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25 aprile, Festa della Liberazione

Di seguito un articolo di Paolo Bagnoli, pubblicato sulla rivista “Critica Liberale” e apparso il 19 aprile u.s. su: circolorossellimilano.blogspot.it.

Paolo Bagnoli: 25 aprile

Tra qualche giorno sarà nuovamente 25 aprile a ricordare che sono passati ben 72 anni dalla Liberazione. Inutile dire che si tratta di una ricorrenza importante. In ciò che si condensa in questo giorno, infatti, sta l’Italia democratica e repubblicana. La ricorrenza, tuttavia, non in tutte le stagioni politiche è stata vissuta nella stessa maniera e, anno dopo anno, si è cercato di farle assumere significati politici diversi. Nell’era berlusconiana – quella coi neofascisti trasformati in aennini al governo del Paese – si è cercato, addirittura, di liquidarla. Anzi, è successo di più poiché si è tentato, chiedendo il controllo dei libri di scuola, di avviare un percorso per revisionare la verità storica della Repubblica e delle sue fondamenta. Erano i tempi nei quali, anche dal versante antifascista, si avanzavano autorevoli aperture di credito ai saloini; nei quali Sandro Bondi, allora braccio destro di Berlusconi, parlava della Resistenza come dei “rossi”, adoprando lo stesso linguaggio usato dal fascista Francisco Franco per definire i difensori della Repubblica spagnola contro la quale era insorto. Erano gli anni nei quali l’allora cavaliere, presidente del consiglio, veniva meno ai propri doveri istituzionali rifiutandosi di partecipare alle cerimonie che ogni anno si tengono a ricordo dell’avvenimento. Erano gli anni della morte della patria. Erano gli anni nei quali storici ritenuti autorevoli esaltavano la loro vecchia milizia nelle brigate nere equiparando le truppe alleati a invasori .Era una povera Italia. Era un’Italia sbandata, travolta dal post – Tangentopoli e dalla perdita di senso della propria storia. Sul ripristino della verità Carlo Azeglio Ciampi ha giocato un impegno centrale della sua Presidenza; un qualcosa al quale tutta la democrazia italiana deve riconoscenza poiché il lavoro di Ciampi ha ridato senso civile alla nostra cittadinanza repubblicana. La ricorrenza del 25 aprile è sempre stata una specie di termometro della condizione del Paese. Cosa testimonierà quest’anno dopo che, il 4 dicembre scorso, è stato battuto con largo consenso, il disegno di sradicare la Repubblica dalle proprie radici, da quelle in cui affonda la Costituzione che disegna valori e regole della nostra democrazia così come la storia ce l’ha consegnata? Prima ancora della lettera la bocciatura del disegno di revisione costituzionale ha salvato l’animus dell’Italia nata dal 25 aprile. La ricorrenza servirà a leggere lo stato di salute dell’ antifascismo, non di quello retorico e di maniera – riteniamo, neppure di quello storico – poiché a entrambi i profili sarà sicuramente riservata buona attenzione, ma di quello politico. Vale a dire se esso viva, e come, nel modo di essere della nostra democrazia di cui è il dato storico e valoriale che le dà significato; quando questo si smarrisce la Repubblica sbanda. L’antifascismo è una legge non scritta; la sua cultura è affidata alla Costituzione. Non a caso adopriamo la parole senza trattino poiché il termine ha una pregnanza positiva che riguarda la sostanza del vivere civile. Con il 25 aprile 1945 si compie l’anti-fascismo inteso quale lotta per contrastare e sconfiggere il fascismo e nasce l’antifascismo quale base valoriale della nostra comunità repubblicana. Da negativo il motivo diviene positivo e mentre il primo è consegnato alla storia, il secondo lo è alla politica democratica. Non si tratta di filologia storica, bensì di questioni vitali della nostra Repubblica, tanto più quando la decoazione della politica genera pulsioni autoritative di chiara cifra antidemocratica. Registriamo come questi temi, se si eccettua la positiva presidenza di Ciampi, siano praticamente scomparsi dalla pedagogia civile del Paese. Nell’era felix del berlusconismo un dirigente di primo piano del partito di Fini ebbe a dire che parlare di antifascismo non aveva più senso dal momento che non c’era più il fascismo. Ne conseguiva che, sparito il fascismo, lo era pure il suo contrario. La tesi è assurda e colma di ignoranza, ma temiamo che essa sottotraccia sia in buona salute considerata la tendenza sempre più crescente che si registra sulla memoria della nostra storia nazionale. Le responsabilità di ciò sono molteplici e la primaria va sicuramente addebitata al nostro sistema educativo pubblico; alla scuola che, al di là di tutti i problemi di gestione amministrativa che comporta, è oramai tutta tesa a conquistare una dimensione esclusivamente aziendalista. La scuola sembra aver perso il proprio compito principale: dare ai giovani italiani il senso della storia del loro Paese e della loro cittadinanza quale comunità democratica. Ciò non confligge con obiettivi di seria preparazione culturale e di cognizione professionale. Il tempo della retorica resistenziale è, se pur con un po’ troppo ritardo, finito; quello della Resistenza e del suo significato storico-politico no. Uno dei punti fermi che dovrebbe fare da riferimento in queste aspre stagioni del nostro vivere civile, purtroppo, non sembra essere quello che dovrebbe essere; ossia, un dato saldo e certo per reimpostare il duro lavoro di ricostruzione della democrazia politica in Italia.

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