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CULTURA
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"L'ITALIANO ALL'ESTERO: STRATEGIE DI PROMOZIONE E TUTELA".
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Pubblichiamo la relazione del Magnifico Rettore dell’Università per Stranieri di Siena e Responsabile Scientifico della Certificazione dell’Italiano, Prof. MASSIMO VEDOVELLI tenuta alla Tavola Rotonda promossa dalla Società Dante Alighieri e dai parlamentari eletti nella Circoscrizione Estero, a Roma il 6 maggio 2010 presso la Camera dei Deputati (Palazzo Marini, Sala delle Colonne).
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"Come Rettore dell’Università per stranieri di Siena, ringrazio i presenti, gli organizzatori e la Società Dante Alighieri, per questa occasione di confronto e di dialogo che ha coinvolto tutti i referenti che insistono a livello istituzionale e a livello universitario, e gli altri soggetti culturali che lavorano nel settore dell’italiano diffuso nel mondo, dell’italiano per stranieri. A mio avviso Stefania Giannini con molta lucidità ha colto il carattere politico di questo incontro e io vorrei partire proprio ricordando un atto politico, che ritengo importante come modello. Un atto messo in pratica da un politico, un po’ lontano nel tempo: il Granduca di Toscana Ferdinando I, nel 1588, istituisce la prima Cattedra di Italiano mai prima istituita in una università della penisola, a Siena. Dov’è l’atto politico? In fondo è un fatto di cronaca accademica: viene istituita una Cattedra universitaria. Sì, ma era destinata a studenti tedeschi. Come dire: il Granduca di Toscana capisce e intuisce bene che il destino dell’italiano è un destino internazionale; che non è possibile lo studio scientifico se non si ha presente che l’italiano è una lingua degli stranieri, non per gli stranieri, è una lingua che gli stranieri sentono propria, alla quale si avvicinano; Tullio de Mauro con molta sapienza ce lo ha ricordato.
Mai dobbiamo dimenticare questo destino internazionale inteso come vocazione: è la lingua di un sistema di valori culturali, di cultura intellettuale, che da secoli contraddistingue la nostra identità; ma è anche una missione: in un mondo globale di plastica, forse, chi si avvicina all’italiano, cerca altri tipi di valori. Su questi due punti vorrei in qualche modo concentrarmi nelle poche battute che dirò. Siamo un’Università specializzata.
Che cosa può fare oggi un’Università come la nostra, o come quella di Perugia? Ci occupiamo di alta formazione, insegniamo l’italiano ma non soltanto; non soltanto insegniamo l’italiano alle migliaia di ragazzi e ragazze che arrivano in Italia, anche se sto vedendo che negli ultimi anni stanno arrivando anche molti adulti, anziani, sta cambiando qualcosa nel pubblico potenziale degli stranieri che si avvicinano alla lingua; guardate che, insegnare italiano agli anziani significa scrivere manuali, proiettare power point con lettere corpo 821, oppure mettere il megafono in bocca alle insegnanti, però stanno cambiando profondamente e radicalmente i pubblici. Insegniamo a migliaia e migliaia di persone straniere, però abbiamo fatto una scelta politica, di politica culturale forte: insegniamo cinese, arabo, russo, giapponese, inglese, francese, spagnolo, tedesco, serbo, croato, lituano e coreano agli italiani. Facciamo questo servizio non soltanto agli studenti e alle studentesse dei corsi di laurea, di laurea magistrale, che abbiamo nella nostra Università: lo facciamo anche alle alle imprese di un territorio che nell’eccellenza produttiva vede la sua cifra. L’immaginario che dell’Italia hanno gli stranieri probabilmente è la collinetta coi cipressetti: chissà se significa Toscana, Marche, Umbria, Lazio o cosa, ma è quello l’emblema essenziale che in qualche modo evoca l’Italia, un’esperienza che si concretizza in prodotti che possono essere quelli della enogastronomia, della manifattura industriale, e che sono scelti perché in qualche modo evocano il sistema di valori culturali che si concretizzano nella nostra storia dell’arte, nella musica, nel paesaggio, e quant’altro. Ebbene, facciamo un servizio anche alle imprese: abbiamo fatto questa scelta di aprirci alle lingue degli altri perché pensiamo che gli stranieri saranno invitati a scegliere la nostra lingua se vedranno da parte nostra, da parte della nostra società, l’attenzione alle loro lingue. Non possiamo più proporre una politica centrata soltanto sulla diffusione della nostra lingua, ma in termini di dialogo tra la nostra lingua e le altre lingue: oggi la questione della lingua in Italia è la questione delle lingue straniere entro il nostro sistema sociale e scolastico. Stiamo perdendo un’occasione, su questo punto, cioè il fatto di avere in casa - a scuola sono ormai quasi un milione - i bambini di origine straniera, che cioè hanno all’interno del loro spazio linguistico un’altra lingua, magari, il più delle volte, mai entrata, mai stata presente nei nostri spazi linguistici e culturali. Stiamo perdendo un’occasione che invece gli inglesi non perdono: di utilizzare questi - altro che come testimoni - come soggetti primari di un plurilinguismo attivo che vede convivere le lingue di origine familiare e l’italiano, e che per questo diventano veri ambasciatori, veri soggetti capaci di diffondere il nostro sistema industriale, produttivo, economico e, ovviamente, culturale. Che cosa può fare un’università in questo settore? Insegnare alta formazione, fare ricerca scientifica. Nel 2001 il Ministero dell’Università ha istituito presso di noi un centro di eccellenza della ricerca: Osservatorio dell’italiano diffuso fra stranieri e delle lingue immigrate in Italia.
