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DIRITTI UMANI
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UE: ADOTTATO PIANO D'AZIONE COMUNE PER LA PROTEZIONE DEI MINORI STRANIERI NON ACCOMPAGNATI.
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Prevenzione della tratta e della migrazione a rischio, accoglienza e garanzie procedurali nei paesi membri, ricerca di soluzioni durature: sono le tre linee guida del piano d'azione Ue per la protezione dei minori stranieri non accompagnati adottato ieri, 6 maggio, dalla Commissione europea.
Secondo dati Eurostat, nel 2009 sono stati 10.960 i minori non accompagnati che hanno presentato domanda di asilo in 22 paesi membri (escludendo la Repubblica Ceca, la Danimarca, la Francia, la Polonia e la Romania), con un aumento del 13% rispetto alle 9.695 domande inoltrate nel 2008. I giovani immigrati che arrivano soli in Ue fuggono da guerre e conflitti, povertà e catastrofi naturali, discriminazioni e persecuzioni. Altri sono vittime della tratta di esseri umani. A spingerli spesso sono le famiglie stesse che sperano per loro in una vita migliore o che siano d'aiuto una volta rientrati in patria.
Il nuovo piano comune della Commissione prevede che gli Stati europei, nell'arco di un periodo di sei mesi, provvedano a rintracciare le famiglie dei minori che arrivano nell'Unione e seguano il loro reinserimento nel paese di origine o trovino soluzioni alternative, se ciò è nell'interesse superiore del minore, riconoscendo eventualmente la protezione internazionale o realizzando programmi di reinsediamento nell'Ue.
Il piano si basa su 10 principi:
1. il minore deve essere anzitutto e soprattutto considerato tale. L'interesse superiore del minore deve costituire la considerazione preminente per ogni atto concernente i minori non accompagnati;
2. il minore deve essere trattato conformemente alle norme e ai principi dell'Unione europea e dei suoi Stati membri, in particolare la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo e la Convenzione europea dei diritti dell'uomo;
3. bisogna compiere ogni possibile sforzo per creare un contesto che consenta al minore di crescere nel suo paese di origine con buone prospettive di sviluppo personale e di vita dignitosa;
4. il minore va protetto dai trafficanti di esseri umani e dai gruppi criminali, come pure da altre forme di violenza e sfruttamento;
5. non bisogna risparmiare sforzi per rintracciare la famiglia del minore ai fini di un ricongiungimento, purché ciò sia nell'interesse superiore del minore stesso;
6. dacché il minore non accompagnato è individuato alla frontiera esterna o in uno Stato membro, fino a quando non si trovi una soluzione duratura, devono applicarsi misure di accoglienza e garanzie procedurali specifiche. È essenziale nominare un tutore o un rappresentante legale;
7. la decisione sul futuro di ciascun minore va presa quanto più rapidamente, preferibilmente entro sei mesi;
8. il minore non accompagnato dovrebbe essere sempre accolto in strutture adeguate e trattato in modo del tutto compatibile con il suo interesse superiore. Il trattenimento, pur giustificato in casi eccezionali, deve costituire l'ultima risorsa a cui ricorrere soltanto per il più breve tempo possibile e considerando preminente l'interesse superiore del minore;
9. le soluzioni durature vanno trovate sulla base della valutazione individuale dell'interesse superiore del minore. Si può trattare del rimpatrio nel paese d'origine dove occorrerà garantire il reinserimento; del riconoscimento dello status di protezione internazionale o di altro status giuridico che consenta al minore di integrarsi nello Stato membro di residenza; del reinsediamento nell'Unione europea;
10. tutte le parti interessate - istituzioni UE, Stati membri, paesi di origine e transito, organizzazioni internazionali e organizzazioni della società civile - dovrebbero unire le proprie forze e raddoppiare gli sforzi per affrontare il problema dei minori non accompagnati e garantire la tutela del loro interesse superiore.
Fonte Programmaintegra.it
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| N o t i z i e |
BARACK OBAMA: OSSERVAZIONI SU UNA POLITICA DELL'IMMIGRAZIONE INCLUSIVA.
09/07/2010 |
La questione migratoria è da sempre, negli Stati Uniti, argomento di aperto dibattito. All’inizio del secolo scorso, quando si pose il problema di limitare l’immigrazione europea, particolarmente quella meridionale e orientale; alla fine del New Deal, quando la mobilitazione bellica rese necessaria l’immigrazione di braccianti messicani; negli anni ’80, quando venne decretata l’unica grande sanatoria che regolarizzò la posizione di 3 milioni di immigrati. E nel decennio che ora si chiude, caratterizzato dai frustrati tentativi di risolvere la situazione di milioni di irregolari – prevalentemente latino-americani – fortemente radicati nel paese, ma con incerti diritti e a rischio di deportazione. A un anno e mezzo dal suo insediamento, varata la riforma sanitaria, Obama sembra deciso ad affrontare l’irrisolto problema. Il discorso del 1 luglio scorso all’American University di Washington è forse un primo decisivo passo. Ne presentiamo i passaggi più importanti.
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LA PAGELLA DEGLI IMMIGRATI E QUELLA DEL LEGISLATORE.
09/07/2010 |
Un anno fa, la legge n. 94/2009 ("Disposizioni in materia di sicurezza pubblica"), introduceva nella nostra legislazione l’istituto dell’"accordo di integrazione" a punti (art. 25 di detta legge), una sorta di pagella che dovrebbe certificare il percorso d’inserimento dell’immigrato nella società, e quindi la sua idoneità a restare nel nostro paese. C’è adesso una bozza del regolamento attuativo, in attesa dell’approvazione del Consiglio dei Ministri, che dovrebbe rendere operativo tale accordo. Potosì l’ha letta e non gli è per niente piaciuta e ve ne riferisce nelle righe che seguono, con qualche commento. La motivazione principale del giudizio fortemente negativo è semplice: la permanenza dell’immigrato nel paese non è subordinata al fatto che faccia un lavoro utile, che non incorra in reati, che viva in pace col suo prossimo o che sappia badare a se stesso e ai suoi familiari, ma al fatto che "superi" una serie di prove previste dall’accordo stesso e che, in parte, non sono condizione necessaria di civile convivenza.
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RIFUGIATI ERITREI IN LIBIA. CIR: NON C'E' PIU' TEMPO. SUBITO UNA SOLUZIONE.
05/07/2010 |
Dal centro di detenzione di Braq vicino Sebah nel sud del deserto libico arrivano allarmanti notizie sul rischio di vita a cui sono esposti i 245 rifugiati eritrei che, dopo i maltrattamenti subiti negli ultimi giorni, chiedono l’intervento internazionale per salvarsi.
"Abbiamo motivo di pensare che il governo italiano finalmente si stia muovendo, come dimostra anche il fatto che il Ministro degli Esteri Franco Frattini ha chiamato stamattina Savino Pezzotta Presidente del CIR. Ma non c’è più tempo da perdere. Ripetiamo con forza la nostra richiesta al Governo Italiano di trasferire e reinsediare i rifugiati in Italia" dichiara Christopher Hein, Direttore del Consiglio Italiano per i Rifugiati – CIR.
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