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A distanza di trenta anni si celebra in Italia il processo ai militari argentini responsabili della scomparsa e dell'uccisione di tre emigrati italiani sospetti solo di idee avverse al regime. IL PROCESSO ACOSTA E ALTRI o PROCESSO ESMA (Escuela Superior de Mecanica de la Armada, luogo del campo terminale di reclusione e tortura) La data del 24 Marzo per un romano che ha vissuto la lunga stagione dei movimenti e delle manifestazioni antifasciste rimanda subito al 1944 e alle Fosse Ardeatine. Ma nel sito www.24Marzo.it si parla di Argentina in un altro tragico 24 Marzo. La presa del potere dell'esercito nel 1976. In quel sito ritrovano gli atti, le testimonianze e le sintesi degli interventi del processo che si sta svolgendo - nella generale noncuranza dei media - agli imputati contumaci incriminati per omicidio plurimo aggravato e continuati di tre cittadini italiani nei mesi immediatamente successivi al golpe. Un maresciallo dei Carabinieri con grandi baffi ottocenteschi mi da cortesemente il buongiorno all'ingresso dell'Aula A in via Casale di S. Basilio 168 e mi rassicura che proprio lì si terrà l'udienza. Non ho trovato subito il luogo che mi era ignoto pur avendone sentito parlare tante volte e tante volte visto in TV, lo stesso dei grandi processi di mafia e terrorismo. Avevo sempre pensato che la costruzione dell'aula bunker fosse interna all'area del carcere di Rebibbia dove si arriva per un grande viale che interseca la via Tiburtina, la strada consolare sempre intasata dal traffico e quasi paralizzata tra le 8 e le 9 di mattina. Così mi sono trovato, io romano, a seguire il taxi di un giovane giornalista argentino che aveva fatto il mio stesso errore e che dopo qualche peripezia stradale condita di non poche infrazioni ci ha condotto ai cancelli dell'aula. Gli operai del comune stanno tagliando le erbacce delle aiuole spartitraffico nell'ampio parcheggio deserto ai margini di una strada che collega trasversalmente all'interno del Raccordo Anulare due importanti ingressi alla città sul lato Est : la via Nomentana e la via Tiburtina. Superati agevolmente i controlli di rito nella guardiola al cancello si entra in un cortile asfaltato che sa già un po' di galera. Dentro non c'è ancora nessuno, ma funziona un bar dove al banco una nonna sostiene con gesti amorevoli un neonato che geme e chiede il cambio alla giovane mamma che sta servendo un caffè. In questa cornice si sta per aprire l'udienza del 9 Novembre del processo ESMA, dal nome del campo terminale, luogo di reclusione e tortura prima del volo che finirà per occultare nell'oceano un po' alla volta i corpi dei 30.000 sospetti di opposizione al regime. Solo sospetti, senza prove, senza accusa, senza processo, senza sepoltura. L'aula bunker di Rebibbia che ospita le udienze è sicuramente sproporzionata allo scopo sia per la esiguità del pubblico e dei giornalisti accreditati, sia - soprattutto - per l'assenza degli imputati. Per imputati in carne e ossa pericolosi e irriducibili era stata costruita un aula con numerose gabbie a prova di proiettile, ma gli imputati di questo processo - Acosta e altri, come si legge nell'intestazione degli atti - in quelle gabbie non entreranno mai. E' difficile pensare infatti che si compia un procedimento di estradizione che verosimilmente non sarà neanche iniziato. Difficoltà tecniche e formali quasi certamente impedirebbero l'accoglimento della richiesta. Eppure non vogliamo che sia un processo inutile. Almeno noi vorremmo che non lo fosse e per questo ho accolto con entusiasmo la richiesta dell'Istituto Fernando Santi, del quale sono aderente, a darne conto a quanti, vicini e lontani, anche nel mondo dell'emigrazione italiana, vogliano conoscere i fatti e i testimoni delle tragiche vicende argentine di quegli anni che emergeranno nel processo. Cercherò di raccontarlo da questa rubrica seguendo il filo delle testimonianze che si sono già svolte e si succederanno nel dibattimento. Molti i nomi conosciuti in Italia, in Argentina e nel mondo. Fra i primi a testimoniare Italo Moretti, Julio Velasco, Vera Vigevani, Magdalena Ruiz, Marco Bechis. Un grande giornalista dal volto indimenticabile, un allenatore mondiale di pallavolo, una madre de plaza de Mayo, una nota pasionaria della grande stampa argentina e un regista impegnato a non dimenticare e deciso a raccogliere prove da mostrare in film-verità. Oggi sono tutti qui, ma i testimoni non possono entrare in aula prima di essere chiamati e alcuni aspettano nella loro stanzetta per poi aggiungersi agli altri che lo hanno già fatto in una precedente udienza e sono ormai spettatori insieme ai pochi giornalisti e operatori. Cercherò di raccontarlo con l'obbiettività del cronista che però sa già da oggi come difficilmente potrà tenere lontane le emozioni. E non dico le emozioni dei testimoni, perché quelle stanno nei fatti. Parlo delle mie proprie emozioni che inevitabilmente si affacceranno al racconto dei testimoni come è già accaduto quando la sig.ra Vigevani, madre di Franca, 18 anni rapita il 26 giugno del '76, raccontava della sua ansia in quei giorni all'oscuro di ogni notizia sulla figlia e mi sono sentito un verme nel pensare che proprio in quei giorni ero al massimo della gioia per il grande successo del Partito Comunista alle elezioni politiche e per il radioso avvenire che si apriva in Italia. Tutto il resto mi sembrava secondario.
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