Vorrei rendere conto in pochissimi minuti di quello che stiamo facendo su questo specifico settore e i problemi che stanno emergendo. Tullio de Mauro è stato oggi ricordato più volte per l’ultima grande indagine sull’italiano nel mondo, e cioè Italiano 2000, che metteva in luce un momento di svolta accaduto nei pubblici e nelle loro motivazioni rispetto all’italiano; non più pubblici genericamente interessati alla nostra lingua come lingua di cultura intellettuale plurisecolare, ma anche pubblici interessati al fatto che con l’italiano si poteva fare commercio, si poteva fare carriera sul posto di lavoro. Nel 2000 circa il 25% degli stranieri che si avvicinavano alla nostra lingua lo facevano per questa finalità strumentale. Se vogliamo pensare a un posizionamento dell’italiano nella graduatoria delle possibili lingue più diffuse nel mondo, troviamo un fatto interessante: come lingua parlata da parlanti nativi l’italiano è intorno al 20° posto; siamo, nella migliore delle stime, al livello del vietnamita. Ma come lingua oggetto di studio da parte degli stranieri saliamo, almeno nel 2000, al 4° posto. È questo scarto che segnala la grande vocazione internazionale dell’italiano. Ma ricordiamoci di Aristotele: "potenza è atto". Allora, potenzialità deve corrispondere a un atto che soggiace a delle condizioni di possibilità di questo atto; e alcune di queste condizioni oggi non sono assolutamente presenti. La domanda che mi pongo è questa: il posizionamento come lingua straniera ci vedeva ben messi. C’è stata la crisi globale, che ha colpito i consumi culturali, dunque anche i consumi linguistici. Sono sorpreso dalla flessione dei vostri studenti. Devo dire, invece, che i dati che abbiamo a livello di Siena, ma anche di quelli che abbiamo raccolto come Osservatorio, danno una fotografia un pochino strana, interessantissima. E cioè: non prendo Siena-stranieri, prendo il caso di Londra, la capitale europea con il più alto tasso di plurilinguismo; il maggior numero di lingue si concentra a Londra, il maggior numero di corsi di lingua si fa a Londra. Ebbene, a Londra nel 2000 fu fatta una bellissima indagine, che diceva che la lingua italiana è la 5a come numero di corsi a Londra, soltanto cinque corsi dietro al tedesco. Questa indagine è stata rifatta, esattamente pochi mesi fa. E il risultato è questo: il tedesco e il francese sono calati del 40%, la crisi ha veramente picchiato duro; l’italiano tiene le posizioni, è calato solo del 5% e quindi potremmo essere abbastanza soddisfatti. Teniamo, almeno.
Ma cinese e arabo sono aumentati del 40%. Il cinese perché il Governo cinese ha deciso che la propria lingua nel giro di pochi anni diventerà la lingua straniera più parlata nel mondo, e l’arabo per motivi geopolitici, di rilevanza industriale e quant’altro, che fanno sì che i giovani quando devono investire il proprio futuro professionale in una lingua lo fanno nell’arabo. Allora, è questa concorrenza che, mi chiedo, sapremo sostenere?
