBBLICA IL RAPPORTO: ITALIA VERSO L'ANALFABETISMO INFORMATICO.   15/12/2008

Eurostat ha pubblicato un’indagine sul rapporto tra cittadini europei e Internet. A quanto pare il livello della cultura informatica in Italia è piuttosto basso…
MOSTRO TECNOLOGICO - Abbiamo parlato del dominio.it quando compiva vent’anni, di come la fruizione di internet sorpassi quella della tv, scriviamo queste righe su un giornale online e chi le sta leggendo può dirsi in grado di navigare il “World Wide Web”. Eppure, un’indagine Eurostat ci avverte che, rispetto a quasi tutti gli altri paesi europei, il nostro è arretrato. I dati che indagano sul rapporto tra cervelli umani e cervelli elettronici ci disegnano insomma poco “internet friendly”: “le potenzialità della Rete – si legge – vengono sottovalutate per scarsa diffusione della cultura informatica”.

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  INTERVISTA A RINO GIULIANI PRESIDENTE DELLA CNE SU CONFERENZA DEI GIOVANI, PARTECIPAZIONE E RAPPRESENTANZA.   15/12/2008

La Conferenza dei giovani italiani all'estero si è conclusa Quale è  il giudizio della CNE sulle risultanze di tale incontro?
La CNE da un giudizio positivo sul confronto di idee  che si è prodotto in tale incontro. I giovani delegati dai consolati ed i giovani invitati dal territorio italiano hanno trasmesso una forte energia  che ha attraversato la Sala della Conferenza.   Alla vista,  molti i  giovani preparati, sulla pista di lancio per divenire componenti delle elites  responsabili nei paesi in cui vivono, giovani che con forte senso autocritico hanno riconosciuto che per essere  veri delegati bisognava fare di più. Significativamente durante i lavori della commissione  per la stesura del documento ''partecipazione e rappresentanza'' infatti sono state denunciate forme di nepotismo e di mancanza di trasparenza e di oggettività dei criteri che hanno guidato alcuni Comites nella scelta dei partecipanti alla conferenza.

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  CARMELO NUCERA: I CALABRO-GRECI PER ALEXANDRES GRIGOROPULOS.   15/12/2008

Come Calabrogreci seguiamo con apprensione gli avvenimenti in grecia di questi giorni e siamo vicini al popolo greco che sollecita condizioni di vita migliori.
Esprimiamo la nostra vicinanaza e le nostre condoglianze alla famiglia del giovane studente Alexandres Grigoropoulos.
Egli adesso riposa nel cimitero di Paleo Faliron città gemellata con la città di Bova e vogliamo sperare assieme a voi che il scacrificio della sua giovane vita serva alla Grecia per la costruzione di una Grecia migliore in un mondo con maggiore giustizia sociale.

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  I DOCUMENTI FINALI DELLA CONFERENZA DEI GIOVANI ALL'ESTERO.   15/12/2008

Pubblichiamo i documenti finali delle Commissioni della Conferenza dei Giovani Italiani all'Estero:
- COMMISSIONE "MULTICULTURALISMO E IDENTITÀ ITALIANA": IL DOCUMENTO FINALE
- SINTESI DELLA DISCUSSIONE DELLA COMMISSIONE "MONDO DEL LAVORO E LAVORO NEL MONDO"
- COMMISSIONE "LINGUA E CULTURA": IL DOCUMENTO FINALE
- COMMISSIONE PARTECIPAZIONE E RAPPRESENTANZA: IL DOCUMENTO FINALE
- COMMISSIONE INFORMAZIONE E COMUNICAZIONE: IL DOCUMENTO FINALE

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  "LE ISTITUZIONI, LE POLITICHE MIGRATORIE, LE RIFORME": A ROMA DUE GIORNATE DI STUDIO PROMOSSE DALL'AITEF.   10/12/2008

"Le istituzioni, le politiche migratorie, le riforme" è il titolo della due giorni organizzata dall'Aitef in collaborazione con l'Aiccre in programma a Roma l'11 e il 12 dicembre prossimi.
I lavori inizieranno giovedì 11 alle 11.30 nella Sala Serafini della sede Aiccre a piazza Fontana di Trevi, ma entreranno nel vivo solo nel pomeriggio quando si insedieranno i gruppo di lavoro su tre tematiche: le riforme istituzionali; la partecipazione; i progetti.

Coordinerà i lavori Michele Scandroglio, Segretario Generale Agg. Aiccre.

Venerdì 12, i lavori saranno ospitati a Palazzo Bologna, uno degli edifici del Senato, in Via di S. Chiara, 4.

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