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ESMA è il nome della caserma della Scuola Superiore di Meccanica dell'Armata. Da questa caserma della Marina militare, sita nel centro di Buenos Aires, sono passate 5.500 persone, delle quali 4.400 sono state uccise e buttate in mare con i "voli della morte". Il 14 marzo 2007 sono stati condannati all'ergastolo dalla II° Corte d'assise di Roma, cinque ufficiali argentini responsabili degli omicidi di Angelamaria Aieta Gullo, e di Giovanni e Susana Pegoraro. Nella conferenza stampa periti e avvocati di parete civile commenteranno il risultato dell'udienza preliminare tenutasi alle ore 10 (del 16.5.2007) davanti al GUP Marco Mancinetti, riguardante la perizia svoltasi in Argentina il 5.3.2007 sull'imputato Emilio Massera, la cui posizione venne stralciata per problemi di salute.
La abolizione della ley de punto final e della obedienza debida è stata sanzionata in maniera ormai definitiva e irreversibile consentirà ai giudici argentini di riprendere l'azione penale contro gli autori di quel massacro. Quelle madri e quelle nonne che dal paese delle Ande hanno ripercorso il cammino verso il paese degli Appennini alla ricerca di giustizia per i loro figli scomparsi e uccisi, per i loro nipoti sottratti e poi consegnati a coppie fedeli al regime che volevano un bambino o perché loro non potevano averlo o perché volevano una femminuccia quando avevano già un maschietto o che volevano un figlio biondo……quelle madri e quelle nonne sono tornate nel Paese da dove i loro padri si erano mossi per cercare fortuna o per cercare salvezza prima dell'ultima guerra ai tempi delle leggi razziali e hanno chiesto alla giustizia italiana quello che non potevano chiedere alla giustizia argentina perché le due leggi di Alfonsìn del 1986 ora cancellate e l'indulto di Menem del 1989 assicuravano l'impunità ai carnefici. Quelle madri e quelle nonne hanno avuto finalmente ragione. Dopo le due condanne comminate dalla giustizia italiana ora potranno continuare la loro battaglia anche in Argentina. La Escuela Superior de Mecanica de la Armada (ESMA) è il luogo nel centro di Chi volesse scrutare le facce di quelle eroiche donne e di quei coraggiosi testimoni, chi volesse riconoscere nei loro occhi i segni della tragedia che ha travolto l'Argentina può essere grato al fotografo Maurizio Mirrione che ha fissato in immagini i momenti decisivi del processo. I giudici, il Pubblico Ministero, gli avvocati di parte civile, i testimoni, il pubblico dei fedelissimi presenti al processo sono ritratti nelle loro autentiche espressioni vitali dove la gioia coesiste con l'amarezza e il tormento con la speranza.
Ma soprattutto - come ha attestato proprio Maurizio Mirrione nella presentazione della mostra il 5 luglio nella Casa della Memoria e della Storia del Comune di Roma - dalle foto della mostra emerge la grandezza tragica delle donne protagoniste del processo, sopravvissute o testimoni, instancabili eumenidi di una giustizia che arriva troppo tardi. E' bello che la mostra si tenga nella Casa della Memoria e della Storia del Comune di Roma e Primo de Lazzari, vicepresidente dell'ANPI di Roma, non manca di sottolineare il sentimento comune degli eredi della Resistenza e degli oppositori della dittatura argentina in una solidale testimonianza che tenga vivo il ricordo per le giovani generazioni. Alle immagini fissate dal fotografo si sono poi aggiunte le immagini in movimento, il cinema appunto, di Daniele Cini, che ha ripercorso in un primo montaggio di 36 minuti i momenti salienti del processo e le deposizioni in una tensione inquietante e commovente fino alle lacrime. Qualche sequenza di fiction completa il racconto che diventerà presto un film dell'Istituto Luce da distribuire nelle sale: Noi che siamo ancora vive.
Chi scrive ha seguito le udienze del processo per l'Istituto Fernando Santi, che è parte del comitato promotore e che nel sito www.Istitutosanti.org ha raccolto le cronache del processo in un racconto a puntate che rovescia il titolo del celebre racconto deamicisiano. Non posso fare a meno di esprimere personale gratitudine a Maurizio Mirrione che ha voluto inopinatamente accostarmi sullo fondo alla nitida espressione del dolore e della speranza di Vera Vigevani seduta proprio davanti a me in una delle udienze più significative del processo.
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