Potremo puntare soltanto alla rendita di capitale che ci deriva dall’essere lingua di una tradizione intellettuale plurisecolare? Nel mercato globale delle lingue, delle culture, delle economie e delle società, non basta avere un capitale forte, bisogna saperlo investire. C’è una grande carenza - per questo dico, la potenzialità è un conto, l’altro è l’atto - di approccio all’industrializzazione alla nostra lingua. Primo, non esiste un’industria italiana della lingua italiana. A livello comunitario è stato redatto qualche mese fa un bellissimo rapporto sull’industria delle lingue in Europa, e l’Italia non esiste.
Abbiamo quattro case editrici che pubblicano manuali di italiano come lingua straniera, e forse un’impresa - che chissà, forse ha chiuso - che realizza materiali multimediali. Ma dove sono gli industriali che investono, che creano poli industriali, che danno lavoro e speranza a coloro che si laureano a Siena, Perugia, Roma Tre o dovunque? Hai detto bene, Trento. Trento vuol dire una provincia autonoma, vuol dire risorse fortissime, vuol dire una strategia, vuol dire però avere delle imprese private capaci di capire che in una lingua si può investire, creando posti di lavoro, che fanno bene a Trento e a tutto il Paese. Penso quindi che uno dei grossi limiti della nostra presenza internazionale non sia l’università, non sia la frammentazione delle imprese e dei soggetti, non siano le quattro certificazioni - o 25 che potranno essere - ma sia il fatto che manca un interlocutore forte, cioè le imprese. E questo è un danno. Manca un’industria culturale della lingua italiana, manca un approccio di industrializzazione alla diffusione della lingua italiana.
E questo si riflette anche, on. Narducci, su una possibile politica rivolta alla comunità di origine italiana nel mondo. Perché Italiano 2000 metteva in luce chiaramente che le giovanissime generazioni di discendenti dai nostri emigrati la lingua italiana ce l’hanno nel proprio spazio linguistico, ma non come competenza. Come competenza - lo diceva anche stamattina il Sottosegretario - è altro dall’uso effettivo, va riconquistata.
Però i giovani... Noi incontriamo sistematicamente i giovani toscani nel mondo, vengono a Siena, vengono in Toscana e ci chiedono: "come posso investire, come posso far fruttare questo patrimonio di origine italiana, di cui sono comunque portatore, nella mia attività professionale, nei Paesi di cui sono cittadino, dove vivo?". Ecco, questo significa sviluppare un approccio di industrializzazione, cioè far vedere o individuare le condizioni per far sì che l’origine linguistica e culturale italiana diventi un surplus di valore per l’investimento professionale di questi giovanissimi, che saranno il futuro delle nostre comunità e dei nostri discendenti nel mondo. Funzione identitaria: la lingua italiana è capace di suscitare, di evocare valori identitari forti, che evocano gusto, buon gusto, valori estetici. Se noi chiediamo un "freddoccino", qui in Italia non sappiamo che cosa sia. Gli stranieri si sono creati una bevanda, un cappuccino freddo, gli hanno dovuto dare un nome inventato, e questo nome l’hanno appunto preso dalla base italiana. Se camminiamo per una qualsiasi città del mondo, da Tokyo a New York, dopo l’inglese e dopo la lingua locale, la lingua più visibile è l’italiano. È su questa forza evocatrice che dobbiamo puntare. Lingua di pace: in Israele - grazie a Stefania Giannini per l’informazione che ci ha dato -, abbiamo con l’Istituto Italiano di Cultura lavorato all’elaborazione addirittura di alcuni manuali d’italiano, che possono essere utilizzati. In Libano era in missione di pace il 186° Reggimento Folgore che è di stanza a Siena.
Un giorno mi chiama il Comandante e mi dice: "Professore abbiamo un problema - e se li avete voi che avete i carri armati... -:i sindaci delle cittadine in cui operiamo ci chiedono di insegnare italiano". E dato che in Libano avevamo lavorato all’inserimento dell’italiano nel sistema scolastico - dove l’italiano è la seconda lingua più studiata dopo l’inglese e prima del francese -, avendo realizzato il materiale didattico, ben abbiamo dovuto insegnare al caporal maggiore Lo Surdo a diventare insegnante d’italiano. E gli altri contingenti non capivano perché gli italiani non venivano sparacchiati. E alla fine, per verificare se era vero che dipendeva dalla nostra capacità di utilizzare la nostra lingua e cultura come strumento di pace, hanno mandato i loro ufficiali e sottoufficiali a fare i corsi d’italiano alle dirette dipendenze del caporal maggiore Lo Surdo. Questa funzione dell’italiano come lingua di pace penso sia importante. Un’ultima cosa.
