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A distanza di trenta anni si celebra in Italia il processo ai militari argentini responsabili della scomparsa e dell'uccisione di tre emigrati italiani sospetti solo di idee avverse al regime. IL PROCESSO ACOSTA E ALTRI o PROCESSO ESMA (Escuela Superior de Mecanica de la Armada, luogo del campo terminale di reclusione e tortura) Nell'udienza del 15 Novembre abbiamo ascoltato per prima la testimonianza di Julio Velasco, noto allenatore che ha portato al successo mondiale la squadra italiana di pallavolo femminile. Il fratello di Julio era nel movimento studentesco al Colegio Qualcuno veniva rilasciato. Non si sapeva perché. Forse per poter diffondere il terrore. Non se ne conosceva il motivo. Loro dicevano: "Noi siamo Dio. Decidiamo la vita e la morte". Il fratello di Julio rimase in casa ignorando il consiglio di rifugiarsi a B.Aires e fu sequestrato. Oltre alla tortura fisica vigeva la pratica di simulare la fucilazione. E per molti anni i sopravvissuti non hanno voluto parlarne, forse anche perché presi dal senso di colpa. L'orrore era diventato abitudine. Hanno preso Maria... E'sparito Ignazio... Era come sotto un bombardamento. Sparire era una possibilità della vita. Bisognava stare molto attenti a come si parlava. Stare attenti a non dire mai più del 20% di quello che si pensava. Almeno chi aveva idee chiare si comportava così. Poi c'era anche chi, accondiscendente alla dittatura, venendo a sapere dell'ultima sparizione diceva: "Ci sarà un motivo…" Ci fu il caso di un giudice che sapendo che il figlio era ricercato lo convinse a presentarsi alla polizia. Non lo avrebbe visto mai più. Dopo Julio Velasco è chiamata a testimoniare Vera Vigevani, fondatrice delle Madri di Plaza de Mayo. Dopo il rapimento tutte le madri facevano gli stessi passi e si trovavano negli stessi posti. Si parlavano. Ma era proibito riunirsi e le guardie di servizio agli edifici del governo dicevano: Circolate! Così le madri cominciarono a manifestare in circolo a Plaza de Mayo davanti alla Casa Rosada. La famiglia Vigevani - ebrei italiani - si trasferisce a Buenos Aires nel 1939, quando Vera è una ragazzina di 11 anni, ma lei conserverà sempre la nazionalità italiana. Al momento del suo sequestro, nel '76, la figlia era parte della UES, associazione di studenti della sinistra peronista (Uniòn de Estudiantes Secundarios). I famigliari avevano creduto di poterla salvare. A 15 giorni dal rapimento avevano ricevuto una telefonata della figlia che li aveva riempiti di gioia e di speranze. Questa era una tecnica molto usata dai militari per dissuadere parenti e amici dal fare denuncie e azioni clamorose in attesa di un prossimo possibile rilascio. La figlia di Vera fu reclusa alla ESMA dal 25 giugno fino a metà luglio. Poi ci furono nuovi arrivi di prigionieri e c'era bisogno di spazio. Finì nei voli della morte. Una sua compagna di prigionia, Marta Alvarez, ha riferito alla madre di averla vista. Estaba entera. Sembrava ancora forte e aveva conservato perfino il suo senso dell'umorismo. Ma alla domanda se fosse stata torturata, Marta non ha voluto rispondere. E' la seconda storia tragica in famiglia. Il nonno di Vera era ad Auschwitz. Anche lui senza una tomba. Del caso Vigevani si occupò anche Arrigo Levi, amico di famiglia, quando era direttore de La Stampa. Vera è italiana e con l'aiuto di Arrigo Levi viene ricevuta dal Presidente della Repubblica Pertini e anche dal Papa. Non poteva saperlo, ma tutto ormai era inutile. Dopo la dittatura, con la Presidenza Kirchner i luoghi dell'ESMA sono stati restituiti a Buenos Aires per creare lì uno spazio della memoria. La signora Vigevani ha visitato due volte quei luoghi e racconta del forte impatto emotivo che le hanno trasmesso. Dopo la prima volta, alla forza d'animo dimostrata durante la visita ha corrisposto un crollo psicofisico che le ha fatto perdere i sensi al ritorno, appena varcata la soglia di casa. In aula, fra le altre cose, ha descritto una stanza dove portavano le donne incinte per partorire. Era come una rudimentale sala parto da cui i neonati venivano poi immediatamente dirottati per le adozioni pilotate dai militari. Avremo altre conferme di questa pratica dalle altre testimonianze. All'avvocato di parte civile che le domanda se avesse pensato a chiedere aiuto all'Ambasciata Italiana la Sig.ra Vigevani risponde: Entrai una volta all'Ambasciata. Parlai con il Console. Ci espresse il suo rammarico. Ci diede consigli …ci servì per conoscerci fra italiani, per una solidarietà fra di noi, ma dall'Ambasciata nessun aiuto.
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