Tra certificazione, progetti di ricerca, indubbiamente cose molto belle, manca l’industria e manca un riconoscimento vero di quello che le università stanno facendo oggi. È una cosa molto semplice: creare i docenti di italiano lingua straniera. È dal 2000 che per la prima volta dall’Unità d’Italia il nostro Stato ha un percorso coerente e completo per diventare insegnante d’italiano, valutatore d’italiano, come lingua straniera.
Vorrei sapere, lo chiedo a tutti i presenti, ai rappresentanti delle Istituzioni ministeriali: in che modo i giovani che investono in queste lauree, lauree magistrali, delle scuole di specializzazione, dei dottorati, possono vedere riconosciuto questo loro investimento culturale? Non si sa. È un altro limite molto grave che non ci possiamo permettere.
Grazie molte."
Fonte http://ifsgermania.blogspot.com/
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| N o t i z i e |
AVVIATO DALL'ISTITUTO FERNANDO SANTI IN ROMA UN SERVIZIO DI ORIENTAMENTO AL LAVORO PER IMMIGRATI.
16/07/2010 |
All'interno dello SPORTELLO per L'Assistenza Familiare attivato dall'Istituto Fernando Santi è stato avviato, già da qualche settimana, un SERVIZIO di ACCOGLIENZA ed ORIENTAMENTO che offre SERVIZI personalizzati sul territorio dei MUNICIPI: III; V; VII; VIII: Il servizio, in sinergia con le attività che lo SPORTELLO già realizza per favorire l'incontro tra assistenti familiari e famiglie che chiedono attività di cura qualificate a domicilio, si propone di ampliare la gamma delle attività per offrire:
ACCOGLIENZA E ASCOLTO: le attività riguardano due macro aree: quella dell'informazione e quella della sensibilizzazione, e sono differenziate secondo i target cui sono rivolte: donne e uomini disoccupati, italiani o immigrati, occupati italiani o immigrati che già svolgono lavoro di cura ad anziani; e secondo le peculiarità dei singoli soggetti (fasce di età, sesso, condizione sociale, titolo di studio, ecc). Obiettivo prioritario in questa fase è quello dell'ANALISI dei BISOGNI;
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SICUREZZA SUL LAVORO. I RISCHI DI INFORTUNIO DI COLF E ASSISTENTI FAMILIARI.
16/07/2010 |
Sommerso e con poche tutele: il lato oscuro del lavoro domestico 1,5 milioni di colf e badanti nelle case degli italiani: +42% dal 2001. Per il 62% lavoro in nero o evasione contributiva parziale. Il 44% ha avuto un incidente nell'ultimo anno. Che spesso non viene denunciato, neanche alle famiglie.
Roma, 13 luglio 2010 - 1,5 milioni di colf e badanti nelle case degli italiani: +42% dal 2001. Sono 2 milioni 412 mila le famiglie italiane che ricorrono ai servizi di collaboratori domestici (una su dieci), che nel 2009 hanno raggiunto la cifra record di 1 milione 538 mila (+42% rispetto al 2001, quando erano 1 milione 83 mila). Figura sempre più centrale del tessuto sociale del nostro Paese, spina dorsale del welfare "fai da te" e sostegno indispensabile per una popolazione che invecchia, ma anche componente sempre più integrata del nucleo familiare, il collaboratore domestico costituisce ormai una presenza stabile in moltissime case italiane.
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LA SINISTRA DELLE IDEE. LA SINISTRA DEL FARE. Concluso ieri a Perugia il secondo congresso nazionale del Partito Socialista. 13/07/2010 |
Si sono conclusi ieri a Perugia i lavori del secondo congresso nazionale del PSI con l'approvazione all'unanimità del e l'elezioni del Consiglio nazionale, della Commissione nazionale di garanzia e del Collegio nazionale dei revisori dei conti.
Di seguito un'ampia sintesi della replica del segretario nazionale Riccardo Nencini.
"Mi riesce difficile vedere Stefania nei panni di quei fotografi di Stalin che correggevano le foto. C'erano Trotzsky Lenin e Stalin assieme, poi caduto in disgrazia Trotzsky, in quelle stesse foto restavano solo Lenin e Stali.
Questa è una correzione che Stefania non avrebbe dovuto fare.
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